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il manifesto 2013.02.02 - 03 LA PAGINA 3
Partito democraticoL'atteso bagno di folla per il candidato premier e il sindaco: «Non farò la fine di Prodi, non manderemo a casa il governo di centrosinistra» BERSANI-RENZI Lo show di Firenze per risalire nei sondaggi
Pd, fratelli coltelli
ARTICOLO - Andrea Fabozzi FIRENZE
ARTICOLO - Andrea Fabozzi FIRENZE
FIRENZE
La prima e l'ultima. Non ci saranno altre occasioni insieme. Per avere Renzi Bersani è venuto a Firenze, nel vecchio e non grandissimo Palatenda (oggi Obi hall). Pieno, ma il sindaco in campagna elettorale per le primarie ha riempito anche il Palasport. Si abbracciano e si festeggiano, mentre parlano gli staff twittano reciproco affetto. Dagli applausi si capisce che i rapporti di popolarità tra i due sono rimasti quelli delle primarie, quando Renzi in città prese cinquemilacinquecento voti in più. Adesso ha apparecchiato una accoglienza garbata, con tanto di regali, però accade che mentre Bersani parla da fuori arriva l'eco di una contestazione, e non è bello. Il segretario la sente e si scoccia assai. Poi si scopre che ce l'avevano con Renzi: sono i dipendenti comunali.
Comincia il sindaco ed è in maniche di camicia. Non rinuncia a qualche stoccata che Bersani incassa ridendo a denti stretti. L'omaggio per l'ospite è la statuetta del Marzocco, un leone - «adesso - dice Renzi - vedo che puoi sbranarli tutti. Tu sì che sei sobrio, non come me che avevo esagerato parlando di rottamazione...». Il ragazzo non dimentica. Ha organizzato una proiezione di diapositive per accompagnare il suo discorso. Un po' una Leopolda, più piccola, ma allo stile non rinuncia. Sorprende quando dice che l'Italia più giusta è rappresentata da Balotelli. Contropiede alla propaganda berlusconiana, Balotelli che abbraccia la mamma è la foto simbolo della campagna per la cittadinanza. E poi il Duomo, Palazzo Vecchio, il Teatro della Pergola e tutte le bellezze fiorentine. Perché Renzi da socio della "ditta" si è già trasformato in interlocutore. Esigente. Presenta Bersani come «il prossimo presidente del consiglio», e giù scongiuri e già parte con le richieste di attenzione, da sindaco. «Ti verrò a cercare», dice. Autoironico: «Abbiamo una certa esperienza nel rintracciare il premier anche in luoghi non istituzionali». La corsa ad Arcore esorcizzata con una risata. «Adesso non esistono renziani e bersaniani», promette. Ma sembra solo un rinvio. Perché «agli amici che mi hanno votato e che ci sono rimasti male» dedica l'immagine di un castello tra le nuvole. «Dobbiamo costruire le fondamenta nel partito». Il futuro gli appartiene, insomma; e «a quelli che non ci hanno votato» dice: «smettetela di aver paura di noi».
Bersani si toglie la giacca. «È il primo omaggio a Matteo», esordisce. Ma il sindaco è già scivolato lontano, in platea. Un po' gli lascia tutto il palco, un po' evita la foto del segretario che parla e lui ad ascoltarlo. La propaganda Pd li voleva come i Blues Brothers. Ma questo non è un two men show, è la somma di due comizi, dove il primo prende più applausi. E forse ce l'ha un po' con lui Bersani quando fa un lungo discorso sui pericoli della personalizzazione. «È il meccanismo demagogico populistico che ci ha portato qui. Il berlusconismo non Berlusconi. Io non faccio campagna per me, non ho messo il nome nel simbolo. Dopo di me ci sarà il Pd per cinquant'anni». Il resto è dedicato a Monti. «Battuta veramente infelice quella sul 1921. Non sa chi siamo». E poi gli esodati «non ho letto nemmeno la parola nell'Agenda». E il Monte dei Paschi, certo. Renzi non l'ha aiutato. «Bisognerà parlare del rapporto tra finanza e politica - ha detto, facendo apparire sul grande schermo un fiorino - ma questo naturalmente lo farà Pier Luigi».
E Pier Luigi si rimette all'attacco. Non solo sbrana, ma querela. «È già tutto in mano agli avvocati». Il problema col Monte, assicura, è stato «un eccesso di localismo». «Noi non accettiamo lezioni da chi ha tolto il falso in bilancio che rimetteremo il primo giorno di governo». La commissione di inchiesta, dice, la chiediamo noi «ma sui derivati». Generale. L'applauso non è troppo convinto.
