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il manifesto 2013.02.05 - 11 CULTURA
SAGGI «Una rivoluzione civile» di Maurizio Zipponi per manifestolibri
Il ritorno al futuro della dignità operaia
ARTICOLO
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La crisi del neoliberismo pone con forza le ragioni di un nuovo spirito riformatore sui diritti del lavoro. Senza alcun rimpianto per il passato
Piergiovanni Alleva
Nel 1992, oltre vent'anni fa, l'autore di questo libro, Maurizio Zipponi, era segretario della Fiom di Brescia, io un avvocato del collegio legale della Cgil. Lui sul piano del movimento, io su quello del giuslavorismo, venivamo dalla stessa cultura, quella di Giorgio Ghezzi e Gino Giugni, che negli anni Settanta aveva costruito quella conquista di civiltà e dignità del lavoro che è lo Statuto dei lavoratori.
Nell'estate di quell'anno con Zipponi ci ritrovammo fianco a fianco in una battaglia di frontiera, sindacale e legale insieme, che era allora di grandissima importanza. Confindustria, guidata da Luigi Abete, aveva intepretato un protocollo firmato alla fine dell'anno precedente come il via libera per l'eliminazione della scala mobile, cioè del meccanismo automatico che vincolava l'aumento delle retribuzioni a quello dell'inflazione reale. Le aziende avevano congelato gli scatti di contingenza. Abete, proprio a Brescia, aveva dichiarato: «La scala mobile non esiste più. È uno strumento superato». Con Zipponi decidemmo di avanzare ricorso a nome di 9 lavoratori di un'industria bresciana, la Palazzoli, e, contro ogni pressione, il pretore del lavoro ci diede ragione: stabilì che gli scatti di contingenza sarebbero stati pagati fino a quando non fosse intercorso un nuovo e formale accordo sulla scala mobile. Vincevamo contro tutti. Governo, Confindustria e ambiguità sindacale nazionale.
Sguardo aperto sul futuro
Quella vicenda ormai lontana nel tempo mi è tornata in mente leggendo Una rivoluzione civile (manifestolibri, pp. 128, euro 12), perché l'asse del libro e la proposta concreta che veicola ruotano intorno alla possibilità di rilanciare una cultura e una pratica politica fondate sul valore del lavoro dopo la notte buia che ha visto svuotare progressivamente di contenuto tutte le conquiste degli anni precedenti, a partire proprio dallo Statuto dei lavoratori.
La vittoria che ottenemmo in quella cruciale causa di lavoro del 1992 discendeva direttamente dall'incidenza fortissima che ancora esercitavano la cultura giuslavorista e i rapporti di forza reali che avevano permesso la nascita dello Statuto. Oggi di quell'impianto complessivo resta quasi solo il nome, ridotto però a una scatola vuota. L'eliminazione dell'articolo 18 imposta nel 2012 dal governo Monti va intesa come cancellazione della pietra angolare sulla quale si fondava l'intero edificio dello Statuto. Altrettanto determinanti sono state la cancellazione di fatto del contratto nazionale operata da Berlusconi nel 2011 e quella della democrazia nei luoghi di lavoro, raggiunta sottraendo ai lavoratori la libertà di votare sugli accordi che li riguardano, quella di scegliere i propri rappresentanti e quella di iscriversi al sindacato che vogliono.
Zipponi non si attarda in rimpanti sul bel tempo che fu. Si muove, al contrario, nell'ottica di una partita che considera già riaperta. Quel che la riapre è il fatto che la demolizione dei diritti dei lavoratori non ha prodotto i risultati sperati e attesi. Non ha portato nessun beneficio per le aziende. Non ha creato occupazione, né comportato maggiore sviluppo economico. Non ha permesso alle nostre aziende di imporsi all'estero né ha agevolato gli investimenti esteri in Italia.
