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il manifesto 2013.02.06 - 13 VISIONI
 
DOC I giochi sporchi svelati da Richard Rowley e Jeremy Scahill
«Dirty Wars», le zone oscure della politica Usa
ARTICOLO - Giulia D'Agnolo Vallan NEW YORK

ARTICOLO - Giulia D'Agnolo Vallan NEW YORK
Yemen, Somalia, le tappe dei registi raccontano come il governo americano nelle operazioni di guerra agisca sempre ai margini della clandestinità, all'ombra di stati conniventi
NEW YORK
Provocando controversie che non accennano a spegnersi (e che mineranno le sorti del film agli Oscar), Zero Dark Thirty ha (ri)aperto il dibattito sulle zone oscure delle politica americana post 11 settembre. Quei vicoli bui, maleodoranti, delle guerra al terrore che tutti avremmo preferito murati dietro di noi, nell'era di George W. Bush, i dieci anni di quasi-psicosi collettiva che il film di Bigelow ci ricorda scomodamente, diventano agghiaccianti strade illuminate dal sole in Dirty Wars, di Richard Rowley e Jeremy Scahill, visto recentemente in concorso al Sundance (verrà distribuito in Usa da Sundance Selects che ha un accordo con la catena di multisale Amc). Strade che, invece di estinguersi, dall'era di Bush sono sfociate in quella di Barack Obama, e rischiano di diventare più ampie.
Scahill, il giornalista di The Nation e autore del notevole Blackwater: The Raise of the World's Most Powerful Mercenary Army, è un veterano dei reportage dal fronte, abituato a sfuggire dalla dittatura dei briefing militari, attraverso percorsi autonomi. È durante uno di questi detour, nel 2010, che comincia Dirty Wars. Indagando una serie di raid notturni (con cui i corpi speciali dell'esercito Usa neutralizzano metodicamente il lavoro di avvicinamento alla popolazione che le truppe regolari portano avanti alla luce del giorno), nella provincia afgana di Paktia, Scahill si imbatte in spiegazioni diverse di uno stesso massacro. Per il dipartimento di stato Usa, la morte di tre donne e due uomini (tra cui uno dei comandanti della polizia locale) sarebbe un «omicidio d'onore». Per i residenti dell villaggio di Gardez l'onore non c'entra niente: a uccidere i cinque, nel mezzo di una festa in famiglia, sarebbero stati soldati americani che, nella descrizione di Mohammed Sabir, fratello di una delle vittime, «non indossavano divise, avevano la barba e grossi muscoli ed esplodevano in frequenti attacchi di rabbia». Sabir racconta anche che, prima di andarsene, i responsabili del raid avrebbero estratto con un coltello le pallottole dai corpi dei morti. «Li chiamiamo i talebani americani», dice un altro testimone della scena. Alcuni video girati da telefonini, e in cui si sentono dialoghi in inglese comprovano la loro versione dei fatti. Grazie a quei materialiportage di Scahill e altri giornalisti, il governo Usa finì per ammettere la responsabilità del raid. Una fotografia che ritrae William McRaven, capo supremo del Jsop (Joint Special Operation Command, il corpo speciale che agisce sotto diretta giurisdizione della Casa bianca), alcuni soldati afgani e la famiglia delle vittime documenta anche una sorte di «cerimonia di scuse»: i morti erano innocenti, il raid era stato effettuato sulla base di informazioni sbagliate.
Ma Dirty Wars non si ferma in paesi con cui gli Usa sono in guerra. Yemen e Somalia sono le tappe successive di Scahill e Rowley, e parte di una mappa globale sempre più vasta, senza frontiere (70 e più paesi), in cui le forze del Jsop, spesso coadiuvate dai droni, agiscono ai margini della clandestinità, all'ombra di governi conniventi, facendosi coadiuvare da trucide milizie locali e ben oltre gli accordi dettati dalla convenzione di Ginevra e dai trattati internazionali. Spesso di tratta di operazioni di cui i giornali hanno parlato, e che il governo Usa ha ammesso -come l'attacco drone che ha ucciso l'imam radical Anwar Al Awlaki, ufficialmente il primo cittadino americano sulla kill list della guerra al terrore. Si sa meno di altre -per esempio del drone che, due settimane dopo la morte di Al Awlaki, ha ammazzato (sempre in Yemen) suo figlio sedicenne insieme a un gruppo di coetanei. «Più forte, più grosso, più rapido. E sotto la diretta supervisione del presidente», così descrive il Joint Special Operation Command uno dei suoi membri quando Scahill gli chiede se il corpo speciale è stato, o meno, potenziato dalla Casa bianca di Barack Obama. Formato nel 1980 (dopo il fallimento dell'operazione per liberare gli ostaggi Usa all'ambasciata di Theran), e responsabile del raid di Abbottabad durante il quale è stato ucciso Bin Laden, il Jsoc emerge da Dirty Wars come un vero e proprio esercito ombra sempre più utilizzato e sempre più libero - il modo «pragmatico» di risolvere una guerra senza dichiararla, senza un'invasione, senza autorizzazione del Congresso e senza spendere troppo. Ex militari, ex agenti Cia e almeno un senatore, intervistati nel film, esprimono forti riserve nei confronti della sua «accountability» e anche della sua efficacia. Di guerre segrete (e sporche), nella storia, il governo Usa ne ha condotte parecchie. Oggi stanno diventando istituzionalizzate, ci racconta Dirty Wars. «Ma a una cosa così non c'è fine: questa è una squadra di manutenzione!». È stata a la reazione di una signora dopo la proiezione del film. «In effetti», le ha risposto Rowley, «internamente, la pratica del Jsop è spesso paragonata alla cura di un prato: va tagliato regolarmente».
DUE IMMAGINI DA «DIRTY WARS» DI RICHARD ROWLEY E JEREMY SCAHILL, A DESTRA JESSICA LANGE IN «AMERICAN HORROR STORY 2»
 
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