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 Il papa in tribunale, un'opportunità perla Chiesa conciliare
 
18.09.2011
di Enzo Mazzi
 
 
Il sentimento prevalente nel mondo cattolico e non solo è di disorientamento e forse stordimento. La denuncia del papa e di altri alti prelati vaticani per crimini contro l'umanità depositata presso la Corte penale internazionale dell'Aja da un gruppo di associazioni di vittime della pedofilia del clero è un evento che colpisce nel profondo il senso di venerazione verso il Santo Padre. Si sono appena spenti i riflettori sulla imponente spianata di giovani a Madrid, genuflessi, osannanti e quasi adoranti verso la ieratica figura del Sommo Pontefice e ora quella figura viene accusata addirittura di crimini contro l'umanità e denunciata presso quello stesso Tribunale penale internazionale che ha colpito dittatori sanguinari e di recente Gheddafi. L'accusa non viene dai soliti anticlericali ma sale dalla coscienza sconvolta di migliaia di vittime, spesso profondamente credenti, di orrendi crimini quali la violenza pedofila del clero cattolico di ogni parte del mondo.
Ma non tutti nella Chiesa sono disorientati. C'è anche chi vede nell'evento un segno dei tempi che può aprire orizzonti di speranza verso una ripresa del sogno conciliare. Fra questi, le comunità cristiane di base. E' vero che in un loro documento evitano di dare giudizi di merito sulla competenza della Corte e sull'opportunità della denuncia. E questo indica che anche loro provano un certo senso di disorientamento. Ma non sono affatto disorientate quando affermano che «la chiamata in causa, presso un tribunale terreno, del papa, sovrano assoluto, che si proclama Vicario di Cristo che tutti giudica ma da nessun può essere giudicato, rappresenta una vera svolta nella storia della Chiesa. È un altro pezzo di medioevo che viene abbattuto. È un nuovo orizzonte che si apre e rende ineludibile ormai un serio e aperto dibattito sulla piena responsabilizzazione del Popolo di Dio. Non si può continuare nella Chiesa ad affrontare le sfide positive della secolarizzazione e dell'ecumenismo con gli ammodernamenti di superficie che lasciano intatta la struttura gerarchica dell'istituzione. La democrazia è stata considerata parola impronunciabile nella Chiesa. È l'ora invece di farci i conti se non si vuole che l'apparato ecclesiastico continui a soffocare la vitalità della Comunità ecclesiale». Non è disorientamento ma senso evangelico della storia come resurrezione.
Una vera e propria rivoluzione copernicana, fermentata a livello mondiale nel dopoguerra, dopo aver influenzato papa Giovanni è poi giunta al Consesso conciliare attraverso diversi canali di esperienza e di riflessione teologica ed è stata sancita nel grandioso documento sulla Chiesa che ha letteralmente ribaltato la concezione tridentina: non più al centro della Chiesa la gerarchia o il clero ma il Popolo di Dio, al cui interno e al cui servizio operano i ministeri gerarchici. Ebbene questa rivoluzione non ha ancora trovato nuovi assetti istituzionali adeguati alla sua portata e fatica a penetrare nelle consapevolezze sia del mondo laico sia degli attuali massimi dirigenti ecclesiastici con la coda dei chierici difensori d'ufficio. Gli stessi moduli espressivi difettano. Come centinaia di anni dopo Galileo si continua ancora a parlare talvolta il linguaggio della concezione tolemaica, così oggi si continua a parlar di Chiesa intendendo "gerarchia" se non addirittura "papa". Ma alla base le cose stanno andando avanti. I cattolici di oggi non sono più le pecore belanti di un secolo fa. La Chiesa di base sta imparando a non essere più centrata sulla gerarchia: sta diventando, così a me sembra, Popolo di Dio. La denuncia del clero da parte delle vittime della pedofilia può aiutare la Chiesa a tornare al Concilio per attuarlo finalmente imboccando i sentieri ardui ma inevitabili della democrazia partecipativa.
 
