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TERRA TERRA
14.12.2012
  • | di Marinella Correggia
    Fossili estremi: Obama come Bush
    E' un mondo che nemmeno sull'orlo del precipizio climatico vuole uscire dai combustibili fossili, tanto che letteralmente li spreme dalle rocce.
    Negli Usa il Bureau of Land Management (Blm), l'ufficio federale che presiede alle terre pubbliche, sta vendendo migliaia di ettari all'industria petrolifera. L'ultima asta, per 18.000 acri in California, è stata però affollata anche da decine di attivisti che hanno protestato contro la concessione delle terre nello stato, oltre a quelle che fanno parte di «lotti» in altri stati: 700.000 acri in Colorado, Utah e Wyoming per la ricerca e sviluppo riguardante il petrolio da scisti, e 130.000 in Utah per attività relative alle sabbie bituminose.
    Insomma tutto per lo sviluppo dei fossili non convenzionali, da estrarre con la devastante tecnica del fracking o fratturazione idraulica, che lo stato del Vermont ha vietato. La tecnica consiste nell'iniettare nelle viscere della terra acqua ad alta pressione mischiata a vari agenti chimici, così da far esplodere le rocce che racchiudono il gas: tecnica molto controversa, sia per il suo gran consumo d'acqua e l'inquinamento delle falde idriche, sia perché può aver provocato terremoti.
    La tecnica, perfezionata per il gas, si sta estendendo al petrolio e si svilupperà su larga scala, scriveva tutto speranzoso un analista della Citigroup. Gli Usa cercano in tutti i modi di ridurre le importazioni di combustibili fossili, oberati come sono da un disavanzo con l'estero che ha raggiunto i 560 miliardi di dollari nel 2011. Per importare petrolio l'anno scorso 331,6 miliardi di dollari nell'importazione di petrolio, il 32% in più rispetto al 2010.
    Ma molti statunitensi non accettano che si paghi questo prezzo ambientale. Gli attivisti della California, guidati fra gli altri dal Centre for Biological Diversity e dalla Clean Water Action, al motto di «non frammentate le nostre terre» hanno evocato la distruzione degli spazi naturali, l'inquinamento di aria e acqua, l'impatto negativo sugli impegni di passaggio all'energia rinnovabile e ovviamente il nero orizzonte dei cambiamenti climatici.
    Ma i passi avanti nella tecnica del fracking fanno sì che potenti interessi guardino alla Monterey Shale, una formazione geologica che detiene il principale deposito di petrolio da scisti negli Usa.
    E' però una zona che comprende alcune fra le terre agricole più produttive della California e importanti aree naturali. Per questo si sono mobilitati anche gli agricoltori, preoccupati per il deterioramento qualitativo e quantitativo dell'acqua. E non solo: una parte delle sostanze chimiche usate nel processo può provocare il cancro e altri problemi per chi vive nei paraggi, secondo uno studio della Colorado School of Public Health.
    Dietro la vendita delle terre pubbliche da parte del Blm per lo sviluppo dell'industria fossile c'è l'ordine del presidente Obama. Il piano dell'amministrazione attuale si basa su alcuni cambiamenti apportati a un'allocazione di terre pubbliche decisa da Bush nel 2008 e messa in discussione sul piano dell'ambiente, delle risorse idriche, dell'habitat. Il nuovo piano scende da due milioni di acri (un acro è poco più di 4.000 metri quadrati) a «soli» 800.000 ma, dicono gli oppositori, dimostra che il governo ascolta l'industria dei combustibili fossili e i suoi politici di riferimento più degli scienziati del clima.
    Anche nello Utah i cittadini si sono mobilitati, con slogan come «abbiamo bisogno di acqua, più che di petrolio» e «non possiamo permettere che la vita sia distrutta da profitti di breve periodo».
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