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il manifesto 2013.02.02 - 16 STORIE
l'intervista
Una diva NELL A GIU NGLA
ARTICOLO - Cristina Piccino PARIGI
ARTICOLO - Cristina Piccino PARIGI
Isabelle Huppert, musa di registi come Haneke, Schroeter e Chabrol. In Italia, sta per uscire «Captive» di Brillante Mendoza, girato nelle Filippine. «Il cinema? Appartiene al mondo»
PARIGI
Minuta, quasi senza trucco, un'eleganza classica che diventa stile: Isabelle Huppert è una diva. Musa di tanti registi, da Claude Chabrol a Michael Haneke, è una delle attrici più amate e ammirante nel mondo. Ha talento, una personalità fortissima, e soprattutto ama rischiare. I suoi personaggi formano tutti insieme un caleidoscopio del femminile, e anche se alcune sfumature di donna le appartengono per definizione nessuno è mai uguale a sé stesso.
Tormentata, nevrotica, ossessiva, ostinata. Fragile dietro alla durezza esibita, segreta, in bilico su un baratro che può risucchiarla. Ma anche autoironica, capace di commedia - pensiamo a Otto donne di François Ozon o a Home di Ursula Meier: la variazione, pure se minuscola, impegna ogni muscolo del suo corpo.
Recitare diviene parte della sua vita quando è ancora una bambina, il teatro che continua a fare, tra poco sarà sul palcoscenico in Australia insieme a Cate Blanchett nelle Serve di Genet. E poi il cinema. Ha un viso strano, chiuso, che non concede sorrisi tra le lentiggini quella ragazzina che appare sugli schermi nei film di Robbe-Grillet (Spostamenti progressivi del piacere, 74), e Bertrand Tavernier (Il giudice e l'assassino). È piccolina, diafana, eppure non ha paura di camminare sul crinale della follia, delle paure più segrete di una ragazza come accade in La merlettaia di Claude Goretta, il film che la fa conoscere al mondo. Da allora Isabelle Huppert non si è fermata più. Musa per i maestri del cinema fuoriclasse come Werner Schroeter, per i giovani talenti del cinema francese come Christoph Honoré, gira il mondo, affronta l'Asia di Rithy Pahn e Marguerite Duras (Una diga sul Pacifico), in Corea gioca e con Hong Sang-soo nel geniale In Another Country.
Potrebbe anche essere il titolo della sua filmografia, «in un altro paese», perché lei, Huppert, è sempre alla ricerca di nuove sfide. È speciale per questo, infatti, per la voglia di mettersi in gioco, di spiazzare, di provare sempre strade diverse, che l'hanno portata anche sul set del più indipendente dei nostri registi, Tonino De Bernardi (Medea miracle).
«Scelgo i miei film perché mi piace come lavora un regista, per la sua libertà artistica. Dico no a tutto quello che non mi convince anche soltanto una frase, un dettaglio».
Captive si ispira a un fatto di cronaca, i rapimenti di turisti da parte di gruppi islamici e indipendentisti nelle Filippine. Il regista, Brillante Mendoza, è uno dei nomi di punta delle nuove onde del cinema filippino che hanno conquistato mercati e platee mondiali.
«Ho conosciuto Brillante Mendoza al festival di Cannes, è un regista che mi è subito piaciuto molto. Fa un cinema che non somiglia a niente, totalmente libero, si muove in un caos che solo lui riesce a controllare. Anche sulla lavorazione di Captive le cose sono andate in questo modo. Avevamo una sceneggiatura ma la scommessa per lui era di trasformarla sul set», racconta Huppert nell'incontro parigino. Gentile, molto professionale, la capacità di controllare ogni parola.
«Captive» è stato girato nella giungla in condizioni di lavoro particolarmente dure e difficili. Ha mai avuto momenti di stanchezza, di panico?
Sul set non ho mai paura, è nella vita «vera» che mi spaventa tutto. Quando lavoro dimentico la paura, la potenza del cinema prende il sopravvento sul resto, mi cattura completamente. È vero, la lavorazione di Captive è stata molto faticosa, ma era una durezza necessaria a dare vita ai nostri personaggi, un gruppo di ostaggi rapiti e costretti a marciare insieme ai rapitori per un anno affrontando stanchezza, fame, paura, con l'angoscia di non sapere se i governi stanno tentando di salvarti o no. Insieme a me c'erano molti altri attori bravissimi, tra cui Rustica Carpio, che è una star nelle Filippine. Lei era molto coraggiosa, la sua presenza è stata una continua spinta anche per me.
Il suo personaggio in «Captive» è quella di una volontaria religiosa che si trova all'improvviso catapultata tra gli altri. Si è ispirata a qualcuno in particolare?
Ho pensato a Ingrid de Betancourt, avevo letto il suo libro un po' per caso, che rende in modo molto preciso quella sensazione di perdita di riferimenti, di essere in balia a decisioni brutali, in un movimento continuo. E la reazione alla natura che spesso è spaventosa.
