mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
22.08.2012
-
| di Marina Forti
L'esercito di Shell in Nigeria
Non è più un'illazione: una «fuga di notizie» lo conferma. La compagnia petrolifera Royal Dutch Shell paga alle forze di sicurezza della Nigeria decine di milioni di dollari ogni anno perché proteggano le sue installazioni petrolifere nel delta del Niger. Lo rivela il quotidiano londinese The Guardian, che ha avuto tra le mani documenti finanziari interni dell'azienda. Shell mantiene anche una forza di polizia interna di 1.200 uomini, oltre a una rete di informatori «in borghese».
Da quei documenti risulta che Shell, la più grande compagnia petrolifera al mondo (per reddito) ha speso quasi un miliardo di dollari per la sicurezza delle sue operazioni in tutto il mondo nei tre anni tra il 2007 e il 2009. Di quel totale, quasi il 40% (cioè 383 milioni di dollari) è stato speso in Nigeria. In altre parole, per proteggere i suoi pozzi e il suo personale nel paese africano Shell mette in media quasi 130 milioni di dollari ogni anno. Nel 2009 ha speso 65 milioni di dollari per finanziare le forze governative e 75 milioni in «altri costi di sicurezza», un mix di sicurezza privata e pagamenti a individui.
E' un ordine di grandezza colossale. Il Guardian fa notare che se Shell fosse uno stato, il suo sarebbe il terzo budget per la sicurezza nel continente africano, dopo il Sudafrica e la Nigeria stessa. Certo, la compagnia petrolifera affronta rischi. Nel solo 2008, 62 tra dipendenti e tecnici a contratto che lavoravano per Shell nel delta del Niger sono stati rapiti, e tre uccisi, e molti impianti - piattaforme, oleodotti etc - sono stati attaccati e/o sabotati. Gli anni tra il 2007 e il 2009 sono stati quelli in cui è ripresa la ribellione armata in alcune zone del delta, con il movimento Mend. Dopo un'amnistia nel 2009 l'attività del Mend è calata, ma la conflittualità nell'immensa regione petrolifera del delta resta alta. Spesso attacchi di gangs costringono l'azienda a fermare per giorni le attività estrattive. Inoltre, si difende Shell, tra il 15 e il 20% del greggio che estrae dai suoi pozzi viene rubato da gang organizzate su scala internazionale. Shell dunque trova necessario e perfettamente legittimo spendere per proteggersi - e finanziare le forze di sicurezza (cioè polizia ed esercito) del paese ospite.
E però, se queste forze di sicurezza sono responsabili di abusi, violazioni dei diritti umani, repressione violenta - come è il caso in Nigeria, a quanto dicono numerose organizzazioni per i diritti umani? Se ne conclude che Shell è corresponsabile della repressione compiuta da forze militari e di polizia che lei stessa finanzia per proteggere i suoi pozzi - sostiene Platform, gruppo internazionale (con sede a Londra) di attivisti che si dedica a monitorare l'attività delle compagnie petrolifere. Anche perché le informazioni ottenute dal Guardian mostrano che circa un terzo della spesa di Shell per la sicurezza è andato a «terzi», in cui pare siano inclusi 600 agenti della polizia del governo nigeriano e 700 uomini della «joint tack force» composta da esercito, marina e polizia (è la forza speciale accusata di numerosi espisodi di atrocità, incluso un'operazione di «pulizia» su larga scala che nel 2009 ha portato all'evacuazione di migliaia di persone da una zona petrolifera). Per gli attivisti di Platform, o per i numerosi attivisti sociali in Nigeria, le rivelazioni «provano quello che sapevamo da anni: che l'esercito, l'aviazione, la marina militare, la polizia, sono pagati con soldi della Shell e sono a disposizione della compagnia», come dice al Guardian Celestine Nkabari, del gruppo nigeriano Social Action
Già, il caso di Shell è l'ennesima conferma di un «modello» ormai consolidato: ovunque ci siano petrolio e miniere troviamo militari. L'industria estrattiva ha bisogno di protezione, e tanto più suscita risentimenti e conflitti con le popolazioni locali, tanto più ricorre alla protezione delle forze di sicurezza dello stato ospite. Certo, Shell nega di aver alcun controllo sull'operato della «Joint task force» nigeriana al centro di tante accuse. Non ha ancora negato però di pagargli lo stipendio.
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