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TERRA TERRA
05.12.2012
  • | di Marinella Correggia
    Dumping Usa sul sole d'India
    L'accusa è netta: usando la finanza del clima, concepita dal sistema Onu per aiutare lo sviluppo di tecnologie pulite nei paesi del Sud globale, gli Usa stanno uccidendo l'industria indiana del fotovoltaico, ormai in gravissima crisi con l'80% dei produttori senza ordinativi e diversi di loro sull'orlo del fallimento. A puntare il dito è il Centre for Science and Environment (Cse), rispettato centro di ricerca ambientalista basato a New Delhi che ha analizzato lo stato delle risorse energetiche rinnovabili e delle relative infrastrutture nella Confederazione indiana.
    Nel quadro di un piano nazionale di azione sul clima, dal 2010 l'India porta avanti da anni una ambiziosa «Missione solare», la Jawaharlal Nehru National Solar Mission (Jnnsm), che mira a installare 22.000 Mw di potenza, grazie anche a incentivi tariffari. In tre anni il paese è passato da quasi zero a 1.000 Mw di potenza installata. Fra parentesi ricordiamo che l'India è stata fra le prime nazioni a cercare di diffondere anche a livello di governo (seppure non massicciamente) le cucine solari che allevierebbero molti problemi provocati dalla legna da ardere, ad esempio la deforestazione e la fatica delle donne: è questo un settore molto pratico e di tecnologia semplice, sul quale il mondo intero dovrebbe soffermarsi.
    I problemi per il fotovoltaico indiano nascono paradossalmente da un fondo di 30 miliardi di dollari predisposto nell'ambito della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, e adottato alla conferenza di Copenaghen nel 2009. Il fondo dovrebbe aiutare i paesi cosiddetti «in via di sviluppo» ad affrontare l'impatto dell'effetto serra e a limitare le relative emissioni. Però, spiega il Cse, gli Usa molto astutamente stanno usando il fondo per promuovere la propria produzione fotovoltaica. La Exim Bank e l'Overseas Private Investment Corporation (Opic) offrono, a chi vuole sviluppare il solare nel paese asiatico, prestiti a condizioni convenientissime (il 3% di interessi e termini di pagamento molto dilazionati, fino a 18 anni), a condizione però che si acquisti la tecnologia da compagnie statunitensi. Le banche indiane invece chiedono interessi fino al 14%. Con una ovvia distorsione del mercato.
    Colpa anche di un limite della Missione solare indiana: l'obbligo di usare materiale locale nei progetti c'è, sì, ma riguarda solo la tecnologia fotovoltaica del cristallino e quella del film sottile.
    E lì si inseriscono le banche e le agenzie di investimento yankee. Così, i pannelli importati a film sottile la fanno da padrone anche se hanno una minore efficienza: sono il 60 per cento dei pannelli installati in India, per una capacità globale del 14 per cento.
    Poi un altro trucchetto. Quando si accordano prestiti convenienti a titolo di «aiuto», si contabilizza come aiuto solo la differenza fra il tasso di interesse commerciale e quello del prestito «amico». Ma in questo caso gli Usa hanno contabilizzato l'intero prestito come aiuto, nell'ambito della finanza climatica.
    Si indigna il Cse: «E' antietico. Questa forma di finanziamento avviata a Copenaghen doveva andare a beneficio dei paesi in via di sviluppo. Invece gli Usa l'hanno trasformata in un gioco nel quale i fondi registrati nell'ambito della finanza per il clima son diventati prestiti a progetti che si impegnano ad acquisti made in Usa. Nel lungo periodo l'insieme del settore solare indiano ne ricaverà più danni che vantaggi».
    Ipocrisia finale: come rileva Kushal Yadav, responsabile del settore energie rinnovabili del Cse, il governo di Washington ha imposto tasse antidumping al materiale fotovoltaico importato dalla Cina sostenendo che questo paese sussidia i produttori di fotovoltaico. Poi fa la stessa cosa con(tro) l'India.
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