 
 Una manovra contro la memoria
 28.08.2011
di Enzo Mazzi
 
L'inserimento, tra le misure anti-crisi, della possibilità di spostare alla domenica successiva le tre feste civili, fra cui il 25 aprile, che sono momenti fondativi dell'identità sociale del paese, s'inserisce in una serie di tentativi per erodere, passo dopo passo, l'egemonia culturale dei valori dell'antifascismo e della Resistenza. Tentativi che vanno dalla critica alla celebrazione della Resistenza, alla proposta di sopprimere la festa del Primo maggio, all'opposizione verso la celebrazione del Centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, alla rivendicazione del diritto a celebrare i cecchini della Repubblica sociale di Salò, «eroi della resistenza all'invasione americana» secondo il coordinatore regionale di Casa Pound Fabio Versanti, cecchini che durante la liberazione di alcune città si dilettavano a sparare su donne e bambini in cerca di acqua e cibo.
In un tale inquietante quadro di revisionismo storico e di restaurazione s'inserisce il gesto intimidatorio contro l'ex partigiano e presidente della sezione Gavinana dell'Anpi di Firenze, Giorgio Pacini, a cui è stata inviata una busta con dei proiettili e con una frase che inneggia ai cecchini fascisti.
L'intimidazione non colpisce solo l'Anpi. Tutto il paese deve sentirsi coinvolto. A Firenze c'è stata una esecrazione unanime di tale gesto. Perfino i devoti degli eroi cecchini si sono uniti alla condanna. No, non basta l'esecrazione. E qui ritorna il tema della memoria evidenziato opportunamente e saggiamente dal presidente della regione toscana, Enrico Rossi: «Il verificarsi di atti deplorevoli come quello subito da Pacini ci fa capire la forza della memoria, che è una questione politica di primaria importanza...».
A questo punto però un interrogativo si pone: quale memoria? La memoria disarticolata che trasforma il processo storico in un insieme scoordinato di fatti separati fra loro? La memoria secondo la quale la Resistenza sarebbe un episodio a sé, quasi senza passato e senza futuro, da considerare alla stregua di altri episodi nel "mucchio" dei fatti storici? E la partecipazione alla Resistenza e l'adesione di "tanti giovani" alla Repubblica di Salò così come la lotta dei partigiani e quella dei cecchini sarebbero due episodi diversi da valutare quasi con distacco per giungere alla pace sociale?
Ma in tale frantumazione della memoria, la liberazione come processo perenne di umanizzazione sociale scompare per far posto a un indistinto nebbioso divenire storico in cui tutte le vacche sono grigie. E la memoria è trasformata in ricordo, magari in nostalgia, come la foto del caro estinto posta sulla sua tomba, accanto alla tomba del suo avversario, nello stesso cimitero. Questa, a mio avviso, è la memoria cimiteriale che sta alla base della unanimità nella esecrazione del gesto intimidatorio contro Giorgio Pacini. Tutto ciò apre scenari politici che vanno ben al di là del significato contingente del gesto intimidatorio.
Perché tale disarticolazione della memoria è il nutrimento del neoliberismo dominante. Il quale è creatore di società-necropoli. Ha bisogno di produttori-\consumatori, morti-viventi senza identità sociale. E quando la sinistra ha accettato le regole del liberismo ha accettato anche questa regola fondamentale. Per condizionare dal didentro le leggi del mercato e magari produrre le condizioni per ripartire con una storia diversa; ma ha accettato che la società venisse trasformata in una aggregazione di smemorati. Nessuno scandalo moralistico. Subire il ricatto del sistema di dominio trionfante può esser visto come una condizione momentanea della politica in quanto lotta di potere. Ma io dal basso non ci sto. O meglio, anch'io collaboro, seppure solo comprando dal fornaio il pane quotidiano, quel pane che è negato a due terzi dell'umanità. Non accetto però di vendere l'anima. Voglio tener viva la consapevolezza e la memoria.
Per la strategia liberista, che ha un'ossessiva paura della memoria, la gente deve dimenticare il suo passato sociale e ripartire da zero per un'era senz'altro ideale e identità che la religione del danaro. Sono da seppellire le aspirazioni condivise di una vita felice per tutti senza confini, il senso di compiutezza umana provato nel lottare insieme per la giustizia, lo stupore sempre rinnovato nello scoprire che il proprio vissuto sociale ha una diffusione planetaria, la consapevolezza della consonanza profonda e dell'intreccio con le grandi esperienze storiche dell'umanesimo sociale di tutti i tempi, la constatazione che la fatica e il sangue versato sono seme e nutrimento, la speranza contro ogni speranza, l'esperienza che il pane condiviso è pane moltiplicato e fonte di vita per tutti. L'evoluzione liberista esige che la memoria di tutto questo sia annullata. Se ciò accadesse, sarebbe il disastro totale. Perché il pianeta non è in grado di reggere la guerra liberista di tutti contro tutti, guerra spietata fra morti-viventi, privati dell'anima sociale e della sua memoria, né sul piano economico, né ecologico, né psicologico-sociale. Per questo è importante per noi valorizzare e difendere la memoria sociale della liberazione come processo storico e non fermarsi alla pur sacrosanta esecrazione dell'ignobile gesto intimidatorio contro Giorgio Pacini e contro la società intera.
 
