mercoledì 18 settembre 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale martedì 17 settembre 2013
ACQUISTA IL PDF
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
 
Wikileaks: "Ridurre Gaza al collasso"
Un dispaccio rivela: gli Usa al corrente dei piani israeliani per la Striscia: Il governo Olmert si oppose all'invio di aiuti statunitensi ai palestinesi
di  Michele Giorgio (6 gennaio 2011)
«Nel quadro di un piano di embargo generale contro Gaza fonti governative israeliane hanno confermato in diverse occasioni l'intenzione di tenere l'economia di Gaza al limite del collasso, senza però superarlo». Così recita il testo del dispaccio inviato a Washington da un diplomatico statunitense il 3 novembre del 2008, poche settimane prima dell'inizio dell'offensiva israeliana «Piombo fuso» contro Gaza (1.400 palestinesi uccisi, tra i quali donne e bambini). A renderlo noto è stato il sito WikiLeaks, ripreso ieri dal quotidiano norvegese Aftenposten.
Il documento accredita ulteriormente la tesi(non solo palestinese) che l'assedio di Gaza attuato da Israele (e dall'Egitto) non è la risposta al lancio di razzi palestinesi verso il territorio meridionale dello Stato ebraico, ma invece un piano organico volto a tenere sotto pressione la popolazione della Striscia nel tentativo, fallimentare sino ad oggi, di allontanarla dal movimento islamico Hamas. Un «progetto» giocato sulla pelle di un milione e mezzo di abitanti di Gaza e fondato sull'ingresso ridotto al minimo possibile di merci e prodotti, anche di prima necessità. Spinto al punto estremo ma evitando un'ampia crisi umanitaria, indifendibile di fronte alla comunità internazionale.
Il documento Usa rivela che i servizi di intelligence e i politici israeliani avevano illustrato più volte il loro piano ai loro interlocutori statunitensi, spiegando che l'obiettivo era permettere all'economia di Gaza di funzionare al più basso livello possibile. Riferisce anche di pressioni americane volte a favorire un maggiore ingresso di denaro nella Striscia che però non ebbero successo a causa della resistenza del governo dell'ex premier Olmert, dell'intelligence e dei comandi militari di Israele.
Il dispaccio di WikiLeaks rivela che, poco prima che fosse lanciata «Piombo Fuso», gli Usa proposero il trasferimento a Gaza di circa 70 milioni di dollari, ma il generale israeliano Amos Gilad si oppose. Secondo un altro documento risalente al 2007, Danny Arditi, capo del «servizio antiterrorismo» del Consiglio israeliano di sicurezza nazionale, spiegò che l'obiettivo dell'embargo imposto a Gaza era danneggiare Hamas nella Striscia e guadagnare tempo in vista di un recupero di consensi da parte di Fatah, il partito del presidente dell'Anp Abu Mazen. Politiche e scelte fallimentari, inclusa la devastante offensiva «Piombo fuso», che hanno solo sfiorato il potere di Hamas e colpito duramente solo i civili di Gaza.
Israele aveva imposto il blocco economico già dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi di cinque anni fa, inasprendolo dopo la presa del potere a Gaza da parte del movimento islamico nel giugno del 2007. L'allora premier Ehud Olmert aveva giustificato questa politica affermando che non avrebbe permesso alla popolazione di Gaza una «vita normale» fino a quando i Qassam fossero continuati a cadere sul sud di Israele. L'obiettivo principale non era di sicurezza ma politico: stringere Hamas in una morsa. A pagare il conto però sono stati i civili. Qualche mese fa il quotidiano Haaretz riportò che i comandi politico-militari israeliani erano giunti al punto da calcolare il fabbisogno minimo di calorie per abitante di Gaza prima di decidere quantità e modalità dell'ingresso delle merci nella Striscia.
Tel Aviv afferma di aver ammorbidito il blocco di Gaza in seguito all'arrembaggio, avvenuto lo scorso maggio in acque territoriali, da parte di commando israeliano, delle navi della Freedom Flotilla (vennero uccisi nove civili turchi). Eppure da giugno ad oggi questo «allentamento» non ha avuto un impatto reale, come ha denunciato una coalizione di 21 agenzie e gruppi internazionali che operano in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, Oxfam, Paz Christi International, Cafod. La politica di «alleggerimento» prevedeva l'ingresso di materiali e merci «proibite» ma il premier israeliano Netanyahu, afferma la coalizione per i diritti umani, non ha rispettato gli impegni presi a giugno.
