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il manifesto 2013.02.06 - 09 INTERNAZIONALE
CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
Apolidi contro le armi
ARTICOLO
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Riflessione sulla crisi maliana e sui modi più consoni di affrontare i conflitti nel mondo e proteggere i civili
L'intervista di Aminata Traoré pubblicata qui a fianco è stata rilasciata in esclusiva mondiale nel corso di un incontro realizzato lo scorso venerdì a Roma presso la Casa Internazionale delle donne. Era la prima volta, infatti, che l'esponente della società civile maliana interveniva pubblicamente sul conflitto, dopo l'intervento delle forze armate francesi. «Ancora una guerra. Invito a un incontro di riflessione sul Mali», questo il titolo dell'evento promosso dalla Rete Internazionale delle donne per la pace costituita da un gruppo di donne che a vario titolo sono impegnate nella cooperazione internazionale e hanno esperienze in aree di conflitto e processi di negoziato e pacificazione, in particolare in Africa e Medio Oriente. Al confronto hanno partecipato Giuliana Sgrena, Bianca Pomeranzi, Patrizia Sentinelli, Augusta Angelucci Luisa del Turco e chi scrive. Grazie alle relazioni costruite tra queste donne e quelle dei paesi in cui hanno agito, è stato possibile avere questa significativa testimonianza. Già dallo scorso gennaio Aminata Traoré insieme a un gruppo di intellettuali ed esponenti della società civile del paese, ha lanciato in rete un appello («Le Mali dans l'ordre cynique du monde») che passava al setaccio ogni aspetto della crisi, sul piano politico interno e regionale, mettendo in evidenza le dinamiche insite nel gruppo incaricato del negoziato e il ruolo della Cédéao (Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale). Una situazione come noto, complessa, nella quale si è attivato l'inviato delle Onu per il Sahel, Romano Prodi. Immediatamente dopo l'annuncio di quest'ultimo che le forze sotto egida dell'Onu sarebbero state operative solo a partire dal dicembre 2013, è partito l'intervento francese.
Un passaggio chiave dell'intervento di Aminata è stato: «Chi oggi è contro la guerra è un apolide». A partire da questo nodo si è discusso alla Casa delle donne. Il Mali, e ancora prima gli interventi della comunità internazionale in Somalia, Afghanistan, Iraq e ancor più indietro nella ex Jugoslavia, si è detto, impongono di riprendere una riflessione e l'elaborazione di proposte. Ritessere i fili della ricerca per misurarci con la realtà dei conflitti, l'urgenza di dotarci degli strumenti di intermediazione, di interventi per la protezione dei civili e delle donne che sono sempre e direttamente vittime della violenza di tutte le parti coinvolte nei conflitti. Tutto conduce anche alla risoluzione 1325 dell'Onu che porta alla ribalta l'importanza degli strumenti necessari per creare e rendere operative forze civili a protezione dei civili. Eppure la storia del movimento pacifista italiano e delle donne in particolare, ci dice che una strada per fare i conti con questa importante questione dell'ingerenza civile e umanitaria è stata attraversata. Di fronte al nuovo quadro emerso dopo la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Urss, il fallimento della comunità internazionale in Somalia, a Srebrenica, con la prima e la seconda guerra del Golfo e le guerre a venire, un tentativo di imporre il tema della riforma e degli strumenti Onu nell'agenda della politica internazionale italiana è stato sperimentato. Un gruppo di donne ha provato a misurarsi direttamente con i conflitti nell'esperienza «visitare luoghi difficili». Facendo riferimento a quel percorso, la Rete delle Donne per la pace si rivolge alle realtà della società civile, al mondo accademico e politico per mettere di nuovo all'ordine del giorno la questione di come affrontare in modo responsabile i conflitti. Su questa si vuole misurare anche con chi si candida al parlamento e al governo nelle imminenti elezioni. r. c. k.
Un passaggio chiave dell'intervento di Aminata è stato: «Chi oggi è contro la guerra è un apolide». A partire da questo nodo si è discusso alla Casa delle donne. Il Mali, e ancora prima gli interventi della comunità internazionale in Somalia, Afghanistan, Iraq e ancor più indietro nella ex Jugoslavia, si è detto, impongono di riprendere una riflessione e l'elaborazione di proposte. Ritessere i fili della ricerca per misurarci con la realtà dei conflitti, l'urgenza di dotarci degli strumenti di intermediazione, di interventi per la protezione dei civili e delle donne che sono sempre e direttamente vittime della violenza di tutte le parti coinvolte nei conflitti. Tutto conduce anche alla risoluzione 1325 dell'Onu che porta alla ribalta l'importanza degli strumenti necessari per creare e rendere operative forze civili a protezione dei civili. Eppure la storia del movimento pacifista italiano e delle donne in particolare, ci dice che una strada per fare i conti con questa importante questione dell'ingerenza civile e umanitaria è stata attraversata. Di fronte al nuovo quadro emerso dopo la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Urss, il fallimento della comunità internazionale in Somalia, a Srebrenica, con la prima e la seconda guerra del Golfo e le guerre a venire, un tentativo di imporre il tema della riforma e degli strumenti Onu nell'agenda della politica internazionale italiana è stato sperimentato. Un gruppo di donne ha provato a misurarsi direttamente con i conflitti nell'esperienza «visitare luoghi difficili». Facendo riferimento a quel percorso, la Rete delle Donne per la pace si rivolge alle realtà della società civile, al mondo accademico e politico per mettere di nuovo all'ordine del giorno la questione di come affrontare in modo responsabile i conflitti. Su questa si vuole misurare anche con chi si candida al parlamento e al governo nelle imminenti elezioni. r. c. k.
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