Come è facile constatare alla luce dei dati dell'economia reale, ha sortito effetti diametralmente opposti. La vittoria totale della strategia che ha scommesso sul portare indietro i lavoratori di un secolo e oltre come motore di una nuovo sviluppo coincide con il suo più amaro fallimento. Il risultato è quello nel quale ci troviamo immersi: un vicolo cieco dal quale i governi che si sono succeduti nel corso della scorsa legislatura hanno provato a uscire con la stessa strategia fallimentare, fare cassa a breve senza alcun progetto strategico e senza nessuna idea di una politica economica di ampio respiro adeguata ai tempi e alle loro necessità.
Un nuovo patto tra produttori
Per Zipponi, il primo e fondamentale passo per uscire dal vicolo cieco in questione è smettere di considerare i diritti dei lavoratori un freno per le potenzialità di sviluppo e riscoprirne la funzione di motore propellente. L'idea che lavoratori depressi e demotivati, impoveriti e spogliati di ogni diritto rappresentino un vantaggio per le aziende è miope e destituita di fondamento. L'esperienza concreta attesta il contrario: sono il valore del lavoro, garantito da adeguati diritti, e la partecipazione dei lavoratori, anche nella forma di una conflittualità non sterile ma capace di raggiungere poi punti avanzati di accordo e intesa, che imprimono alle aziende una spinta in assenza della quale il declino diventa irreversibile.
A partire da questo assioma, Zipponi avanza una proposta strategica precisa, valida sia per fronteggiare la crisi generale che per affrontare la sua specifica declinazione in Italia, dove il declino era iniziato senza attendere l'esplosione nel 2007 della bolla immobiliare e la conseguente crisi mondiale. In una situazione complessiva segnata dalla prevalenza della finanza sull'economia reale e nel quadro di una devastazione prodotta proprio da questa egemonia della finanza, diventa possibile e praticabile un patto tra le due forze produttive dell'economia reale, l'azienda e i lavoratori, con l'obiettivo appunto di restituire centralità all'economia reale, diritti ai lavoratori e valore al lavoro.
Non si tratta, specifica l'autore, di seguire le orme del Pd nel tentativo idelogico e bugiardo di negare l'esistenza di interessi divergenti e dunque di conflittualità tra impresa e lavoro. Si tratta invece, pragmaticamente, di individuare l'esistenza di elementi precisi di convergenza e di interessi coincidenti in una data fase storica. Momenti simili sono rari ma non certo inediti. In Italia, nella storia repubblicana, se ne sono registrati altri due: uno a metà degli anni Settanta, con la nascita proprio dello Statuto dei lavoratori, modello di una conflittualità anche molto dura ma capace di approdare a un compromesso finale vantaggioso per tutte le parti in causa per il Paese tutto; l'altro nel 1992, per portare l'Italia in Europa. Ma in quel caso con un intervento diretto dello Stato che si era invece limitato a una funzione di osservatore attento negli anni Settanta.
Il nodo della rappresentanza
Il richiamo alla lista presentata da Antonio Ingroia alle prossime elezioni è evidente fin dal titolo del libro, Una rivoluzione civile. In questo caso però l'intento non è quello di sciorinare una programma, ma, procedendo in senso inverso, di individuare i punti di contatto tra i temi sociale che costituiscono la spina dorsale della riflessione di Zipponi e il progetto politico che si sta sedimentado intorno a Ingroia.
Il punto chiave è che sia la necessità di rovesciare i rapporti di forza tra economia finanziaria e reale, sia, soprattutto, quella di restituire valore al lavoro e libertà ai lavoratori, cioè le due condizioni fondamentali della proposta di Zipponi, richiedono una presenza politica forte in Parlamento. Per quanto a prima vista possa sembrare strano, oggi il varo di una legge sulla rappresentanza che permetta ai lavoratori di poter decidere sugli accordi, scegliere il proprio sindacato ed eleggere i propri rappresentanti è la pietra angolare non solo di una nuova dignità del lavoro ma anche di una strategia in grado di portare il Paese fuoi dalla crisi e cotrastare il declino.
Per questo è necessaria una rappresentanza politica ed è qui che, senza alcuna valenza ideologica, si materializza il punto di contatto possibile tra le istanze sociali e le esigenze strategiche che questo libro elenca e analizza e il progetto politico della Lista Ingroia.