Tra questi figurava l'ingresso nella Striscia dei materiali da costruzione destinati alle agenzie dell'Onu e ai progetti finanziati dalla comunità internazionale, per permettere la ricostruzione di scuole, centri sanitari, ospedali, abitazioni private, sistemi di purificazione dell'acqua, ancora in macerie perché distrutti o danneggiati durante «Piombo fuso». Israele invece ha consentito l'import di materiali da costruzione solamente per 25 progetti di riedificazione di scuole e cliniche gestiti dall'Unrwa, che assiste i profughi palestinesi, ossia solo il 7% dell'intero piano stanziato dalla stessa agenzia per la ricostruzione di Gaza. Anche per i progetti già approvati, solo una piccola porzione dei materiali necessari ha raggiunto la Striscia.
 

A scuola di democrazia
Tra Gaza City e il campo profughi di Jabalia, il «Remedial Education center» è una scuola molto speciale. Indipendente e non dottrinaria, insegna a bambine e bambini a sviluppare senso critico e partecipazione, accettare le differenze e aprirsi al mondo, ci dice il direttore Husan Hamdouna.
A Gaza isolata «quello che più ci manca è la libertà di uscire»
di Marina Forti (14 novembre 2010)
Per molti aspetti, il Rec di Gaza è una scuola d'avanguardia: un esperimento di pedagogia fondato su principi di partecipazione e inclusione, apertura al mondo e senso critico. E questo in un contesto per lo meno difficile: il Remedial Education Centre si trova a est di Jabalia, agglomerato urbano che include una cittadina di 85mila abitanti e un campo di profughi palestinesi - quelli che nel 1948 dovettero sfollare dal territorio diventato il nuovo stato di Israele. Allora nel campo di Jabalia arrivarono 35mila profughi; oggi sono 108 mila persone, sempre nello stesso chilometro e mezzo quadrato. Quattro chilometri a sud c'è Gaza city, mezzo milione di abitanti; a nord i villaggi di Beit Hanoun o Beit Lahia, a ridosso del confine con Israele.
Da tutta questa zona così densamente popolata vengono i circa 170 allievi del Rec, dai piccoli dell'asilo nido a ragazzi di 14 e 15 anni, maschi e femmine. E c'è voluta tutta la dedizione di un piccolo gruppo di insegnanti, psicologi e operatori sociali per far crescere un simile esperimento educativo in un contesto così travagliato, fino a farne un'istituzione civile apprezzata da tutti.
«Ai nostri operatori spesso dico di ricordare la nostra infanzia», ci dice Husam Hamdouna, uno dei fondatori e oggi direttore del Rec: «Gran parte di noi non ha vissuto una vera infanzia. Ma possiamo riviverla, e recuperarla, attraverso questi bambini». Hamdouna, insieme a Jaradh Alaa, psicologo di formazione, in questi giorni è in Italia: venerdì a Roma hanno ricevuto dall'Accademia nazionale dei Lincei il premio attribuito al Rec dalla Fondazione Antonio Feltrinelli per un'opera «di eccezionale valore umanitario».
E' cominciato tutto con una lettera di accredito e 5.000 dollari di finanziamento dall'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni unite per l'assistenza ai profughi palestinesi, spiega Hamdouna. Era il 1993, verso la fine della prima Intifada, e la striscia di Gaza era sotto occupazione israeliana. In sette tra insegnanti e operatori sociali avevano presentato un progetto di sostegno educativo a bambini con difficoltà di aprendimento. «A volte si tratta di ritardi mentali più o meno gravi, a volte sono le conseguenze di traumi o difficoltà sociali. In ogni caso, la nostra idea è che per aiutare bambini con difficoltà non bisogna separarli, ma al contrario farli lavorare insieme agli altri. E questo va a vantaggio anche di quelli "normali", che imparano ad accettare le differenze. In fondo, l'educazione ai diritti umani comincia così», dice Hamdouna.
«Spesso inventiamo attività, magari parlando del cibo o delle abitudini quotidiane, per insegnare ai ragazzi che esistono altre culture, persone che parlano altre lingue, fanno cose diverse. Questo si fa nelle aule e fuori, puntiamo a promuovere la partecipazione di tutta la comunità». Parla di «community participation», di campi estivi. «Credimi: i bambini sono ricettivi, capiscono e accettano questi discorsi».
