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il manifesto 2013.02.05 - 13 VISIONI
 
SCALA «Nabucco» diretto da Nicola Luisotti
Come suona sapiente e corale il giovane Verdi
ARTICOLO - Fabio Vittorini MILANO

ARTICOLO - Fabio Vittorini MILANO
MILANO
Dopo Falstaff, il Teatro alla Scala prosegue l'anno delle celebrazioni verdiane con un titolo dal temperamento diversissimo: Nabucco. L'ultima delle 28 opere di Verdi, esempio compiuto di quella che Leopardi avrebbe chiamato semplicità sapiente, ottenuta con un lavoro certosino di sottrazione e sfumatura musicale su un libretto (di Arrigo Boito) linguisticamente screziato e drammaturgicamente perfetto, a confronto con la terza, quella che segna l'inizio di una folgorante carriera, in cui Verdi si muove nel solco della tradizione del belcanto romantico, a partire da un libretto (di Temistocle Solera) farraginoso e pieno di ingenuità, che gli permette però di caratterizzare il popolo ebraico in forma corale come protagonista vero dell'opera (celeberrimo il Va pensiero, che divenne presto un canto doloroso contro l'occupante austriaco). La nuova produzione, in tandem con la Royal Opera House Covent Garden di Londra, la Lyric Opera of Chicago e il Gran Teatre del Liceu di Barcellona, ha debuttato poco dopo il festeggiamento del Giorno della Memoria. Non passano quindi inosservati i richiami dell'allestimento (regia di Daniele Abbado, scene e costumi di Alison Chitty) alla Shoah. «È un riferimento inevitabile - ha dichiarato Abbado - ed è giusto che vi si alluda, seppure minimamente. Credo tuttavia che quella tragedia sia talmente tanto radicata nel nostro immaginario che non vada necessariamente sottolineata».
L'intenzione degli allestitori è quella di sottolineare il carattere di «racconto comunitario» dell'opera: «Abbiamo immaginato un popolo europeo fra gli anni Venti e gli anni Quaranta, geograficamente non troppo determinato. Qualcosa di vicino a noi e che ci riguarda». Qualcosa di vicino ma non troppo storicamente determinato, privato (vivaddio) degli orpelli dei tradizionali allestimenti mimetici, ma impreciso al punto (a causa dei costumi minimali tutti grigi e dell'approssimazione dei movimenti scenici) che risulta a tratti impossibile distinguere Ebrei e Babilonesi e capire cosa succede sul palcoscenico. Bella, anche se non nuovissima, la resa plastica degli idoli (statue di fili di metallo intrecciati). La bacchetta è quella del toscano Nicola Luisotti, direttore musicale dell'Opera House di San Francisco e da poco anche del Teatro San Carlo di Napoli, che ha detto: «Nabucco è quintessenzialmente italiano nel modo in cui è diventato parte del nostro patrimonio culturale. Allo stesso modo la musica rimane il linguaggio universale che in effetti è. Tutto muove dalla musica nel nostro universo, e lo stesso Verdi è uno strumento attraverso il quale il cosmo ci parla, ci dice qualcosa di comprensibile e allo stesso tempo misterioso. Ciò che un direttore d'orchestra deve fare è esaltare quanto già pensato dal compositore, con la freschezza della musica scritta quel giorno stesso. Sempre attuale proprio perché universale».
L'intento è dunque quello di accentuare l'adesione sincera e baldanzosa del giovane Verdi ai moduli della tradizione rossiniana, belliniana e donizettiana, seppure con arditezze canore (la tessitura impervia del ruolo di Abigaille) e musicali (l'orchestrazione leggerissima con corno inglese, arpa, violoncello e contrabbasso soli che accompagna l'agonia della stessa). Peccato per alcune imprecisioni negli attacchi e nel controllo dei solisti nei pezzi d'insieme. Il cast è variegato: Leo Nucci torna al ruolo di Nabucco dopo infinite volte e se la cava con classe, a dispetto di una voce ormai sbiadita e delle troppe appoggiature ascendenti che aggiunge alla partitura per cantare comodamente; Liudmyla Monastyrska affronta spavalda il ruolo di Abigaille raggiungendo più facilmente gli acuti dei gravi e con alcune imprecisioni nei passaggi di registro discendenti, tenendo fiati notevoli e con un fraseggio vario e meditato; Aleksandrs Antonenko (Ismaele) e Veronica Simeoni (Fenena) sono più o meno a fuoco, seppur con volumi talvolta troppo fievoli per un teatro come la Scala. Trascurabili gli altri.
 
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