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il manifesto 2013.02.02 - 02 LA PAGINA 3
INTERCETTAZIONI, L'EX MAGISTRATO TORNA ALLA CARICA
La sentenza? Sconfitta della Costituzione
ARTICOLO
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«Così è stato incrementato lo statuto delle prerogative del capo dello stato»
«È stata una sconfitta della Costituzione repubblicana e dell'equilibro fra i poteri, perché è stato incrementato lo statuto delle prerogative del Capo dello Stato a discapito del potere giudiziario». Di buon mattino Antonio Ingroia, ospite di Omnibus su La7, è tornato a commentare con toni apocalittici la sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale nei confronti della procura di Palermo nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Sentenza che ha imposto di distruggere le intercettazioni in cui sono state registrate le conversazioni del presidente Napolitano.
Sull'argomento nei mesi scorsi il leader di Rivoluzione civile non aveva perso occasione di attaccare il Colle e la Consulta. Già allora aveva parlato di «sentenza politica» sollevando le critiche anche dell'Anm e del Csm, e ieri è tornato alla carica. «Sul conflitto di attribuzione la Consulta mi ha dato torto, ma io avevo ragione», ha insistito l'ex procuratore aggiunto di Palermo cercando una sponda in Gustavo Zagrebelsky, il suo candidato ideale al Quirinale, «ma lui non lo sa». «Prima ancora della sentenza - ricorda Ingroia - lui disse che dovendo applicare la legge bisognerebbe dare ragione alla procura di Palermo e che se darà invece ragione al presidente della Repubblica è perché non può, per ragioni politiche». «È stata quindi una sentenza politica?», lo incalzano dallo studio. Ingroia precisa: «Non la ritengo una sentenza politica come direbbe Berlusconi, però ogni interpretazione del diritto e della Costituzione ha un suo tasso di politicità. In questo caso, non c'è dubbio, e lo sostengono tanti giuristi, il codice di procedura penale prevedeva la procedura seguita dalla procura di Palermo, la Corte costituzionale ha ritenuto che si dovesse seguirne un'altra e tra le due opzioni è prevalsa la scelta, tra virgolette politica, di circondare il Capo dello Stato di maggiori garanzie di quanto era previsto fino a prima della sentenza». Per poi concludere: «La rispetto, ma ritengo impropria la scelta della Corte di prendere questa decisione in sede di conflitto di attribuzione».
Sull'argomento nei mesi scorsi il leader di Rivoluzione civile non aveva perso occasione di attaccare il Colle e la Consulta. Già allora aveva parlato di «sentenza politica» sollevando le critiche anche dell'Anm e del Csm, e ieri è tornato alla carica. «Sul conflitto di attribuzione la Consulta mi ha dato torto, ma io avevo ragione», ha insistito l'ex procuratore aggiunto di Palermo cercando una sponda in Gustavo Zagrebelsky, il suo candidato ideale al Quirinale, «ma lui non lo sa». «Prima ancora della sentenza - ricorda Ingroia - lui disse che dovendo applicare la legge bisognerebbe dare ragione alla procura di Palermo e che se darà invece ragione al presidente della Repubblica è perché non può, per ragioni politiche». «È stata quindi una sentenza politica?», lo incalzano dallo studio. Ingroia precisa: «Non la ritengo una sentenza politica come direbbe Berlusconi, però ogni interpretazione del diritto e della Costituzione ha un suo tasso di politicità. In questo caso, non c'è dubbio, e lo sostengono tanti giuristi, il codice di procedura penale prevedeva la procedura seguita dalla procura di Palermo, la Corte costituzionale ha ritenuto che si dovesse seguirne un'altra e tra le due opzioni è prevalsa la scelta, tra virgolette politica, di circondare il Capo dello Stato di maggiori garanzie di quanto era previsto fino a prima della sentenza». Per poi concludere: «La rispetto, ma ritengo impropria la scelta della Corte di prendere questa decisione in sede di conflitto di attribuzione».
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