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TERRA TERRA
25.07.2012
  • | di Marina Forti
    La via dell'avorio porta a NewYork
    Due commercianti di Manhattan, nella città di New York, hanno accettato di dichiararsi colpevoli di aver messo in commercio grandi quantità di oggetti in avorio di origine illegale: nelle rispettive gioiellerie la polizia aveva sequestrato anelli, bracciali, figurine intagliate e altri oggetti per oltre una tonnellata, e per un valore che gli investigatori stimano in oltre 2 milioni di dollari.
    Una tonnellata di avorio è solo una piccola parte del grande business mondiale del contrabbando di zanne di elefante (cioè di avorio), in tutta la sua catena - dal materiale grezzo all'avorio lavorato. Il caso dei due gioiellieri di Manhattan dice però che questo contrabbando non riguarda solo i soliti paesi - l'Africa, da cui origina, e i paesi asiatici in cui l'avorio ha il suo primo mercato mondiale - ma è molto più diffuso. Riflette anche un trend: il 2011 per gli elefanti africani è stato uno degli anni peggiori dell'ultimo decennio.
    Il contrabbando di avorio rimanda infatti alla sorte dei pachidermi, specie minacciata e quindi protetta, di cui la caccia è assolutamente illegale ovunque. E però in Africa il numero degli elefanti uccisi di frodo è stato il più alto da parecchi anni, come testimoniano le ben 24 tonnellate di zanne sequestrate durante il 2011, cioè la quantità in assoluto più alta da quando nel 1989 è stato introdotto il divieto internazionale di commerciare avorio. La quantità sequestrata naturalmente fornisce una stima delle dimensioni del mercato: e riflette un drastico aumento del traffico illegale di avorio, confermando un trend già osservato dal 2007.
    A diffondere questi dati è Traffic, la rete internazionale che monitora l'applicazione della Convenzione sul commercio di parti di specie viventi protette (la Cites, il trattato internazionale che dal 1973 regolamenta, limita o se necessario vieta il commercio di organismi viventi protetti o loro parti, come appunto le zanne d'elefante). Traffic è un programma del Wwf internazionale e dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn), sponsorizzato dai paesi firmatari della Convenzione Cites.
    Dunque le dimensioni del contrabbando internazionale di avorio sono in aumento, ci dice l'ultimo rapporto di Traffic (vedi terraterra del 3 gennaio scorso). E spiega che si tratta ormai un business su larga scala e ben organizzato, che coinvolge documenti falsificati, corruzione di funzionari e dogane, e spesso è legato ad altri aspetti del crimine organizzato come il traffico d'armi e il riciclaggio di denaro. «La quantità sempre più elevata di avorio contrabbandata nel 2011 riflette sia l'aumento della domanda in Asia, sia la crescente sofisticazione delle gang criminali che stanno dietro il traffico», spiegavano i portavoce di questo organismo di monitoraggio. Spiegavano anche che l'origine del traffico è ovviamente l'Africa, di solito con il Kenya e la Tanzania come punti di partenza, e che la gran parte dei carichi illegali di avorio africano vanno a finire in Cina o in Thailandia attraverso varie vie: alcuni grandi sequesti sono avvenuti ad esempio in Malaysia. O in Laos, paese che sta emergendo come un importante punto di passaggio e di smercio di avorio africano illegale, segnalava sempre Traffic alcuni giorni fa. Si noti che della sorte dell'elefande asiatico si parla meno solo perché non esistono i dati sistematici ormai disponibili per il «cugino» africano.
    Ora la faccenda della Raja Jewels e del New York Jewelry Mart - le due gioiellerie della Manhattan centrale che esponevano oggetti d'avorio - dice che dopo essere arrivate in Asia, le zanne d'elefante africane proseguono il loro viaggio, sotto forma di oggetti. Il New York Times scriveva giorni fa che la polizia newyorkese sta ancora indagando su quale via abbiano seguito queste importazioni illegali. Intanto i proprietari dei due negozi, Mukesh Gupta e Johnson Jung-Chen Lu, hanno accettato di pagare salate multe (45mila e 10mila dollari rispettivamente): la legge non prevede altra sanzione.
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