Oggi il Rec ha 62 operatori («in gran parte donne») insegnanti, assistenti sociali, psicologi, educatrici. Ha la cooperazione di gruppi italiani come Edicaid di Rimini e Salaam Ragazzi dell'Olivo di Milano; l'Unrwa a volte finanzia progetti specifici.
Per affermare il "diritto all'istruzione", dice il direttore del Rec, «non basta dire che i bambini sono iscritti a scuola. Bisogna che siano in grado di frequentare, con il sostegno necessario. Ci sono molte scuole a Gaza: quelle dell'Unrwa, quelle per i ceti sfavoriti, quelle "buone", ma noi crediamo che invece di separare per classe sociale bisogna integrare». Bisogna superare l'educazione dottrinaria impartita dalle istituzioni tradizionali come le scuole religiose, dice. Insiste sulla partecipazione: «Siamo circondati da enti per la "protezione" dei bambini, ma non è quello che ci interessa. Ovvio, i bambini vanno protetti quando sono esposti a pericoli. Ma quello che ci interessa e incoraggiare la loro capacità di partecipare, a scuola, in aula: imparare a lavorare insieme, discutere, scegliere, avere un giudizio». Per tutto questo è essenziale il rapporto con le famiglie: «Siamo riusciti a stabilire una buona cooperazione», dice Hamdouna, anche se è più facile parlare con le madri che con i padri («gli uomini sono meno capaci di cambiare, è il retaggio di una società maschile»).
Il momento più delicato della scuola, ricorda Hamdouna, è stato l'attacco dell'esercito israeliano nel dicembre 2008-gennaio 2009, l'offensiva «piombo fuso»: la scuola fu devastata, un bambino ucciso, l'asilo infantile vandalizzato. «Pensate: sulla lavagna i soldati avevano scritto "sorry ragazzi, abbiamo distrutto i vostri giocattoli. Siete nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato". Abbiamo organizzato un incontro con le famiglie per discuterne e infine chiesto di non dire ai bambini che i soldati israeliani avevano distrutto i loro giochi: per non instillargli odio e desiderio di vendetta. Non vogliamo allevare una generazione che odia».
Istruzione non dottrinaria, bambini e bambine, partecipazione, spirito critico. Ma che rapporti ha una scuola così evidentemente laica e indipendente con le autorità? In quasi 18 anni di vita il Rec è passato dal regime di occupazione israeliana alla giurisdizione dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), a quella di Hamas. «Come ong educativa, nel '97 abbiamo chiesto e ottenuto il riconoscimento giuridico all'Anp, dipartimento affari sociali e istruzione. Ci hanno chiesto però di registrarci presso i servizi di sicurezza, e abbiamo rifiutato: siamo una istituzione civile, abbiamo risposto, facciamo un lavoro professionale. Questa indipendenza ci ha permesso di passare attraverso la rottura tra Fatah e Hamas, che ha lacerato la società palestinese in modo che forse non immaginate: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto delle famiglie di entrambe le parti».
Nella società palestinese, spiega Hamdouna, stenta ad affermarsi l'idea di welfare pubblico: «Di solito sono i partiti o le moschee che provvedono assistenza alle famiglie dei propri sostenitori: coloro che non "appartengono" a un partito sono i più vulnerabili, costretti a umiliarsi andando a implorare aiuto. Noi assistiamo tutti senza differenze, pensiamo che sia dovere di un'istituzione sociale. Anche per questo siamo rispettati». La pressione dei partiti sulle ong sociali e civili è forte, ammette il direttore del Rec: «La nostra lezione è che essere indipendenti è una protezione».
Il vero problema di Gaza, conclude Hamdouna, è l'isolamento. «Ciò che davvero manca agli abitanti della Striscia è la libertà di circolare. Non poter andare a curarsi, mandare i figli a studiare, muoversi, pesa più di ogni altra cosa. Mancano molte cose: materiale sanitario negli ospedali, materiale didattico per le scuole, antiparassitari per l'agricoltura. Ma se parli di vita quotidiana, il cibo c'è e attraverso i tunnel l'essenziale arriva. Muoversi, uscire: questo è il sogno di tutti». 
