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il manifesto 2013.02.01 - 11 CULTURA
SCAFFALE «La competenza semiotica» di Paolo Fabbri e Dario Mangano, edito da Carocci
La disciplina che identifica il mondo
ARTICOLO - Tiziana Migliore
ARTICOLO - Tiziana Migliore
Tiziana Migliore
Sempre di più, all'Università, le discipline confidano in manuali costruiti ad uopo, che sciorinano le basi delle teorie. Alcuni sono prontuari a direzione unica. Programmano il dovere scolastico, semplificando la vita degli studenti e di chi li scrive. Utili per poco: privi di gusto, ammesso che vengano acquistati (sorge spontaneo il desiderio della fotocopia), finiscono nel dimenticatoio.
La competenza semiotica non appartiene a questo genere. Il termine «manuale» qui è improprio, dato che il libro non ricapitola il «dover sapere» di una disciplina: autori, nozioni e approcci della «scienza dei segni». Condivide, invece, voleri e poteri: voler fare e poter fare, voler essere e poter essere. Precondizioni per riuscire, competenze, appunto. Ma riuscire in che cosa? Paolo Fabbri e Dario Mangano, curatori del volume (Carrocci), scelgono riflessioni e analisi che hanno determinato la crescita della ricerca sul senso, dalla linguistica all'antropologia alla semiotica. Attingono ai fortunati Semiotica in nuce I e II (Meltemi), a cura di Fabbri e Gianfranco Marrone, ne riprendono lo schema e lo aggiornano con nuovi saggi e una corposa introduzione di Mangano. Da queste indagini, empiriche, si estrapolano strumenti per descrivere la realtà, in ambiti diversi: politica, scienze, arti visive, design, media, letteratura... Ecco un know-how per un pubblico non settoriale, universitari, certo, allievi e docenti, ma soprattutto lettori interessati a cogliere come significa il mondo, nelle articolazioni sociali e individuali.
Avvertenze generali: nel XXI secolo non si risalga all'età prekantiana, a passo di gambero. Credere che da un lato ci sia la natura, dall'altro l'uomo, da un lato i fatti, dall'altro l'immaginazione, senza ponti di collegamento, vuol dire retrocedere all'homo sapiens, cioè a prima della nascita dei linguaggi, che sempre sono stati e sono luogo della reciproca costituzione fra essere e pensiero. È l'orizzonte di Lotman, che nel volume radicalmente osserva: «la realtà extralinguistica? È il contenuto di un'altra realtà linguistica». E un punto fermo per Saussure, che può dunque definire le accezioni del «valore»; per Hjelmslev, che spiega il rapporto tra «espressione» e «contenuto»; per Barthes e poi Eco, che interrogano, rispettivamente, l'attività strutturalista e le critiche allo strutturalismo; per Jakobson, intento a distinguere i modi della «traduzione»; per Greimas, secondo cui al problema del senso non risponde una semantica interpretativa, ma una semiotica delle forme (dell'espressione e del contenuto), con un metodo. Ciò motiva l'importanza del passaggio dal segno alla significazione, nella «svolta semiotica» indicata da Fabbri.
A queste due sezioni fondative («Senso e significazione»; «L'epistemologia strutturalista») ne seguono sei, tematiche, che mostrano gli avanzamenti della disciplina, nell'andirivieni tra regole e usi. La «narratività» - ogni intreccio di azioni e passioni, in vista di una realizzazione dei valori in gioco: dentro un romanzo, in musica, in un evento espositivo, un videogioco, uno spot... - è sistematizzata da Greimas, sulla scia dell'analisi di Lévi-Strauss della struttura del mito. Per il concetto di «enunciazione» Calabrese esplora lo sguardo in pittura, mentre Benveniste, apripista negli studi sulle istanze discorsive, offre una visione della soggettività che è cinematica, per campo e controcampo, mai limitata alla sola forma verbale. L'efficacia, più che la verità, e il carattere somatico del senso, più che quello cognitivo, guidano le riflessioni sulla «figuratività» nei linguaggi (Greimas, Courtés, Floch) e sulle dimensioni «passionale» ed «estetica» (Greimas, Pezzini, Fabbri e Sbisà, Fontanille, Marrone).
A federare questa costellazione di strumenti è l'idea che il semiologo sia un intercessore disciplinare, che, cioè, sulla perizia euristica, dialoghi con sociologi, psicologi, filosofi, e via dicendo. Essere competenti è avere un metodo in competizione con altri metodi, esposto alla verifica e alla falsificazione delle ipotesi. La «testualità», cioè la lettura di qualsiasi porzione di realtà significante, permette un confronto a carte scoperte: il testo è lì, attestato, disponibile a quanti vogliano descriverlo ulteriormente o diversamente (è il tema del saggio di Marrone, nell'ultima sezione). Un «dispositivo per disputare».