Chabrol, Haneke, Ferreri, Godard, i Taviani, Cimino, Ozon, Chéreau, Doillon... Il cinema d'autore non solo francese sembra essere indissolubilemente legato alla sua presenza.
Un attore va verso chi lo ama, e ognuno di questi registi è venuto verso di me. Ho avuto la fortuna di essere chiamata da grandi registi, e di fare incontri molto importanti. Penso a Bob Wilson (con cui ha lavorato in Quartett, ndr), se non lo avessi conosciuto non avrei mai fatto una serie di scelte. Haneke mi ha cercata perché voleva che lavorassi in Funny Games ma io ho rifiutato, la violenza del film mi sembrava insopportabile. Qualche anno dopo è arrivato con La Pianista, e lì ho sentio immediatemente di essere pronta a quel ruolo.
Con «Amour» Haneke è in corsa agli Oscar.
Spero che vinca. Sono davvero fiera di essere parte del lavoro di regista così straordinario.
Diceva che nella vita ha paura di tutto. Eppure la sua immagine è quella di una persona molto risoluta.
Forse perché mi è sempre sembrato normale essere sovrastata dalle mie angosce. Da ragazza poteva succedermi di non riuscire a entrare in un ristorante o di rimanere tre giorni chiusa nella stanza d'albergo perché avevo il terrore della gente, eppure già da allora ero certa che il cinema, recitare, avrebbero trasformato questa mia inadeguetezza alla vita in qualcosa di interessante. E infatti le ho riversate nei miei primi personaggi, penso alla Merlettaia di Goretta, che è costruita sul contrario di quanto ci si è aspetta da una giovane attrice esordiente, che gioca di più col corpo, con una certa idea di seduzione femminile. Credo che si può essere attrici soltanto a patto di uscire da se stessi abbandonandosi interamente al potere dell'immaginazione.
Sua figlia, Lolita Chammah, è anche lei attrice. Come ha preso la sua scelta?
Abbiamo anche lavorato insieme nel ruolo di madre e figlia in un film di Marc Fitoussi, Copacabana. Ma il nostro rapporto è un po' diverso.
In Italia di recente ha partecipato all'ultimo film di Marco Bellocchio, «Bella Addormentata».
L'ho molto amato, ma purtroppo a parte questo non ho visto film italiani quest'anno. Dovevo lavorare con David Gordon Green nel remake di Suspiria, che ora non so se si farà.
Le capita mai di rivedere i suoi film?
È strano, mi viene fatta spesso questa domanda, chissà perché si pensa che un attore si guardi di continuo. No, invece, non li riguardo mai. Mi è capitato con I cancelli del cielo ma perché era la copia restaurata e ricolorata, con dei colori magnifici.
Minuta, quasi senza trucco, un'eleganza classica che diventa stile: Isabelle Huppert è una diva. Musa di tanti registi, da Claude Chabrol a Michael Haneke, è una delle attrici più amate e ammirante nel mondo. Ha talento, una personalità fortissima, e soprattutto ama rischiare. I suoi personaggi formano tutti insieme un caleidoscopio del femminile, e anche se alcune sfumature di donna le appartengono per definizione nessuno è mai uguale a sé stesso.
Tormentata, nevrotica, ossessiva, ostinata. Fragile dietro alla durezza esibita, segreta, in bilico su un baratro che può risucchiarla. Ma anche autoironica, capace di commedia - pensiamo a Otto donne di François Ozon o a Home di Ursula Meier: la variazione, pure se minuscola, impegna ogni muscolo del suo corpo.
Recitare diviene parte della sua vita quando è ancora una bambina, il teatro che continua a fare, tra poco sarà sul palcoscenico in Australia insieme a Cate Blanchett nelle Serve di Genet. E poi il cinema. Ha un viso strano, chiuso, che non concede sorrisi tra le lentiggini quella ragazzina che appare sugli schermi nei film di Robbe-Grillet (Spostamenti progressivi del piacere, 74), e Bertrand Tavernier (Il giudice e l'assassino). È piccolina, diafana, eppure non ha paura di camminare sul crinale della follia, delle paure più segrete di una ragazza come accade in La merlettaia di Claude Goretta, il film che la fa conoscere al mondo. Da allora Isabelle Huppert non si è fermata più. Musa per i maestri del cinema fuoriclasse come Werner Schroeter, per i giovani talenti del cinema francese come Christoph Honoré, gira il mondo, affronta l'Asia di Rithy Pahn e Marguerite Duras (Una diga sul Pacifico), in Corea gioca e con Hong Sang-soo nel geniale In Another Country.
Potrebbe anche essere il titolo della sua filmografia, «in un altro paese», perché lei, Huppert, è sempre alla ricerca di nuove sfide. È speciale per questo, infatti, per la voglia di mettersi in gioco, di spiazzare, di provare sempre strade diverse, che l'hanno portata anche sul set del più indipendente dei nostri registi, Tonino De Bernardi (Medea miracle).