 
 
Irene, la nave ebraica contro il blocco di Gaza
di Michele Giorgio (28 settembre 2010)
È attesa oggi davanti alla costa di Gaza la piccola imbarcazione a vela «Irene», nota come la «nave ebraica», che intende rompere il blocco israeliano della Striscia e portare aiuti umanitari e solidarietà alla popolazione palestinese. «La navigazione procede tranquilla, i passeggeri stanno bene e sino a questo momento non hanno visto unità della marina militare israeliana», riferiva ieri sera Miri Weingarten, la portavoce della missione navale ebraica. «L'arrivo della Irene a Gaza però non dipenderà dal vento o dalle condizioni del mare, piuttosto dalle intenzioni delle forze armate israeliane. Noi ci aspettiamo che l'imbarcazione venga bloccata e portata con la forza in un porto israeliano», ha aggiunto Weingarten. Alla nave ebraica quindi potrebbe non andare meglio delle sei navi della Freedom Flotilla dirette a Gaza, bloccate il 31 maggio in acque internazionali - in quell'occasione commando israeliani uccisero nove passeggeri della nave turca «Mavi Marmara» scatenando una grave crisi internazionale e nelle relazioni tra Tel Aviv e Ankara - e della Rachel Corrie, intercettata qualche giorno dopo. Il portavoce militare israeliano ha già descritto il viaggio della «Irene» come una «provocazione con motivazioni politiche», lasciando immaginare un nuovo intervento della Marina anche se prevedibilmente più soft rispetto a quello del 31 maggio.
Per mesi gli organizzatori di «European Jews for a Just Peace» hanno mantenuto un riserbo strettissimo sul porto da dove sarebbe partita la nave. Domenica pomeriggio è arrivato l'annuncio improvviso: il veliero «Irene» con a bordo dieci pacifisti israeliani ed ebrei oltre all'equipaggio, è salpata dal porto di Famagosta per dirigersi verso Gaza city dove ad attenderla c'è l'Ong palestinese «Gaza Community Mental Health Programme», diretta dal dottor Eyad Sarraj. Tra i partecipanti vi sono Rami Elhanan, un israeliano che ha perso la figlia in un attentato suicida a Gerusalemme nel 1997 - «Quel milione e mezzo di palestinesi di Gaza sono vittime come lo sono io» ha detto Elhanan ai giornalisti prima di salire a bordo - un sopravvissuto all'Olocausto, Reuven Moshkovitz, di 82 anni, e Carole Angier biografa di Primo Levi. A «guidare» il gruppo è Yonatan Shapira, un ex pilota di elicotteri dell'aviazione israeliana nonché uno dei refusenik più noti. A proposito del probabile arrembaggio israeliano alla "Irene", Shapira ha spiegato che i passeggeri attueranno una resistenza pacifica, non violenta. Uno degli organizzatori, Richard Kuper, ha spiegato che tra gli obiettivi della missione c'è quello di dimostrare che non tutti gli ebrei sostengono le politiche dei governi israeliani nei confronti dei palestinesi.
Per motivi non ancora resi noti la nave ebraica ha scelto di partire adesso, da sola. Pertanto non farà parte della seconda Freedom Flottiglia per Gaza, che comprenderà una decina di imbarcazioni, una delle quali italiana e che porterà il nome del giornalista del manifesto Stefano Chiariri scomparso nel 2007. Ieri rappresentanti del «Movimento per Gaza Libera» hanno annunciato durante una conferenza stampa che il nuovo convoglio pacifista partirà alla fine dell'anno dal Pireo e hanno rivolto un appello affinché Israele rispetti la legge internazionale e non usi ancora una volta la forza per bloccare le navi dirette a Gaza. La scorsa settimana un rapporto diffuso dalla commissione d'inchiesta istituita dal Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu sull'arrembaggio in mare del 31 maggio, ha riaffermato in modo netto il dovere che tutti gli Stati, senza eccezioni, hanno di rispettare il diritto internazionale. I membri della commissione hanno scritto che ci sono «prove evidenti» di comportamenti «brutali» compiuti da Israele contro gli attivisti diretti a Gaza al punto da accusare Tel Aviv Israele di «omicidio intenzionale» (dei nove turchi), nonché di «trattamenti disumani», di «gravi sofferenze» e «di ferite inferte intenzionalmente». Il governo israeliano ha seccamente respinto le conclusioni dei tre esperti dell'Onu e ha ribadito la sua posizione, ovvero che i soldati aprirono il fuoco per «legittima difesa» costretto dal comportamento «aggressivo e violento» dei passeggeri.


