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TERRA TERRA
04.05.2012
  • | di Stephane Bruno
    Frammenti da Cheran
    La storia in Cheran si racconta nelle strade, fra gli abitanti di questa piccola cittadina indigena degli altipiani montani di Michoacan, nel Messico centro-occidentale. Una lunga storia di nottate in bianco per compiere con il proprio turno di vigilanza nella strada, di una lotta aperta in difesa dei propri boschi, una dignità e una fierezza che però ti danno da mangiare. Continua a far notizia la lotta di questa comunità p'urepecha, colpevole di voler difendere e gestire in modo autonomo il proprio territorio.
    Una lotta non condivisa da tutti, neppure tra i vicini delle altre comunità indigene.
    Così, da una parte c'è la popolazione di Cheran, organizzata attraverso le autorità tradizionali (il Consejo mayor de Cheran, Cheran K'eri), che cerca di fermare il faglio illegale dei boschi nel suo territorio: si difende, cerca appoggio e solidarietà nazionale e internazionale, perché la polizia statale e federale non può (o nuon vuole) garantire un minimo di sicurezza.
    Dall'altro lato i «fratelli p'urepecha» di altre comunità, che si dedicano al taglio illegale dei boschi altrui, e i mafiosi che gli fanno pagare un pizzo per la protezione. Il legname illegale e il disboscamento clandestino infatti sono un affare: per chi ordina il taglio illecito, per chi lo realizza, per la polizia municipale locale a cui devi pagare una mazzetta per transitare, per i delinquenti che «proteggono» questa lucrosa attività economica. Per i funzionari responsabili di vigilare le attività forestali, che, per paura o per interesse, fanno colorate e combattive dichiarazioni alla stampa e poi svaniscono al momento di agire.
    Secondo i servizi di sicurezza federali (Spf), il taglio illegale di questi boschi starebbe solo a coprire la produzione di droga crystal: i narcotrafficanti radono al suolo i boschi di Cheran e della zona come misura diversiva, ma il vero business sta nella produzione artigianale di questa droga, che si vende in città e si esporta.
    In ogni caso, il conflitto è diventato sanguinoso. L'ultimo scontro, a metà aprile fra i pini e le querce della zona limitrofa di El Puerto, ha lasciato 8 morti. È accaduto quando una cinquantina di persone armate ha attaccato un accampamento di vigilanza di Cheran. Dice un testimone: «I tagliamonte si sono organizzati con i delinquenti e i paramilitari. Ci siamo stancati di dire al governo chi sono, dove stanno e come si muovono: la polizia si fa vedere solo in elicottero, fanno un giretto e dichiarano che stanno "vigilando". Dicono sempre che stanno preparando un piano di azione per garantire la sicurezza degli abitanti della regione». Durante il funerale di Santiajo Ceja Alonso, uno degli abitanti di Cheran ucciso la scorsa settimana, la gente chiedeva giustizia.
    Anni fa Cheran era una prospera cittadina indigena che viveva di commercio e agricoltura. Adesso il mercato regionale del mercoledì e del sabato, dove prima confluivano centinaia di abitanti di tutta la regione, è sempre meno frequentato. Pochi indigeni ormai si dedicano alle attività agricole commerciali e all'allevamento bovino - tantomeno alle attività forestali tradizionali come estrazione di resina, falegnameria e artigianato, che pure prima mantenevano parecchie persone.
    È ovvio che spetta alla polizia statale e a quella federale garantire la sicurezza alla popolazione di Cheran e aiutarla a proteggere le proprie risorse forestali. Ma non lo fanno, per corruzione e per interesse. «Chiediamo al governo statale sicurezza, giustizia e ricostruzione del nostro territorio. Non scontri, non battaglie», dichiarava giorni fa alla stampa un consigliere comunitario di Cheran. «Non vogliamo andare avanti con questa "tavola di negoziati permamente". Chiediamo fatti, non parole».
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