 
Il Gesù storico e la verità della Chiesa
 
13.03.2011
di Enzo Mazzi
 
 
Rivela un affanno il nuovo libro su Gesù con cui papa Ratzinger si adopera a mostrare e dimostrare la storicità di Cristo e in particolare della morte-resurrezione di lui. Lo ammette chiaramente quando scrive: «La barca della Chiesa ... spesso si ha l'impressione che debba affondare». Ed ecco l'importanza della realtà pienamente divina e pienamente umana del Salvatore Gesù. È Gesù Cristo l'unico salvatore e la chiave della salvezza universale. Ed è la Chiesa cattolica governata dal papa e dai vescovi uniti al papa la custode unica e universale per tutti i secoli della chiave affidatale da Gesù. Tutta la ricerca umana di senso della vita e di salvezza materiale e morale sarebbe completamente inutili senza il Dio che si fa uomo e offre in sacrificio la sua vita. Sono due millenni che queste «verità», questi assoluti, vengono ripetuti identici, declinati in codici espressivi diversi tradotti in tutte le lingue del mondo ma sempre nella sostanza uguali a se stessi: è Gesù l'unico salvatore universale attraverso il suo sacrificio perenne. Di fatto del Gesù storico non si sa quasi nulla. Ormai è un dato acquisito nella teologia biblica non servile. I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo in ambiente pagano. Inoltre è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non sono i Vangeli canonici. Sono le tradizioni dei cosiddetti loghia, cioè dei «detti» di Gesù. Che prima sono stati tramandati oralmente nell'ambiente palestinese e poi sono stati inseriti nei Vangeli. Quei «detti» di Gesù sono «il Vangelo prima dei Vangeli». Poi il Vangelo dei detti di Gesù è andato perso perché gli scribi smisero di farne copie in conseguenza della fissazione autoritativa del canone. Oggi si direbbe sbrigativamente che ha subito una censura. È stato recuperato o riscoperto nel 1838, attraverso un delicato lavoro di filologia, incastonato nei Vangeli canonici. È stato pubblicato solo nel 2007 in italiano dalla Queriniana in un volume a cura di un grande specialista, James M. Robinson: I detti di Gesù. Questo ritardo di quasi due secoli la dice lunga sulle resistenze poste dall'autorità ecclesiastica alla pubblicazione di un testo storico che mette in crisi le certezze dogmatiche. Perché è importante questo Proto-Vangelo? Perché l'immagine di Gesù che se ne ricava è molto diversa da quella fissata nelle narrazioni canoniche dei Vangeli. E soprattutto è diversa l'immagine che si ricava del cristianesimo nascente. Non ci sono che nel sottofondo racconti di miracoli e soprattutto non c'è notizia dei fatti della nascita, della morte e della resurrezione. Questa assenza di eventi così fondamentali per i Vangeli canonici e poi per il dogma è impressionante. L'accento è posto non sulla persona di Gesù ma sul messaggio e sul movimento messianico di impegno per la realizzazione del Regno di Dio. Il quale tradotto in termini moderni si potrebbe definire come movimento per un «mondo nuovo possibile». Il Gesù del Proto-Vangelo è soprattutto un «figlio dell'uomo», che alla lettera può significare «Figlio dell'umanità», parte di un movimento storico di liberazione radicale. C'è in quel documento solo un'eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. È assente l'essere divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l'umanità peccatrice. Il quale invece sarà poi offerto soprattutto dalla Chiesa di Paolo al mondo pagano avido di sacro e di salvezza mistica.
Ovviamente le persone all'origine di questo Proto-Vangelo, che di bocca in bocca si tramandavano i detti di Gesù, conoscevano la morte di Gesù. Ma per loro la morte del profeta non aveva il significato di sacrificio. Non si sentivano impegnati ad annunciare la morte. «Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti» è un'affermazione fondamentale del Proto-Vangelo. Non la morte né il sacrificio né il miracolo aveva cambiato la loro vita. Ma il messaggio culturalmente rivoluzionario di Gesù aveva dato un senso nuovo alla loro esistenza; in quello e non nel miracolo trovavano il senso della resurrezione; quel messaggio e l'esperienza di vita che c'era dietro si sentivano impegnati ad annunciare perché cambiasse la vita di molti e trasformasse radicalmente la società dando vita a un mondo nuovo.
La teologia sacrificale del Cristo che salva in quanto Figlio di Dio morto e risorto verrà dopo, quando il cristianesimo dovrà rivolgersi al mondo pagano. Sarà tale teologia la carta vincente, il fulcro del trionfo della nuova religione. Un trionfo però contestato da persone, anche sinceramente credenti, con senso critico, lungo tutta la storia, dall'antichità fino ad oggi, quale tradimento e devitalizzazione del Dna generativo del movimento di Gesù.
 