Hamas, la sua forza si chiama embargo
A tre anni dalla conquista del potere, malgrado il blocco israeliano gli islamisti costruiscono villaggi turistici e scommettono sul dialogo con Obama e l'Europa. Tasse più alte e impossibilità di manifestare il dissenso: il prezzo dell'assedio lo pagano i civili palestinesi
di Michele Giorgio (19 giugno 2010)
I bulldozer spianano senza sosta il terreno sabbioso, sotto lo sguardo attento dell'ingegnere Faisal che, sul bavero della giacca, ha appuntata una spilletta con la bandiera verde di Hamas. In quest'area alla periferia meridionale del capoluogo Gaza city fino a cinque anni fa sorgeva l'insediamento ebraico di Netzarim. Prima dell'evacuazione dei coloni ordinato dall'allora premier israeliano Ariel Sharon, le ruspe dell'esercito demolirono tutte le abitazioni, lasciandosi alle spalle un cumulo di macerie e detriti. «Le abbiamo portate via e qui ora sorgerà un villaggio turistico» assicura Faisal indicando l'area interessata dal progetto. «Non sarà una struttura estiva come quelle in Occidente - precisa l'ingegnere -, perché qui nella Striscia di Gaza siamo conservatori. Ma le famiglie che verranno, anche dall'estero, magari dal Golfo, potranno trascorrere giorni spensierati in un ambiente confortevole».
Giorni spensierati? Turisti dall'estero? Gli facciamo notare che Gaza è stretta nel blocco israeliano e che anche i «fratelli egiziani» danno il loro contributo all'isolamento della Striscia. «L'embargo finirà quanto prima - risponde convinto Faisal - l'intifada delle navi turche e occidentali (le imbarcazioni pacifiste che nelle ultime settimane hanno cercato di raggiungere Gaza, ndr) ha costretto Mubarak ad aprire il valico di Rafah e (il premier israeliano) Netanyahu comincia a cedere. Presto Gaza sarà libera».
L'ottimismo dell'ingegnere rappresenta bene l'umore che si respira oggi in Hamas, dai suoi vertici politici fino al vigile urbano. A tre anni dal colpo di mano che portò il movimento islamico al potere a Gaza e alla fuga, dopo alcuni giorni di combattimenti (in cui morirono circa 200 palestinesi), delle forze di sicurezza fedeli al presidente dell'Anp Abu Mazen, la struttura di governo di Hamas appare solida. Lontana da quel crollo che Israele tenta di innescare attuando il blocco totale. Anche l'offensiva sanguinosa e devastante come «Piombo fuso» (1.400 palestinesi uccisi) lanciata da Israele alle fine del 2008, proprio per abbattere il potere di Hamas, non ha raggiunto il suo scopo. Tel Aviv non lo ammetterà mai, ma il costo di tre anni di assedio di Gaza è stato pagato solo dalla popolazione civile palestinese (1,5 milioni). La Striscia è un'enorme prigione per i suoi abitanti e allo stesso tempo una roccaforte di Hamas, sempre più inespugnabile.
«Il governo di Ismail Haniyeh ha dimostrato un'ottima capacità di resistenza», spiega S. K., un reporter locale che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità, «Hamas non è una dittatura ma un potere autoritario che, quando vuole, fa uso anche della violenza per imporsi». Nel giugno 2007, prosegue il giornalista, la popolazione chiedeva il pugno di ferro, perché voleva la fine del caos che regnava da troppo tempo nelle strade. «A distanza di tre anni desidera altro», continua S. K. «la fine dell'embargo e una vita normale. I palestinesi hanno capito che Hamas non raggiungerà in breve tempo questi obiettivi, perché è isolato e boicottato da tutti, arabi e occidentali».