Ma parte la musica ed è quella dei Blues Brothers. Everybody Needs Somebody to Love. Tutti hanno bisogno di qualcuno da amare. Renzi torna su e tornano gli abbracci, qualche mezzo passo a ritmo. Bersani tira fuori anche un paio di occhiali neri. Glieli hanno dati, li infila. Ma Renzi no, non lo segue. E il segretario, timido, spiazzato, li mette via.
La prima e l'ultima. Non ci saranno altre occasioni insieme. Per avere Renzi Bersani è venuto a Firenze, nel vecchio e non grandissimo Palatenda (oggi Obi hall). Pieno, ma il sindaco in campagna elettorale per le primarie ha riempito anche il Palasport. Si abbracciano e si festeggiano, mentre parlano gli staff twittano reciproco affetto. Dagli applausi si capisce che i rapporti di popolarità tra i due sono rimasti quelli delle primarie, quando Renzi in città prese cinquemilacinquecento voti in più. Adesso ha apparecchiato una accoglienza garbata, con tanto di regali, però accade che mentre Bersani parla da fuori arriva l'eco di una contestazione, e non è bello. Il segretario la sente e si scoccia assai. Poi si scopre che ce l'avevano con Renzi: sono i dipendenti comunali.
Comincia il sindaco ed è in maniche di camicia. Non rinuncia a qualche stoccata che Bersani incassa ridendo a denti stretti. L'omaggio per l'ospite è la statuetta del Marzocco, un leone - «adesso - dice Renzi - vedo che puoi sbranarli tutti. Tu sì che sei sobrio, non come me che avevo esagerato parlando di rottamazione...». Il ragazzo non dimentica. Ha organizzato una proiezione di diapositive per accompagnare il suo discorso. Un po' una Leopolda, più piccola, ma allo stile non rinuncia. Sorprende quando dice che l'Italia più giusta è rappresentata da Balotelli. Contropiede alla propaganda berlusconiana, Balotelli che abbraccia la mamma è la foto simbolo della campagna per la cittadinanza. E poi il Duomo, Palazzo Vecchio, il Teatro della Pergola e tutte le bellezze fiorentine. Perché Renzi da socio della "ditta" si è già trasformato in interlocutore. Esigente. Presenta Bersani come «il prossimo presidente del consiglio», e giù scongiuri e già parte con le richieste di attenzione, da sindaco. «Ti verrò a cercare», dice. Autoironico: «Abbiamo una certa esperienza nel rintracciare il premier anche in luoghi non istituzionali». La corsa ad Arcore esorcizzata con una risata. «Adesso non esistono renziani e bersaniani», promette. Ma sembra solo un rinvio. Perché «agli amici che mi hanno votato e che ci sono rimasti male» dedica l'immagine di un castello tra le nuvole. «Dobbiamo costruire le fondamenta nel partito». Il futuro gli appartiene, insomma; e «a quelli che non ci hanno votato» dice: «smettetela di aver paura di noi».
Bersani si toglie la giacca. «È il primo omaggio a Matteo», esordisce. Ma il sindaco è già scivolato lontano, in platea. Un po' gli lascia tutto il palco, un po' evita la foto del segretario che parla e lui ad ascoltarlo. La propaganda Pd li voleva come i Blues Brothers. Ma questo non è un two men show, è la somma di due comizi, dove il primo prende più applausi. E forse ce l'ha un po' con lui Bersani quando fa un lungo discorso sui pericoli della personalizzazione. «È il meccanismo demagogico populistico che ci ha portato qui. Il berlusconismo non Berlusconi. Io non faccio campagna per me, non ho messo il nome nel simbolo. Dopo di me ci sarà il Pd per cinquant'anni». Il resto è dedicato a Monti. «Battuta veramente infelice quella sul 1921. Non sa chi siamo». E poi gli esodati «non ho letto nemmeno la parola nell'Agenda». E il Monte dei Paschi, certo. Renzi non l'ha aiutato. «Bisognerà parlare del rapporto tra finanza e politica - ha detto, facendo apparire sul grande schermo un fiorino - ma questo naturalmente lo farà Pier Luigi».
E Pier Luigi si rimette all'attacco. Non solo sbrana, ma querela. «È già tutto in mano agli avvocati». Il problema col Monte, assicura, è stato «un eccesso di localismo». «Noi non accettiamo lezioni da chi ha tolto il falso in bilancio che rimetteremo il primo giorno di governo». La commissione di inchiesta, dice, la chiediamo noi «ma sui derivati». Generale. L'applauso non è troppo convinto.
Ma parte la musica ed è quella dei Blues Brothers. Everybody Needs Somebody to Love. Tutti hanno bisogno di qualcuno da amare. Renzi torna su e tornano gli abbracci, qualche mezzo passo a ritmo. Bersani tira fuori anche un paio di occhiali neri. Glieli hanno dati, li infila. Ma Renzi no, non lo segue. E il segretario, timido, spiazzato, li mette via.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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