Nel 1992, oltre vent'anni fa, l'autore di questo libro, Maurizio Zipponi, era segretario della Fiom di Brescia, io un avvocato del collegio legale della Cgil. Lui sul piano del movimento, io su quello del giuslavorismo, venivamo dalla stessa cultura, quella di Giorgio Ghezzi e Gino Giugni, che negli anni Settanta aveva costruito quella conquista di civiltà e dignità del lavoro che è lo Statuto dei lavoratori.
Nell'estate di quell'anno con Zipponi ci ritrovammo fianco a fianco in una battaglia di frontiera, sindacale e legale insieme, che era allora di grandissima importanza. Confindustria, guidata da Luigi Abete, aveva intepretato un protocollo firmato alla fine dell'anno precedente come il via libera per l'eliminazione della scala mobile, cioè del meccanismo automatico che vincolava l'aumento delle retribuzioni a quello dell'inflazione reale. Le aziende avevano congelato gli scatti di contingenza. Abete, proprio a Brescia, aveva dichiarato: «La scala mobile non esiste più. È uno strumento superato». Con Zipponi decidemmo di avanzare ricorso a nome di 9 lavoratori di un'industria bresciana, la Palazzoli, e, contro ogni pressione, il pretore del lavoro ci diede ragione: stabilì che gli scatti di contingenza sarebbero stati pagati fino a quando non fosse intercorso un nuovo e formale accordo sulla scala mobile. Vincevamo contro tutti. Governo, Confindustria e ambiguità sindacale nazionale.
Sguardo aperto sul futuro
Quella vicenda ormai lontana nel tempo mi è tornata in mente leggendo Una rivoluzione civile (manifestolibri, pp. 128, euro 12), perché l'asse del libro e la proposta concreta che veicola ruotano intorno alla possibilità di rilanciare una cultura e una pratica politica fondate sul valore del lavoro dopo la notte buia che ha visto svuotare progressivamente di contenuto tutte le conquiste degli anni precedenti, a partire proprio dallo Statuto dei lavoratori.
La vittoria che ottenemmo in quella cruciale causa di lavoro del 1992 discendeva direttamente dall'incidenza fortissima che ancora esercitavano la cultura giuslavorista e i rapporti di forza reali che avevano permesso la nascita dello Statuto. Oggi di quell'impianto complessivo resta quasi solo il nome, ridotto però a una scatola vuota. L'eliminazione dell'articolo 18 imposta nel 2012 dal governo Monti va intesa come cancellazione della pietra angolare sulla quale si fondava l'intero edificio dello Statuto. Altrettanto determinanti sono state la cancellazione di fatto del contratto nazionale operata da Berlusconi nel 2011 e quella della democrazia nei luoghi di lavoro, raggiunta sottraendo ai lavoratori la libertà di votare sugli accordi che li riguardano, quella di scegliere i propri rappresentanti e quella di iscriversi al sindacato che vogliono.
Zipponi non si attarda in rimpanti sul bel tempo che fu. Si muove, al contrario, nell'ottica di una partita che considera già riaperta. Quel che la riapre è il fatto che la demolizione dei diritti dei lavoratori non ha prodotto i risultati sperati e attesi. Non ha portato nessun beneficio per le aziende. Non ha creato occupazione, né comportato maggiore sviluppo economico. Non ha permesso alle nostre aziende di imporsi all'estero né ha agevolato gli investimenti esteri in Italia.
Come è facile constatare alla luce dei dati dell'economia reale, ha sortito effetti diametralmente opposti. La vittoria totale della strategia che ha scommesso sul portare indietro i lavoratori di un secolo e oltre come motore di una nuovo sviluppo coincide con il suo più amaro fallimento. Il risultato è quello nel quale ci troviamo immersi: un vicolo cieco dal quale i governi che si sono succeduti nel corso della scorsa legislatura hanno provato a uscire con la stessa strategia fallimentare, fare cassa a breve senza alcun progetto strategico e senza nessuna idea di una politica economica di ampio respiro adeguata ai tempi e alle loro necessità.