Il malumore è sotterraneo. In tanti lamentano non solo le tasse imposte da Hamas su numerose attività economiche e commerciali (per riempire la casse del governo) e la crescente difficoltà ad esprimere le proprie opinioni politiche e manifestare pacificamente in pubblico. Come Raed, un simpatizzante di Fatah, il movimento guidato da Abu Mazen. «Senza dubbio in Cisgiordania, dove Fatah è al potere, tanti militanti di Hamas sono stati imprigionati e questo non lo approvo - dice Raed - ma anche qui a Gaza gli oppositori vengono arrestati, specie se scendono in strada a manifestare». Secondo il Fronte popolare (Fplp, sinistra), Hamas ora è più interessato alla islamizzazione di Gaza e a conservare il potere che a proseguire la resistenza contro Israele. Uno dei leader del Fplp, Rabah Mohanna, sostiene che Hamas «sta ritornando» all'organizzazione-madre, la Fratellanza Islamica. Lo dimostrerebbero, a suo dire, i recenti provvedimenti di carattere sociale volti a rendere più «osservanti» i musulmani di Gaza.
Tuttavia questi conflitti politici si svolgono dentro la cornice dei rapporti tra le varie organizzazioni e, quindi, coinvolgono poco una popolazione povera, che deve fare i conti con una vita quotidiana fatta di privazioni. La maggioranza degli abitanti dipende dagli aiuti, non solo quelli delle agenzie umanitarie internazionali ma anche delle associazioni che fanno capo al movimento islamico. Il governo Haniyeh ha vincolato ulteriormente i palestinesi di Gaza ad Hamas inserendo negli uffici pubblici 32mila «iscritti» al movimento.
Dipendenti pubblici che hanno sostituito i 70mila della precedente amministrazione che da tre anni, per ordine del premier dell'Anp Salam Fayyad, ricevono lo stipendio da Ramallah senza lavorare. «Quelli dell'Anp mi ricattano, se torno al mio ufficio mi tagliano lo stipendio - dice Hazim Abu Samadana, impiegato fino al 2007 nella sede di Rafah del ministero dell'interno - e ci sono quelli che spiano gli ex dipendenti pubblici per impedire che in segreto passino dalla parte del governo di Hamas».
Si scopre perciò che gli errori commessi, l'offensiva israeliana «Piombo fuso», il conflitto con Fatah, l'embargo asfissiante e la chiusura (parziale) dei tunnel da parte dell'Egitto, in fondo hanno appena scalfito la complessa struttura di potere di Hamas, oggi saldamente nelle mani del leader Khaled Mashaal, a Damasco. «Il confronto tra falchi e colombe - riferisce il giornalista S. K. - si è risolto con la vittoria dei moderati guidati dal premier Haniyeh e dall'ex ministro degli esteri (Mahmud) Zahar». L'ala militare, aggiunge, «con la decisione di sospendere la resistenza armata, ha perduto una parte del suo peso e si limita ad accumulare armi».
In futuro, spiega il vice ministro Ahmed Yusef, una colomba, Hamas punterà con maggiore decisione ad aprire quel dialogo che Stati Uniti ed Europa hanno sino ad oggi rifiutato, e a riconciliarsi con Fatah. «Ma non ad ogni costo», precisa Yusef in apparente riferimento alla condizione del riconoscimento ufficiale di Israele che il Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu e Ue) hanno posto ad Hamas dopo la sua netta vittoria alle politiche palestinesi del 2006. Scrutano perciò l'orizzonte i dirigenti del movimento islamico, convinti di poter scorgere molto presto altre navi pacifiste, magari degli amici turchi, pronte a sfidare l'embargo, politico oltre che economico, e a rendere evidente il fallimento della strategia israeliana.




L'Ue: basta assedio a Gaza
Freedom Flotilla, Israele pronto a un'inchiesta «indipendente» fatta in casa. I ministri degli esteri dell'Unione: la chiusura della Striscia è inaccettabile
di Michele Giorgio (12 giugno 2010)
Basta all'assedio israeliano di Gaza. Ma in realtà è più giusto sintetizzare: stop all'embargo totale attuato da Tel Aviv dal 2007, anno della presa del potere del movimento islamico Hamas nella Striscia. È quello che chiederanno a Israele i ministri degli esteri dell'Ue, che si riuniranno lunedì per discutere della situazione di Gaza e del sanguinoso arrembaggio israeliano del 31 maggio alla «Freedom Flotilla», in cui sono stati uccisi nove cittadini turchi.
Sul caso della nave assaltata da Israele, l'Ue chiederà un'inchiesta «credibile, imparziale e indipendente» ma non necessariamente internazionale. E Tel Aviv si prepara ad annunciare la formazione di una commissione d'indagine «nazionale» con due osservatori, un europeo e uno statunitense.