Quando si aspetta la salvezza dall'alto
 
27.01.2011
di Enzo Mazzi
 
Il problema della crescita culturale della società come esigenza primaria emerge con prepotenza dalla vicenda berlusconiana. Incriminazioni e condanne giudiziarie, manifestazioni, campagne di firme, manovre politiche parlamentari, nuove elezioni, pressioni sulla gerarchia cattolica perché condanni e si dissoci apertamente, campagne mediatiche, sono tutti tentativi encomiabili. Ma al fondo la domanda è se e come servono per uscire dal pantano culturale in cui stiamo affogando.
Forse converrebbe rivisitare il Gramsci della 'egemonia culturale' che ribalta il primato marxista del cambiamento strutturale per porre invece al primo posto la crescita culturale del popolo.
Prendiamo l'attesa spasmodica del pronunciamento del Vaticano e della Cei che ha caratterizzato non solo il mondo cattolico aperto ma il mondo politico tutto e il pianeta dei media. Ma questo aspettare la salvezza dall'alto non fa parte dell'egemonia culturale della destra, non ribadisce uno dei principi fondanti del cosiddetto berlusconismo?
«Non si porta salvezza se si è complici della ingiustizia e della violenza istituzionali», afferma il vescovo mons. Raffaele Nogaro sul numero in uscita di Micromega. E' un'affermazione di grande valore etico. Che si coniuga necessariamente e conseguentemente con un altro principio etico fondamentale: la salvezza viene sempre dal basso, viene dalla presa di coscienza, dal formarsi e dall'emergere come soggetti politici delle masse di « inesistenti », di semplici «oggetti », di «strumenti passivi».
E' questo il messaggio che da anni, da quando sono nate, portano avanti le comunità cristiane di base col loro stesso esistere. Le quali infatti concludono un loro comunicato con la seguente affermazione: «La drammatica crisi che la società e la chiesa italiane stanno vivendo può essere anche occasione per i cattolici conciliari di maturare la consapevolezza che non è sufficiente la critica, opportuna e necessaria, ma è necessaria anche l'assunzione di responsabilità nella gestione della Comunità ecclesiale esercitando fino in fondo ruoli e funzioni che il Concilio ha affidato al Popolo di Dio».
Prima di questa affermazione le comunità di base, mentre esprimono «vicinanza e condivisione» verso le espressioni di «disagio divenuto disgusto» di parti notevoli del mondo cattolico, affermano di sentirsi chiamate «a riflettere sullo stato della chiesa italiana». E invitano «questo 'cattolicesimo del disagio' ad una seria riflessione sulla qualità dell'impegno intraecclesiale che non può limitarsi a elevare qualche critica occasionale verso scelte inopportune o errate delle autorità ecclesiastiche cattoliche». Per evidenziare la necessità di «prendere finalmente coscienza che, se siamo a questo punto, è perché sono arrivate al pettine le inevitabili e logiche conseguenze di una strategia pastorale orientata, scelta dopo scelta, a svuotare la Chiesa dello spirito conciliare. Non è servito impegnarsi nel sociale senza toccare se non marginalmente la struttura ecclesiastica, mentre nel dopoconcilio veniva fatto il vuoto intorno alle esperienze conciliari più vive, che spesso venivano lasciate sole a subire, una dopo l'altra, la repressione e dalle quali si prendevano le distanze».
Tutto l'impegno che riusciamo a esprimere per uscire dal pantano ritengo che vada sempre misurato con questo tema della crescita culturale della società come esigenza primaria.
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
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    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
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