La semiotica di questo libro fa potere e volere una filosofia con i mezzi di un'analisi empirica, fondata su un metodo e su una teoria.
Sempre di più, all'Università, le discipline confidano in manuali costruiti ad uopo, che sciorinano le basi delle teorie. Alcuni sono prontuari a direzione unica. Programmano il dovere scolastico, semplificando la vita degli studenti e di chi li scrive. Utili per poco: privi di gusto, ammesso che vengano acquistati (sorge spontaneo il desiderio della fotocopia), finiscono nel dimenticatoio.
La competenza semiotica non appartiene a questo genere. Il termine «manuale» qui è improprio, dato che il libro non ricapitola il «dover sapere» di una disciplina: autori, nozioni e approcci della «scienza dei segni». Condivide, invece, voleri e poteri: voler fare e poter fare, voler essere e poter essere. Precondizioni per riuscire, competenze, appunto. Ma riuscire in che cosa? Paolo Fabbri e Dario Mangano, curatori del volume (Carrocci), scelgono riflessioni e analisi che hanno determinato la crescita della ricerca sul senso, dalla linguistica all'antropologia alla semiotica. Attingono ai fortunati Semiotica in nuce I e II (Meltemi), a cura di Fabbri e Gianfranco Marrone, ne riprendono lo schema e lo aggiornano con nuovi saggi e una corposa introduzione di Mangano. Da queste indagini, empiriche, si estrapolano strumenti per descrivere la realtà, in ambiti diversi: politica, scienze, arti visive, design, media, letteratura... Ecco un know-how per un pubblico non settoriale, universitari, certo, allievi e docenti, ma soprattutto lettori interessati a cogliere come significa il mondo, nelle articolazioni sociali e individuali.
Avvertenze generali: nel XXI secolo non si risalga all'età prekantiana, a passo di gambero. Credere che da un lato ci sia la natura, dall'altro l'uomo, da un lato i fatti, dall'altro l'immaginazione, senza ponti di collegamento, vuol dire retrocedere all'homo sapiens, cioè a prima della nascita dei linguaggi, che sempre sono stati e sono luogo della reciproca costituzione fra essere e pensiero. È l'orizzonte di Lotman, che nel volume radicalmente osserva: «la realtà extralinguistica? È il contenuto di un'altra realtà linguistica». E un punto fermo per Saussure, che può dunque definire le accezioni del «valore»; per Hjelmslev, che spiega il rapporto tra «espressione» e «contenuto»; per Barthes e poi Eco, che interrogano, rispettivamente, l'attività strutturalista e le critiche allo strutturalismo; per Jakobson, intento a distinguere i modi della «traduzione»; per Greimas, secondo cui al problema del senso non risponde una semantica interpretativa, ma una semiotica delle forme (dell'espressione e del contenuto), con un metodo. Ciò motiva l'importanza del passaggio dal segno alla significazione, nella «svolta semiotica» indicata da Fabbri.
A queste due sezioni fondative («Senso e significazione»; «L'epistemologia strutturalista») ne seguono sei, tematiche, che mostrano gli avanzamenti della disciplina, nell'andirivieni tra regole e usi. La «narratività» - ogni intreccio di azioni e passioni, in vista di una realizzazione dei valori in gioco: dentro un romanzo, in musica, in un evento espositivo, un videogioco, uno spot... - è sistematizzata da Greimas, sulla scia dell'analisi di Lévi-Strauss della struttura del mito. Per il concetto di «enunciazione» Calabrese esplora lo sguardo in pittura, mentre Benveniste, apripista negli studi sulle istanze discorsive, offre una visione della soggettività che è cinematica, per campo e controcampo, mai limitata alla sola forma verbale. L'efficacia, più che la verità, e il carattere somatico del senso, più che quello cognitivo, guidano le riflessioni sulla «figuratività» nei linguaggi (Greimas, Courtés, Floch) e sulle dimensioni «passionale» ed «estetica» (Greimas, Pezzini, Fabbri e Sbisà, Fontanille, Marrone).
A federare questa costellazione di strumenti è l'idea che il semiologo sia un intercessore disciplinare, che, cioè, sulla perizia euristica, dialoghi con sociologi, psicologi, filosofi, e via dicendo. Essere competenti è avere un metodo in competizione con altri metodi, esposto alla verifica e alla falsificazione delle ipotesi. La «testualità», cioè la lettura di qualsiasi porzione di realtà significante, permette un confronto a carte scoperte: il testo è lì, attestato, disponibile a quanti vogliano descriverlo ulteriormente o diversamente (è il tema del saggio di Marrone, nell'ultima sezione). Un «dispositivo per disputare».
La semiotica di questo libro fa potere e volere una filosofia con i mezzi di un'analisi empirica, fondata su un metodo e su una teoria.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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La malattia della velocità
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