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il manifesto 2013.02.01 - 13 VISIONI
FESTIVAL DI ROMA Salta il Cda, nessuna linea per l'edizione 2013
L' orizzonte del cinema, le polemiche della politica
ARTICOLO
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Zingaretti: «Ha tradito il suo obiettivo, se non cambia perché mantenerlo?»
ROMA
Massimo Ghini, responsabile della cultura del Pd Lazio ha lanciato ieri la proposta: perché non trasferire il festival del cinema di Roma, e quello della fiction dall'Auditorium ai nuovi Studios di Cinecittà? Prima di una nuova sede, però, il festival del cinema sembra avere urgente bisogno di risposte strutturali sull'immediato futuro. La riunione del Cda, prevista per l'altro giorno, in cui si dovevano mettere a punto le linee per la prossima edizione, è andata a vuoto. E non c'è da stupirsi visto che tutti i suoi soci sono in posizioni abbastanza incerte: il rappresentante della Regione Lazio è dimissionario, quello della Provincia risponde a un commissario, quello del Comune ha tre mesi davanti prima delle elezioni, e perfino la Camera di Commercio dovrebbe rinnovare i suoi vertici la prossima primavera. Il risultato è che il festival non ha ancora approvato il bilancio del 2012, non si sa nulla sul presunto «buco» (690mila euro) sui fondi promessi dal Comune, venuto alla luce un paio di mesi fa, e ovviamente le linee per l'edizione 2013 sono nel buio più assoluto.
Si dice che per la prossima edizione il festival sarà costretto a fare dei tagli, qualcuno afferma che potrebbero essere eliminate intere sezioni come la neonata CineMaxxi, voluta dalla direzione Müller e dedicata al cinema più di ricerca e sperimentale. Mentre rimane anche senza risposta la questione del personale della struttura festivaliera a cui sono stati proposti contratti di solidarietà per pochi mesi.
A rendere le cose ancora più incerte è arrivata la dichiarazione del candidato governatore (per il centrosinistra) alla Regione Lazio Nicola Zingaretti. «Il Festival del cinema? Se non cambia, non so se mantenerlo. Sono stato zitto perché non mi piace fare polemiche ma penso che quel festival abbia iniziato a tradire l'idea da cui era nato: un evento popolare con l'obiettivo di promuovere il cinema tra le persone».
Nessuno commento dal direttore Marco Müller che sembra essere il primo bersaglio, seppure taciuto, dei malumori. La sua prima edizione forse non ha funzionato, è arrivata dopo mesi di litigi, attacchi, feroci polemiche con altri festival, primo tra tutti quello di Torino che hanno esasperato le posizioni (francamente le violente critiche sono apparse un po' fuori misura) e si sono trasformati a ogni passaggio in una questione politica. È il «peccato originale» di questo festival, che ha contagiato anche altri (quanto è stata «politica» la nomina di Paolo Virzì alla direzione del festival di Torino?) e che come vediamo anche adesso ne regola il funzionamento.
È vero, la prima edizione di Muller ha forse deluso le (troppe) attese, e mancato le molte (sue) promesse, ragionando più in termini da «addetti ai lavori» che per arrivare finalmente all'alchimia necessaria per il suo successo. Ma dalla nascita il festival di Roma non è stato il festival della città, qualcosa indubbiamente se si pensa a eventi metropolitani come la Berlinale, il festival di Rotterdam o il London film festival, non ha funzionato. Molto si deve alla logica dell'evento, che concentra tutto in un unico momento preoccupandosi molto dei tappeti rossi sottovalutando invece l'importanza di un lavoro costante nella metropoli sotto altre forme e in diverse sedi. Müller però non c'entra, diciamo che il festival ha scontato anche qui una idea culturale della politica che pian piano ha estromesso tutto il resto rincorrendo un'idea di «popolare» molto confusa e un po' distorta. Chissà se si riuscirà a ripartire senza pregiudizi?
Massimo Ghini, responsabile della cultura del Pd Lazio ha lanciato ieri la proposta: perché non trasferire il festival del cinema di Roma, e quello della fiction dall'Auditorium ai nuovi Studios di Cinecittà? Prima di una nuova sede, però, il festival del cinema sembra avere urgente bisogno di risposte strutturali sull'immediato futuro. La riunione del Cda, prevista per l'altro giorno, in cui si dovevano mettere a punto le linee per la prossima edizione, è andata a vuoto. E non c'è da stupirsi visto che tutti i suoi soci sono in posizioni abbastanza incerte: il rappresentante della Regione Lazio è dimissionario, quello della Provincia risponde a un commissario, quello del Comune ha tre mesi davanti prima delle elezioni, e perfino la Camera di Commercio dovrebbe rinnovare i suoi vertici la prossima primavera. Il risultato è che il festival non ha ancora approvato il bilancio del 2012, non si sa nulla sul presunto «buco» (690mila euro) sui fondi promessi dal Comune, venuto alla luce un paio di mesi fa, e ovviamente le linee per l'edizione 2013 sono nel buio più assoluto.
Si dice che per la prossima edizione il festival sarà costretto a fare dei tagli, qualcuno afferma che potrebbero essere eliminate intere sezioni come la neonata CineMaxxi, voluta dalla direzione Müller e dedicata al cinema più di ricerca e sperimentale. Mentre rimane anche senza risposta la questione del personale della struttura festivaliera a cui sono stati proposti contratti di solidarietà per pochi mesi.
A rendere le cose ancora più incerte è arrivata la dichiarazione del candidato governatore (per il centrosinistra) alla Regione Lazio Nicola Zingaretti. «Il Festival del cinema? Se non cambia, non so se mantenerlo. Sono stato zitto perché non mi piace fare polemiche ma penso che quel festival abbia iniziato a tradire l'idea da cui era nato: un evento popolare con l'obiettivo di promuovere il cinema tra le persone».
Nessuno commento dal direttore Marco Müller che sembra essere il primo bersaglio, seppure taciuto, dei malumori. La sua prima edizione forse non ha funzionato, è arrivata dopo mesi di litigi, attacchi, feroci polemiche con altri festival, primo tra tutti quello di Torino che hanno esasperato le posizioni (francamente le violente critiche sono apparse un po' fuori misura) e si sono trasformati a ogni passaggio in una questione politica. È il «peccato originale» di questo festival, che ha contagiato anche altri (quanto è stata «politica» la nomina di Paolo Virzì alla direzione del festival di Torino?) e che come vediamo anche adesso ne regola il funzionamento.
È vero, la prima edizione di Muller ha forse deluso le (troppe) attese, e mancato le molte (sue) promesse, ragionando più in termini da «addetti ai lavori» che per arrivare finalmente all'alchimia necessaria per il suo successo. Ma dalla nascita il festival di Roma non è stato il festival della città, qualcosa indubbiamente se si pensa a eventi metropolitani come la Berlinale, il festival di Rotterdam o il London film festival, non ha funzionato. Molto si deve alla logica dell'evento, che concentra tutto in un unico momento preoccupandosi molto dei tappeti rossi sottovalutando invece l'importanza di un lavoro costante nella metropoli sotto altre forme e in diverse sedi. Müller però non c'entra, diciamo che il festival ha scontato anche qui una idea culturale della politica che pian piano ha estromesso tutto il resto rincorrendo un'idea di «popolare» molto confusa e un po' distorta. Chissà se si riuscirà a ripartire senza pregiudizi?
Foto: UN'IMMAGINE DALLA FESTA DEL CINEMA 2012
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