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TERRA TERRA
31.07.2012
  • | di Paola Desai
    Una fortuna in via d'estinzione
    Una piccola corsa all'oro è cominciata in alcuni villaggi ai contrafforti dell'Himalaya, nell'India settentrionale. Non si tratta del metallo però, bensì di un minuscolo fungo che a vederlo sembra un bastoncino scuro e contorto, non più lungo di pochi centimetri. E' un fungo piuttosto raro: chiamato kira jari nell'India settentrionale, o yarsagumba nel vicino Tibet, è ricercato in Cina, dove è considerato un afrodisiaco. Non solo: sarebbe capace di dare una sferzata di energia. Quando nel 1993 alcuni atleti cinesi hanno segnato una clamorosa serie di nuovi record, i loro allenatori attribuirono la performance al fatto che mangiavano kira jari. La fama del fungo himalayano poi si è diffusa, e ormai è una merce di valore.
    Da qualche anno dunque alcuni villaggi nelle regioni himalayane dell'India si sono buttati nel nuovo affare (fino a tempi recenti il fungo era raccolto solo in certe zone del Nepal e forse in Tibet). Il kira jari attacca le larve di certi bruchi del terreno, le mummifica e poi cresce spuntando dalla loro testa. I mesi buoni sono maggio e giugno, quando le nevi si sciolgono e il fungo compare nelle praterie d'alta quota, intorno a 5.000 metri. Un singolo fungo frutta circa 150 rupie (2,5 euro, o circa 3 dollari), più della paga giornaliera di un bracciante, e chi conosce i posti buoni riesce a raccoglierne 40 o 50 in un giorno: non c'è lavoro così ben retribuito, in quelle regioni montanare. Naturalmente ci sono anche i giorni vuoti e c'è perfino chi torna al villaggio con nulla, ma l'attrattiva è alta: due reporter del Guardian descrivono praterie dell'altopiano indo-tibetali punteggiate da accampamenti di cercatori, tende di tela cerata, biancheria stesa, fornelletti, altarini. Si racconta di cercatori che con il kira jari si sono costruiti casa. Molti giovani, in quei villaggi, ormai preferiscono andare sull'altopiano a cercare il fungo piuttosto che emigrare in pianura come avevano sempre fatto, a cercar lavoro come manovali o camerieri nei ristoranti.
    La piccola corsa all'oro himalayana però ha il suo lato tragico. Tanto per cominciare, il lavoro è estremamente faticoso: cercare il kira jari significa trascinarsi per ore carpono sul terreno freddo e fangoso. Gli accampamenti improvvisati non hanno servizi igienici né tantomeno medici. Le notti sono ghiacciate a quelle altitudini, e anche di giorno i cercatori sono esposti a venti gelidi e perfino nevicate improvvise. Per settimane si nutrono solo del riso, lenticchie e spagnetti liofilizzati che portano con sé. Ovviamente ciascuno è in concorrenza con tutti gli altri, pare che nessuno salga a cercare i funghi senza una cassa con lucchetto.
    Una volta tornati a casa, i cercatori corrono altri rischi. Uno è la confisca del raccolto: raccogliere il fungo in sé è legale, ma è illegale venderlo. Naturalmente lo sanno tutti che il kira jari viene raccolto all'unico scopo di venderlo agli intermediari che percorrono i villaggi delle regioni himalayane per comprarli, ma è un mercato nero. Poi ci sono i conflitti per i posti migliori - sempre il Guardian fa l'esempio di due villaggi in competizione per una certa zona, al punto che hanno messo in mezzo avvocati; molti dunque si avventurano sugli altopiani solo portando cani e armi per difendersi.
    Infine, la corsa a raccogliere kira jari è insostenibile. La raccolta è così massiccia, il fungo viene preso prima che abbia pootuto diffondere le sue spore; nel giro di pochi anni è diventato sempre più difficile trovarlo e di questo passo sarà presto estinto: i cercatori stanno distruggendo la loro stessa fortuna. E però il meccanismo sembra inesorabile: non ci sono molti lavori disponibili per i giovani di quei villaggi, mentre c'è un mercato globale in cui molti sono disposti a sborsare piccole fortune per il kira jari. Finché c'è.
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