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il manifesto 2013.02.02 - 14 LETTERE
 
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ARTICOLO

ARTICOLO
Cara Umberta,
l'editoriale di giovedì scorso non invitava all'astensione dal voto ma esortava la sinistra tutta - incluso «il manifesto» - a essere all'altezza della posta in gioco in queste elezioni, senza indulgere ancora nello «spettacolo distruttivo delle nostre divisioni». È un auspicio che rivolgiamo anche a noi stessi, visti gli ultimi tempi.
Ti ringraziamo per la tua lettera e per la voglia di abbonarti a questo giornale.
Le tue domande sono molto sensate: di chi è adesso «il manifesto»? Dove vanno a finire i soldi degli abbonamenti? Come farete ad andare avanti? Proviamo a dare una risposta.
Dal 1 gennaio questo giornale è edito da una cooperativa «pura», di giornalisti e poligrafici, formata dalla stragrande maggioranza dei dipendenti della cooperativa finita in liquidazione il 31 dicembre. Il manifesto è una tenace miscela di «vecchio» e di «nuovo»: una «nuova» cooperativa che pubblica un «vecchio» giornale. Fin dagli anni '90 la testata è proprietà della «manifesto spa», la cui maggioranza delle quote (circa il 78%) oggi è in mano ai commissari liquidatori ed è in vendita. Così, dopo lo «sfratto» causato dalla liquidazione coatta amministrativa, ci troviamo nella curiosa situazione di essere «in affitto» a casa nostra.
Ai fini della pubblicazione non ha importanza, perché a tutti gli effetti siamo noi gli unici editori del giornale. Non ci sono padroni occulti né controllori né soci in sonno. Onori e oneri del giornale ricadono interamente sulla nostra testa e sulle nostre tasche. Dal 1 gennaio i soldi di abbonamenti, vendite e sottoscrizioni vanno di nuovo sul conto corrente della cooperativa presso banca Etica. A differenza del passato, però, quelle entrate non servono più a pagare i debiti accumulati ma a costruire il futuro del giornale, dal nuovo formato al quotidiano su iPad, dal sito a tutto il resto.
Non c'è nessuna bacchetta magica (magari). La nostra bacchetta magica siete voi. Per la prima volta non abbiamo debiti bancari, rimasti in capo alla vecchia cooperativa. Possiamo perfino, con molta moderazione, immaginare investimenti che avevamo in testa da tempo ma che purtroppo sono mancati per molti anni a causa dei debiti pregressi.
Per questi motivi abbonarsi, comprarci in edicola e sostenerci è ancora più importante che in passato: non più per evitare la chiusura del giornale ma per mettere su insieme, mattone dopo mattone, una "casa" più solida, più radicale e più resistente di prima.
Non possiamo prevedere il futuro. Le difficoltà di questa nuova impresa comune non mancano. Siamo arrivati fin qui facendo sacrifici pesantissimi su tutto. A cominciare dall'organico: circa un terzo dei lavoratori del «manifesto» non è più qui e rimarrà in cassa integrazione fino a giugno del 2014. Chi è rimasto sa che dovrà lavorare il doppio e senza garanzia di riuscita. Nel primo mese di vita, però, vediamo segnali incoraggianti: le vendite tengono e anzi il nuovo formato lanciato il 29 gennaio sembra aver raccolto subito un consenso significativo. Gli abbonamenti postali e digitali sono già diverse migliaia.
A fine anno non sapevamo se il 2 gennaio saremmo stati ancora in edicola. Né se avremmo avuto ancora la carta per stampare. Oggi siamo qui. E non solo non "molliamo" ma rilanciamo: presto faremo una proposta pubblica di acquisto della testata. Perché se la proprietà privata è un furto, quella del «manifesto» lo è anche di più.
matteo bartocci Texas, forse Larry vivrà!
Il Comitato Paul Rougeau è lietissimo di comunicare il rinvio sine die dell'esecuzione di Larry Swearingen, prevista in Texas il 27 febbraio prossimo. Il Comitato è nato nel 1992 come risposta a un appello pubblicato sul manifesto e scritto da Paul Rougeau, condannato a morte in Texas. Da allora segue a distanza vari detenuti, sia con gli scambi epistolari, sia contribuendo alle spese processuali volte a scagionarli. Il nostro amico Larry, nel braccio della morte in Texas da molti anni, prima d'ora già altre tre volte ha dovuto patire lo strazio di vedere la data della morte avvicinarsi, prima di essere salvato, in extremis e fortunosamente, dai suoi avvocati. Riassumiamo la vicenda perché emblematica del modo di procedere della giustizia Usa. Il giudice Fred Edwards della Nona Corte Distrettuale del Texas, che aveva pronunciato la condanna a morte di Larry Swearingen nel 2000, si è sempre dimostrato ostile e prevenuto nei riguardi del condannato. In seguito aveva respinto ogni tentativo di riaprire il caso di Larry. Senonché, con le ultime elezioni tenutesi a novembre, il giudice Edwards è stato sostituto dal giudice Kelly Case che ha voluto approfondire la vicenda di Larry Swearingen. Case ha ascoltato i legali di Larry che chiedevano la sospensione dell'esecuzione fissata da Edwards, in modo da far eseguire con imparzialità e con il dovuto approfondimento dei test del Dna su una mezza dozzina di reperti. Test che potrebbero confermare l'innocenza di Larry. Al termine dell'udienza Kelly Case ha annullato la data di esecuzione del 27 febbraio fissata per Larry, per consentire l'effettuazione dei test del Dna. Non solo, ha anche rifiutato di fissare una nuova data per agosto come richiesto dall'accusa.
Adesso si spera in non troppo improbabili ulteriori svolte positive in questo caso che sembrava ormai disperato. Svolte prodotte dall'ottimo lavoro dell'avvocato difensore James Rytting e degli avvocati dell'Innocence Project di New York che lo affiancano: i legali stanno lavorando su diversi ricorsi sia a livello statale che federale. Tanti innocenti (e tanti colpevoli) purtroppo sono stati uccisi dal boia di stato nel paese che si considera faro di democrazia. Se la vicenda di Larry si concluderà positivamente, sarà comunque una conferma che negli Usa la pena di morte cade qua e là a caso, come la pioggia. Un modo davvero civile, progredito e democratico di amministrare la giustizia.
Giuseppe Lodoli, Marinella Correggia, Comitato Paul Rougeau
Gentile Arianna Di Genova,
Nel ringraziarla per la preziosa attestazione di stima da Lei riservata all'istituzione che dirigo, mi preme segnalare un'incongruenza che compare nell'articolo a sua firma pubblicato il 31 gennaio u.s. nel quale la produzione della retrospettiva «Ana Mendieta. She Got Love» viene erroneamente attribuita ad esterni mentre la medesima è stata interamente ideata e prodotta dal Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea e realizzata grazie al contributo della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, con il supporto tecnico di Kuhn & Bülow Insurance Broker, Berlino e la media partnership de La Stampa. Ciò premesso, tengo inoltre a precisare che l'attività del Museo, ivi compresa quella del Dipartimento Educazione rivolta alle diverse fasce di pubblico, prosegue senza sosta nonostante il perdurare delle oggettive e preoccupanti difficoltà finanziarie e di sistema. Un cordiale saluto,
Beatrice Merz, direttore
 
[stampa]
 
 
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah.  Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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sabato 15 diceMbre
 
La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
 
 
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