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il manifesto 2013.02.06 - 05 POLITICA & SOCIETÀ
NAVI DEI VELENI
Svolta sulla morte del capitano De Grazia fu «avvelenato»
ARTICOLO
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ROMA
Fino a oggi era stato soltanto un sospetto, uno dei tanti misteri che circondano da anni le vicende relative alle cosiddette navi dei veleni. Adesso, però, il velo che ha sempre circondato la morte del capitano di Marina Natale De Grazia, avvenuta improvvisamente nel 1995, si è alzato lasciando intravvedere una verità che la commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti ieri non ha esitato a definire «inquietante». A uccidere l'uomo che forse più di ogni altro ha indagato alla ricerca della verità sul traffico di rifiuti tossici scaricati illegalmente nel Mediterraneo sarebbe stata «una causa tossica». Avvelenamento, dunque, e non più «un'insufficienza cardiaca acuta» come stabilito dalla prima autopsia eseguita sul corpo dell'ufficiale.
A scoprirlo è stata la nuova perizia affidata dalla commissione presieduta da Gaetano Pecorella al professor Giovanni Arcudi, titolare della cattedra di medicina legale all'Università Tor Vergata di Roma. E i risultati raggiunti inevitabilmente forniscono una nuova lettura di quanto potrebbe essere avvenuto a De Grazia. «Non è compito di questa commissione - scrive i relatori - pronunciare sentenze né sciogliere nodi di competenza dell'autorità giudiziaria, tuttavia non si può non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese». E sebbene non sia stato possibile individuare con la nuova perizia il tipo di sostanza tossica che ha ucciso l'ufficiale, e quindi stabilire con certezza che sia stato assassinato, i risultati ai quali è giunto Arcudi per i membri della commissione non possono che portare a una «conclusione univoca».
Secondo alcune fonti potrebbero essere decine le «navi a perdere» cariche di rifiuti tossici fatte affondare con l'aiuto della 'ndrangheta nel Mediterraneo. Tra queste anche la Jolly Rosso, arenatasi nel 1990 sulla spiaggia di Amantea. Naufragi misteriosi, sui quali De Grazia stava indagando insieme ad alcuni collaboratori. «Un gruppo di lavoro assai efficiente», spiega la commissione, capace di operare «in profondità». Proprio per condurre alcune indagini, il 13 dicembre del 1995 De Grazia si stava recando da Reggio Calabria a La Spezia quando si fermò in un autogrill per mangiare. «Ciò che risulta - scrive ancora la commissione - è che il capitano De Grazia ha ingerito gli stessi cibi di chi lo accompagnava nel viaggio salvo una fetta di torta; queste almeno sono state le dichiarazioni dei testimoni. Se è così - conclude la commissione - appare difficile ricondurre la tossicità a una causa naturale, anche se non lo si può escludere in forma assoluta». Quello che è certo è che dopo quella pausa fatta per mangiare qualcosa con i suoi collaboratori, De Grazia si addormentò senza più risvegliarsi.
Le conclusioni raggiunte con la nuova perizia hanno indotto Legambiente ha chiedere la riapertura delle indagini sulla morte dei De Grazia. «E' doveroso farlo con l'ipotesi di omicidio», ha detto ieri il presidente dell'associazione Vittorio Cogliati Dezza. «Deve essere riconosciuto il decesso per causa di servizio quindi tutti i diritti che spettano ai familiari». Stessa richiesta, riapertura delle indagini, è arrivata anche da Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd. «La punta di diamante del pool di inquirenti di Reggio Calabria, morto 18 anni fa mentre indagava sulla Jolly Rosso, sarebbe quindi vittima di un omicidio». ha detto Realacci. «Trovano così conferma - ha aggiunto - i sospetti più neri di associazioni ambientaliste e comitati di cittadini che da anni si sono concentrati sulla morte di De Grazia e sulle cosiddette navi dei veleni».
Fino a oggi era stato soltanto un sospetto, uno dei tanti misteri che circondano da anni le vicende relative alle cosiddette navi dei veleni. Adesso, però, il velo che ha sempre circondato la morte del capitano di Marina Natale De Grazia, avvenuta improvvisamente nel 1995, si è alzato lasciando intravvedere una verità che la commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti ieri non ha esitato a definire «inquietante». A uccidere l'uomo che forse più di ogni altro ha indagato alla ricerca della verità sul traffico di rifiuti tossici scaricati illegalmente nel Mediterraneo sarebbe stata «una causa tossica». Avvelenamento, dunque, e non più «un'insufficienza cardiaca acuta» come stabilito dalla prima autopsia eseguita sul corpo dell'ufficiale.
A scoprirlo è stata la nuova perizia affidata dalla commissione presieduta da Gaetano Pecorella al professor Giovanni Arcudi, titolare della cattedra di medicina legale all'Università Tor Vergata di Roma. E i risultati raggiunti inevitabilmente forniscono una nuova lettura di quanto potrebbe essere avvenuto a De Grazia. «Non è compito di questa commissione - scrive i relatori - pronunciare sentenze né sciogliere nodi di competenza dell'autorità giudiziaria, tuttavia non si può non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese». E sebbene non sia stato possibile individuare con la nuova perizia il tipo di sostanza tossica che ha ucciso l'ufficiale, e quindi stabilire con certezza che sia stato assassinato, i risultati ai quali è giunto Arcudi per i membri della commissione non possono che portare a una «conclusione univoca».
Secondo alcune fonti potrebbero essere decine le «navi a perdere» cariche di rifiuti tossici fatte affondare con l'aiuto della 'ndrangheta nel Mediterraneo. Tra queste anche la Jolly Rosso, arenatasi nel 1990 sulla spiaggia di Amantea. Naufragi misteriosi, sui quali De Grazia stava indagando insieme ad alcuni collaboratori. «Un gruppo di lavoro assai efficiente», spiega la commissione, capace di operare «in profondità». Proprio per condurre alcune indagini, il 13 dicembre del 1995 De Grazia si stava recando da Reggio Calabria a La Spezia quando si fermò in un autogrill per mangiare. «Ciò che risulta - scrive ancora la commissione - è che il capitano De Grazia ha ingerito gli stessi cibi di chi lo accompagnava nel viaggio salvo una fetta di torta; queste almeno sono state le dichiarazioni dei testimoni. Se è così - conclude la commissione - appare difficile ricondurre la tossicità a una causa naturale, anche se non lo si può escludere in forma assoluta». Quello che è certo è che dopo quella pausa fatta per mangiare qualcosa con i suoi collaboratori, De Grazia si addormentò senza più risvegliarsi.
Le conclusioni raggiunte con la nuova perizia hanno indotto Legambiente ha chiedere la riapertura delle indagini sulla morte dei De Grazia. «E' doveroso farlo con l'ipotesi di omicidio», ha detto ieri il presidente dell'associazione Vittorio Cogliati Dezza. «Deve essere riconosciuto il decesso per causa di servizio quindi tutti i diritti che spettano ai familiari». Stessa richiesta, riapertura delle indagini, è arrivata anche da Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd. «La punta di diamante del pool di inquirenti di Reggio Calabria, morto 18 anni fa mentre indagava sulla Jolly Rosso, sarebbe quindi vittima di un omicidio». ha detto Realacci. «Trovano così conferma - ha aggiunto - i sospetti più neri di associazioni ambientaliste e comitati di cittadini che da anni si sono concentrati sulla morte di De Grazia e sulle cosiddette navi dei veleni».
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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