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il manifesto 2013.02.05 - 11 CULTURA
L'ARCHITETTO A ROMA Gli incontri e la mostra
Le metamorfosi spaziali al Maxxi e in Accademia
ARTICOLO
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L'emergere di una nuova economia, l'invenzione di infrastrutture autogestite
Arianna Di Genova
Rahul Mehrotra è a Roma. Lo troviamo immerso nell'allestimento della sua mostra The Kinetic City, all'Accademia Britannica di Roma (via Gramsci, visitabile fino al 26 febbraio). Per nulla stressato, visibilmente eccitato di essere in Italia, è felice di spiegare l'origine della sua teoria architettonica e urbanistica, ma soprattutto di indicare i punti nevralgici del suo paese e di offrire alcune soluzioni battagliere che potrebbero anche provocare un notevole cortocircuito con le nostre capitali europee, aiutando a superare l'impasse che stanno vivendo e quell'odore di «stantìo» che si respira vagabondando nei loro quartieri (Berlino esclusa). Le sue parole, infatti, creano liaisons impreviste con il presente globale (non solo asiatico e indiano). Se qualcuno fosse tentato di pensare alle città temporanee e instabili come a un magma convulso simile a discarica sociale dove tutto precipita, dovrebbe ricredersi. Per Mehrotra, evidentemente ottimista, non solo le comunità disagiate sono «padrone» incontrastate delle emerging cities. Certo, sono loro a popolare massicciamente questi interstizi in rapida evoluzione e crescita, ma sono anche loro a gestire le infrastrutture informali e l'economia che via via sta scalzando quella «mainstream». «C'è stato troppo capitalismo e troppo comunismo. Questa è un'altra strada...»
L'architetto spiega che «bisogna trovare il punto di bilanciamento fra le politiche governative e la proliferazione degli spazi autonomi», quelli che si autogenerano e che producono modalità di essere al mondo diverse. Bisogna però che divengano sostenibili. Per farci abituare a questo suo modello di «città cinetica», sceglie una serie di fotografie che espone (scattate da lui stesso), a corredo visivo di un'idea, quella della metropoli mutante, sospesa fra pianificazione monumentale (in stile coloniale) e nuove comunità che si aggregano e reinventano edifici e spazi, anche quelli preesistenti.
La sua presenza in Accademia è l'evento conclusivo del ciclo di conferenze e rassegne di architettura sull'India Urban Landscapes - Indian Case Studies, a cura di Marina Engel. Oggi, alle 18, terrà la sua conferenza (introdotto da Pippo Ciorra), cui seguirà l'inaugurazione dell'esposizione, mentre domani, dalle 9 alle 11, incontrerà gli studenti di architettura presso il Maxxi Base.
Rahul Mehrotra è a Roma. Lo troviamo immerso nell'allestimento della sua mostra The Kinetic City, all'Accademia Britannica di Roma (via Gramsci, visitabile fino al 26 febbraio). Per nulla stressato, visibilmente eccitato di essere in Italia, è felice di spiegare l'origine della sua teoria architettonica e urbanistica, ma soprattutto di indicare i punti nevralgici del suo paese e di offrire alcune soluzioni battagliere che potrebbero anche provocare un notevole cortocircuito con le nostre capitali europee, aiutando a superare l'impasse che stanno vivendo e quell'odore di «stantìo» che si respira vagabondando nei loro quartieri (Berlino esclusa). Le sue parole, infatti, creano liaisons impreviste con il presente globale (non solo asiatico e indiano). Se qualcuno fosse tentato di pensare alle città temporanee e instabili come a un magma convulso simile a discarica sociale dove tutto precipita, dovrebbe ricredersi. Per Mehrotra, evidentemente ottimista, non solo le comunità disagiate sono «padrone» incontrastate delle emerging cities. Certo, sono loro a popolare massicciamente questi interstizi in rapida evoluzione e crescita, ma sono anche loro a gestire le infrastrutture informali e l'economia che via via sta scalzando quella «mainstream». «C'è stato troppo capitalismo e troppo comunismo. Questa è un'altra strada...»
L'architetto spiega che «bisogna trovare il punto di bilanciamento fra le politiche governative e la proliferazione degli spazi autonomi», quelli che si autogenerano e che producono modalità di essere al mondo diverse. Bisogna però che divengano sostenibili. Per farci abituare a questo suo modello di «città cinetica», sceglie una serie di fotografie che espone (scattate da lui stesso), a corredo visivo di un'idea, quella della metropoli mutante, sospesa fra pianificazione monumentale (in stile coloniale) e nuove comunità che si aggregano e reinventano edifici e spazi, anche quelli preesistenti.
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La malattia della velocità
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