L'Ue si fa promotrice di un nuovo meccanismo per facilitare l'ingresso ma anche l'uscita dei prodotti da Gaza, attraverso trasporti terrestri regolari e possibilmente anche via mare. «La politica di chiusura (di Gaza) è inaccettabile e controproducente, anche per la sicurezza di Israele» si legge nella bozza di dichiarazione finale del meeting di lunedì ottenuta dalla agenzia britannica Reuters. «L'Ue chiede un cambiamento di politica che porti a un flusso libero di aiuti umanitari, prodotti commerciali e persone» prosegue la bozza del documento. In anticipo sulla riunione di lunedì, ieri su vari giornali europei era apparso un articolo firmato dai ministri degli esteri italiano Franco Frattini, francese Bernard Kouchner e spagnolo Miguel Moratinos. I tre governanti attribuiscono la causa del blitz del 31 maggio «alla volontà intransigente (degli israeliani, ndr) di fare rispettare il blocco deciso nel 2007, dopo il colpo di Stato di Hamas contro l'Autorità palestinese (Anp), e che ne è all'origine, così come l'operazione Piombo Fuso, e la sua insopportabile sequela di sofferenza, erano state scatenate dai bombardamenti incessanti di razzi sul Sud di Israele». Frattini, Moratinos e Kouchner attribuiscono di fatto tutta la responsabilità ad Hamas mentre Israele «l'anno scorso, come nella notte tra il 30 e il 31 maggio, ha deciso di ricorrere alla forza per perseguire i suoi obiettivi politici e di sicurezza». I tre ministri affermano che occorre uscire da «questa logica», anche perché sino ad oggi non ha fatto altro che «rafforzare Hamas» e propongono un ruolo preciso per l'Ue che già dispone di una missione (Eubam) al valico di Rafah per l'ispezione dei carichi destinati a Gaza e l'avvio di un meccanismo via mare attraverso il dispiegamento di un contingente europeo a Cipro.
La strategia europea si fonda ancora sul mancato riconoscimento politico di Hamas, nonostante il movimento islamico, nel 2006, abbia vinto le elezioni legislative nei Territori occupati. Una linea che, nella sostanza, non si discosta da quella dell'Amministrazione Usa. Obama qualche giorno fa ha promesso ad Abu Mazen 400 milioni di dollari per Gaza, precisando che verranno trasferiti nelle casse dell'Anp a Ramallah.
In ogni caso sarà Israele a segnare il destino delle proposte dell'Ue. Il governo Netanyahu non ha alcun intenzione di revocare il blocco di Gaza, perché il suo vero obiettivo non è la sicurezza ma far cadere Hamas. A metà settimana l'esercito ha fatto entrare nella Striscia maggiori quantità di succhi di frutta, biscotti, spezie, marmellate e patatine fritte. «È un passo minimo - aveva commento il funzionario palestinese Raed Fattouh - ciò di cui abbiamo bisogno è che Israele sospenda il bando sui vestiti, sulla carta, il cemento e il ferro necessari per la ricostruzione di Gaza, questi sono i materiali essenziali».
E se da un lato l'Ue parla di un «flusso libero» di merci in entrata e in uscita Gaza, dall'altro non pochi si domandano chi deciderà quali prodotti potranno transitare. Israele, che nega - contraddicendo i rapporti delle agenzie internazionali - l'esistenza di una crisi umanitaria a Gaza, non rinuncerà facilmente ad avere l'ultima parola, anche perché la maggioranza della sua popolazione è favorevole a tenere soffocata Gaza. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano Ha'aretz ha rivelato che il 48% degli israeliani non ritiene necessaria la costituzione di alcuna commissione di inchiesta sull'arrembaggio della nave turca «Mavi Marmara» e il 74% pensa che i soldati abbiano agito «molto bene». Qualcuno accusa anzi l'esercito di aver avuto la mano troppo leggera con gli attivisti internazionali. «Vergogna ragazzi, ne avete uccisi troppo pochi», è la scritta apparsa su di un bus militare.

VITTORIO ARRIGONI
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
STREET POLITICS Giuseppe Acconcia
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
ANZIPARLA Giulia Siviero
freccia
  • La foto
    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
SERVIZI