Un nuovo patto tra produttori
Per Zipponi, il primo e fondamentale passo per uscire dal vicolo cieco in questione è smettere di considerare i diritti dei lavoratori un freno per le potenzialità di sviluppo e riscoprirne la funzione di motore propellente. L'idea che lavoratori depressi e demotivati, impoveriti e spogliati di ogni diritto rappresentino un vantaggio per le aziende è miope e destituita di fondamento. L'esperienza concreta attesta il contrario: sono il valore del lavoro, garantito da adeguati diritti, e la partecipazione dei lavoratori, anche nella forma di una conflittualità non sterile ma capace di raggiungere poi punti avanzati di accordo e intesa, che imprimono alle aziende una spinta in assenza della quale il declino diventa irreversibile.
A partire da questo assioma, Zipponi avanza una proposta strategica precisa, valida sia per fronteggiare la crisi generale che per affrontare la sua specifica declinazione in Italia, dove il declino era iniziato senza attendere l'esplosione nel 2007 della bolla immobiliare e la conseguente crisi mondiale. In una situazione complessiva segnata dalla prevalenza della finanza sull'economia reale e nel quadro di una devastazione prodotta proprio da questa egemonia della finanza, diventa possibile e praticabile un patto tra le due forze produttive dell'economia reale, l'azienda e i lavoratori, con l'obiettivo appunto di restituire centralità all'economia reale, diritti ai lavoratori e valore al lavoro.
Non si tratta, specifica l'autore, di seguire le orme del Pd nel tentativo idelogico e bugiardo di negare l'esistenza di interessi divergenti e dunque di conflittualità tra impresa e lavoro. Si tratta invece, pragmaticamente, di individuare l'esistenza di elementi precisi di convergenza e di interessi coincidenti in una data fase storica. Momenti simili sono rari ma non certo inediti. In Italia, nella storia repubblicana, se ne sono registrati altri due: uno a metà degli anni Settanta, con la nascita proprio dello Statuto dei lavoratori, modello di una conflittualità anche molto dura ma capace di approdare a un compromesso finale vantaggioso per tutte le parti in causa per il Paese tutto; l'altro nel 1992, per portare l'Italia in Europa. Ma in quel caso con un intervento diretto dello Stato che si era invece limitato a una funzione di osservatore attento negli anni Settanta.
Il nodo della rappresentanza
Il richiamo alla lista presentata da Antonio Ingroia alle prossime elezioni è evidente fin dal titolo del libro, Una rivoluzione civile. In questo caso però l'intento non è quello di sciorinare una programma, ma, procedendo in senso inverso, di individuare i punti di contatto tra i temi sociale che costituiscono la spina dorsale della riflessione di Zipponi e il progetto politico che si sta sedimentado intorno a Ingroia.
Il punto chiave è che sia la necessità di rovesciare i rapporti di forza tra economia finanziaria e reale, sia, soprattutto, quella di restituire valore al lavoro e libertà ai lavoratori, cioè le due condizioni fondamentali della proposta di Zipponi, richiedono una presenza politica forte in Parlamento. Per quanto a prima vista possa sembrare strano, oggi il varo di una legge sulla rappresentanza che permetta ai lavoratori di poter decidere sugli accordi, scegliere il proprio sindacato ed eleggere i propri rappresentanti è la pietra angolare non solo di una nuova dignità del lavoro ma anche di una strategia in grado di portare il Paese fuoi dalla crisi e cotrastare il declino.
Per questo è necessaria una rappresentanza politica ed è qui che, senza alcuna valenza ideologica, si materializza il punto di contatto possibile tra le istanze sociali e le esigenze strategiche che questo libro elenca e analizza e il progetto politico della Lista Ingroia.
Foto: UN OPERAIO AL LAVORO IN UNA FABBRICA DEL BRESCIANO /FOTO GABRIELLA MERCADINI
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