«Scelgo i miei film perché mi piace come lavora un regista, per la sua libertà artistica. Dico no a tutto quello che non mi convince anche soltanto una frase, un dettaglio».
Captive si ispira a un fatto di cronaca, i rapimenti di turisti da parte di gruppi islamici e indipendentisti nelle Filippine. Il regista, Brillante Mendoza, è uno dei nomi di punta delle nuove onde del cinema filippino che hanno conquistato mercati e platee mondiali.
«Ho conosciuto Brillante Mendoza al festival di Cannes, è un regista che mi è subito piaciuto molto. Fa un cinema che non somiglia a niente, totalmente libero, si muove in un caos che solo lui riesce a controllare. Anche sulla lavorazione di Captive le cose sono andate in questo modo. Avevamo una sceneggiatura ma la scommessa per lui era di trasformarla sul set», racconta Huppert nell'incontro parigino. Gentile, molto professionale, la capacità di controllare ogni parola.
«Captive» è stato girato nella giungla in condizioni di lavoro particolarmente dure e difficili. Ha mai avuto momenti di stanchezza, di panico?
Sul set non ho mai paura, è nella vita «vera» che mi spaventa tutto. Quando lavoro dimentico la paura, la potenza del cinema prende il sopravvento sul resto, mi cattura completamente. È vero, la lavorazione di Captive è stata molto faticosa, ma era una durezza necessaria a dare vita ai nostri personaggi, un gruppo di ostaggi rapiti e costretti a marciare insieme ai rapitori per un anno affrontando stanchezza, fame, paura, con l'angoscia di non sapere se i governi stanno tentando di salvarti o no. Insieme a me c'erano molti altri attori bravissimi, tra cui Rustica Carpio, che è una star nelle Filippine. Lei era molto coraggiosa, la sua presenza è stata una continua spinta anche per me.
Il suo personaggio in «Captive» è quella di una volontaria religiosa che si trova all'improvviso catapultata tra gli altri. Si è ispirata a qualcuno in particolare?
Ho pensato a Ingrid de Betancourt, avevo letto il suo libro un po' per caso, che rende in modo molto preciso quella sensazione di perdita di riferimenti, di essere in balia a decisioni brutali, in un movimento continuo. E la reazione alla natura che spesso è spaventosa.
Chabrol, Haneke, Ferreri, Godard, i Taviani, Cimino, Ozon, Chéreau, Doillon... Il cinema d'autore non solo francese sembra essere indissolubilemente legato alla sua presenza.
Un attore va verso chi lo ama, e ognuno di questi registi è venuto verso di me. Ho avuto la fortuna di essere chiamata da grandi registi, e di fare incontri molto importanti. Penso a Bob Wilson (con cui ha lavorato in Quartett, ndr), se non lo avessi conosciuto non avrei mai fatto una serie di scelte. Haneke mi ha cercata perché voleva che lavorassi in Funny Games ma io ho rifiutato, la violenza del film mi sembrava insopportabile. Qualche anno dopo è arrivato con La Pianista, e lì ho sentio immediatemente di essere pronta a quel ruolo.
Con «Amour» Haneke è in corsa agli Oscar.
Spero che vinca. Sono davvero fiera di essere parte del lavoro di regista così straordinario.
Diceva che nella vita ha paura di tutto. Eppure la sua immagine è quella di una persona molto risoluta.
Forse perché mi è sempre sembrato normale essere sovrastata dalle mie angosce. Da ragazza poteva succedermi di non riuscire a entrare in un ristorante o di rimanere tre giorni chiusa nella stanza d'albergo perché avevo il terrore della gente, eppure già da allora ero certa che il cinema, recitare, avrebbero trasformato questa mia inadeguetezza alla vita in qualcosa di interessante. E infatti le ho riversate nei miei primi personaggi, penso alla Merlettaia di Goretta, che è costruita sul contrario di quanto ci si è aspetta da una giovane attrice esordiente, che gioca di più col corpo, con una certa idea di seduzione femminile. Credo che si può essere attrici soltanto a patto di uscire da se stessi abbandonandosi interamente al potere dell'immaginazione.
Sua figlia, Lolita Chammah, è anche lei attrice. Come ha preso la sua scelta?
Abbiamo anche lavorato insieme nel ruolo di madre e figlia in un film di Marc Fitoussi, Copacabana. Ma il nostro rapporto è un po' diverso.
In Italia di recente ha partecipato all'ultimo film di Marco Bellocchio, «Bella Addormentata».
L'ho molto amato, ma purtroppo a parte questo non ho visto film italiani quest'anno. Dovevo lavorare con David Gordon Green nel remake di Suspiria, che ora non so se si farà.
Le capita mai di rivedere i suoi film?
È strano, mi viene fatta spesso questa domanda, chissà perché si pensa che un attore si guardi di continuo. No, invece, non li riguardo mai. Mi è capitato con I cancelli del cielo ma perché era la copia restaurata e ricolorata, con dei colori magnifici.
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