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il manifesto 2013.02.03 - 01 PRIMA PAGINA
ZEMAN ADDIO
Il naufragio dell'ultima utopia
ARTICOLO - Alberto Piccinini
ARTICOLO - Alberto Piccinini
«Come suol dirsi, l'incidente è chiuso» scrisse il poeta Majakowski prima di uccidersi, travolto dal realismo socialista e da un amore che lo faceva soffrire. Meno tragico ma altrettanto poetico l'esonero di Zdenek Zeman allenatore della Roma, il giorno dopo la partita persa 4-2 contro il Cagliari.
Lo avevano rivoluto confidando nella seducente narrazione della Rivincita su tutto e tutti: Moggi, Machiavelli, il calcio brutto e truccato, lo star system cialtrone. La ruota della Storia, insomma. Sperando almeno nell'effetto vintage: nessuno più del Boemo riassume in sé gli slanci calcistici del secolo passato, coi suoi moduli ungheresi, olandesi, sacchiani: collettivisti comunque, ché la squadra vale più del singolo campione, la velocità del gruppo più della singola destrezza, l'attacco è la miglior difesa, eccetera.
Alla fine degli anni Ottanta il 4-3-3 di Zeman sembrò l'ultima Utopia (mentre tutte le altre miseramente si eclissavano).
Ci si attaccarono alcuni dannati della terra, convinti che Davide potesse ancora battere Golia, e Don Chisciotte dare una lezione ai mulini a vento. Erano trent'anni fa.
Ci si arrabbia oggi, a ragione, nel vedere Zeman naufragare sempre allo stesso modo, travolto dalle contromisure escogitate per spezzare il suo gioco collettivo, che quando funzionano precipitano ogni calciatore nella più spaventosa solitudine di fronte all'avversario. Valga per tutte la figuraccia del povero portiere giallorosso Goicoetchea, che ieri si è messo inspiegabilmente il pallone in porta, da solo.
La cosa ha un suo valore strategico-politico, si capisce. Avvertiva Sartre, sconsolato, che «nel calcio tutto è complicato dalla presenza dell'avversario». Secondo Zeman (e anche secondo Roosevelt) il nostro peggior avversario siamo noi stessi. Per chi non si accontenta del realismo, la lezione non passa di moda. Daje.
Lo avevano rivoluto confidando nella seducente narrazione della Rivincita su tutto e tutti: Moggi, Machiavelli, il calcio brutto e truccato, lo star system cialtrone. La ruota della Storia, insomma. Sperando almeno nell'effetto vintage: nessuno più del Boemo riassume in sé gli slanci calcistici del secolo passato, coi suoi moduli ungheresi, olandesi, sacchiani: collettivisti comunque, ché la squadra vale più del singolo campione, la velocità del gruppo più della singola destrezza, l'attacco è la miglior difesa, eccetera.
Alla fine degli anni Ottanta il 4-3-3 di Zeman sembrò l'ultima Utopia (mentre tutte le altre miseramente si eclissavano).
Ci si attaccarono alcuni dannati della terra, convinti che Davide potesse ancora battere Golia, e Don Chisciotte dare una lezione ai mulini a vento. Erano trent'anni fa.
Ci si arrabbia oggi, a ragione, nel vedere Zeman naufragare sempre allo stesso modo, travolto dalle contromisure escogitate per spezzare il suo gioco collettivo, che quando funzionano precipitano ogni calciatore nella più spaventosa solitudine di fronte all'avversario. Valga per tutte la figuraccia del povero portiere giallorosso Goicoetchea, che ieri si è messo inspiegabilmente il pallone in porta, da solo.
La cosa ha un suo valore strategico-politico, si capisce. Avvertiva Sartre, sconsolato, che «nel calcio tutto è complicato dalla presenza dell'avversario». Secondo Zeman (e anche secondo Roosevelt) il nostro peggior avversario siamo noi stessi. Per chi non si accontenta del realismo, la lezione non passa di moda. Daje.
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