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il manifesto 2013.02.06 - 04 POLITICA & SOCIETÀ
Strategie/ IL SÌ CONDIZIONATO AI DEMOCRATICI
Il prof: «Allearsi è necessario» Ma insiste con l'antipolitica
ARTICOLO
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Critica le promesse sull'Imu. Poi giura che il suo governo dimezzerà subito i parlamentari. «Anch'io rottamatore»
ROMA
Radio, televisioni, videochat e comizi per concludere. Mario Monti non salta un appuntamento della campagna elettorale, sempre ripetendo che «mi vengono i brividi a pensare che sono in campagna elettorale». Il leader della coalizione «civile» di Fini e Casini è fatto così: la mattina inorridisce ancora per le promesse «millenaristiche» di Silvio Berlusconi sull'Imu, «fatte solo per avere voti» e che «possono determinare un colpo di coda sulla crisi». La sera fa una promessa ancora più ardita. «Nel primo consiglio dei ministri - giura - dimezzeremo il numero dei parlamentari».
Quanto a demagogia è imbattibile. Non precisa, il professore, con quale strumento ha intenzione di operare il taglio. Non riflette sul fatto che una riforma costituzionale del genere ha bisogno di essere concepita in parlamento, che non è - non ancora - un'appendice del governo. Piuttosto ne dovrebbe (anche) rappresentare il contrappeso. La legge costituzionale, poi, ha bisogno tra le altre cose anche di tempi lunghi per le sue doppia approvazione conforme. E dovrebbe necessariamente trattarsi di una legge complessa, a meno di non voler solo spaccare a metà le camere lasciando tutto il resto inalterato: chissà quale costituzionalista ha consultato Monti (Montezemolo?). Senza contare che è assai improbabile che un parlamento che debutti automutilandosi possa restare in carica per altri cinque anni in piena autorevolezza. A meno che Monti non stia pensando di poter cambiare la Costituzione per decreto e con la fiducia. Non si può, ma all'apice di una carriera tutta consulenze e consigli di amministrazione, un senatore e vita non potrebbe nemmeno definirsi «rottamatore» senza mettersi a ridere. Invece è andata così. «Questo titolo mi dà un'intima soddisfazione», ha confessato.
Anche quando si è trattato di rispondere ai messaggi tutti concilianti di Pier Luigi Bersani, ormai pronto a dichiarare da subito l'intenzione di coinvolgere Monti nel futuro governo, il professore ha evitato di sfrenare l'entusiasmo. La sua replica è stata un sì, ma assai sorvegliato e alle sue condizioni. «Apprezzo ogni apertura e ogni disponibilità, anche questa frase di Bersani», ha detto. Facendo subito notare che il segretario del Pd l'aveva pronunciata dalla Germania, «un paese dove, mi pare, la politica fatta in quest'ultimo anno con l'aiuto del parlamento è stata apprezzata». Come a dire: parlando davanti ai tedeschi, Bersani non poteva che dire bene di me. Quanto alle alleanze in concreto, poi, il professore non ricambia la preferenza esplicita di Bersani. «Io - ripete - sarò disponibile ad alleanze con tutti e solo con coloro che saranno seriamente impegnati sul piano delle riforme strutturali».
Non sono certo i sondaggi a consegnare a Monti il potere di porre condizioni a Bersani. Piuttosto il professore ha interpretato bene il segnale di debolezza del segretario del Pd, la sua virata al centro come reazione alla rimonta berlusconiana. E intende approfittarne. Anche per strappare all'alleato Casini l'esclusiva del dialogo con il centrosinistra, visto che il clima interno alla coalizione centrista volge sempre più al brutto. Con l'Udc che scivola pericolosamente verso la soglia di sbarramento, e Fini che rischia persino l'ingresso alla camera, i tre leader del centro non hanno ancora organizzato una sola uscita pubblica tutti assieme. a. fab.
Radio, televisioni, videochat e comizi per concludere. Mario Monti non salta un appuntamento della campagna elettorale, sempre ripetendo che «mi vengono i brividi a pensare che sono in campagna elettorale». Il leader della coalizione «civile» di Fini e Casini è fatto così: la mattina inorridisce ancora per le promesse «millenaristiche» di Silvio Berlusconi sull'Imu, «fatte solo per avere voti» e che «possono determinare un colpo di coda sulla crisi». La sera fa una promessa ancora più ardita. «Nel primo consiglio dei ministri - giura - dimezzeremo il numero dei parlamentari».
Quanto a demagogia è imbattibile. Non precisa, il professore, con quale strumento ha intenzione di operare il taglio. Non riflette sul fatto che una riforma costituzionale del genere ha bisogno di essere concepita in parlamento, che non è - non ancora - un'appendice del governo. Piuttosto ne dovrebbe (anche) rappresentare il contrappeso. La legge costituzionale, poi, ha bisogno tra le altre cose anche di tempi lunghi per le sue doppia approvazione conforme. E dovrebbe necessariamente trattarsi di una legge complessa, a meno di non voler solo spaccare a metà le camere lasciando tutto il resto inalterato: chissà quale costituzionalista ha consultato Monti (Montezemolo?). Senza contare che è assai improbabile che un parlamento che debutti automutilandosi possa restare in carica per altri cinque anni in piena autorevolezza. A meno che Monti non stia pensando di poter cambiare la Costituzione per decreto e con la fiducia. Non si può, ma all'apice di una carriera tutta consulenze e consigli di amministrazione, un senatore e vita non potrebbe nemmeno definirsi «rottamatore» senza mettersi a ridere. Invece è andata così. «Questo titolo mi dà un'intima soddisfazione», ha confessato.
Anche quando si è trattato di rispondere ai messaggi tutti concilianti di Pier Luigi Bersani, ormai pronto a dichiarare da subito l'intenzione di coinvolgere Monti nel futuro governo, il professore ha evitato di sfrenare l'entusiasmo. La sua replica è stata un sì, ma assai sorvegliato e alle sue condizioni. «Apprezzo ogni apertura e ogni disponibilità, anche questa frase di Bersani», ha detto. Facendo subito notare che il segretario del Pd l'aveva pronunciata dalla Germania, «un paese dove, mi pare, la politica fatta in quest'ultimo anno con l'aiuto del parlamento è stata apprezzata». Come a dire: parlando davanti ai tedeschi, Bersani non poteva che dire bene di me. Quanto alle alleanze in concreto, poi, il professore non ricambia la preferenza esplicita di Bersani. «Io - ripete - sarò disponibile ad alleanze con tutti e solo con coloro che saranno seriamente impegnati sul piano delle riforme strutturali».
Non sono certo i sondaggi a consegnare a Monti il potere di porre condizioni a Bersani. Piuttosto il professore ha interpretato bene il segnale di debolezza del segretario del Pd, la sua virata al centro come reazione alla rimonta berlusconiana. E intende approfittarne. Anche per strappare all'alleato Casini l'esclusiva del dialogo con il centrosinistra, visto che il clima interno alla coalizione centrista volge sempre più al brutto. Con l'Udc che scivola pericolosamente verso la soglia di sbarramento, e Fini che rischia persino l'ingresso alla camera, i tre leader del centro non hanno ancora organizzato una sola uscita pubblica tutti assieme. a. fab.
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