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il manifesto 2013.02.06 - 16 STORIE
FESTA E TRADIZIONE
Il velo che sconfigge l'Etna mentre i devoti si azzuffano
ARTICOLO
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CATANIA
«Cittadini, semu tutti devoti tutti!», è il mantra che dal 3 al 5 febbraio i devoti urlano fino allo sfinimento davanti al busto reliquiario di Sant'Agata in processione per le vie di Catania, quando la Patrona ritorna, presenza certa e rassicurante, ogni anno per tre giorni, a riabbracciare la sua città. Una festa piena di fascino in cui si combinano in un sincretismo perfetto antichi culti pagani e cristiani, in cui il sacro e il profano si confondono. Un tripudio di luci, quelle dei ceri votivi offerti alla Santa e delle dodici «candelore», grandi costruzioni in legno dorato in stile barocco del peso quasi di una tonnellata, portate a spalla dai rappresentanti delle diverse corporazioni di arti e mestieri. Indiscussi protagonisti sono loro, i devoti, e le instancabili «vuciate» (urla) che fanno da musica di sottofondo: una danza in bianco e nero (i colori del «saccu» che indossano) che riporta la mente a quel fiume di lava dell'Etna che il velo di Sant'Aituzza ha miracolosamente fermato, salvando la città dalla distruzione, già nel 252 d. C.
Sulle origini del saccu si incrociano varie ipotesi, in cui si fondono realtà e leggenda. L'abito bianco come tunica sacerdotale: reminiscenza di antichi culti legati alla Dea Iside. O ancora: l'abito bianco come la camicia da notte indossata dai catanesi in quel lontano 17 agosto del 1126, quando le reliquie di Sant'Aituzza fecero ritorno in patria. Al di là di queste fantasiose e creative ipotesi (talmente radicate nell'immaginario catanese da essere considerate ormai vere!) 'u saccu è invece un saio penitenziale con una precisa simbologia. Esso è, infatti, bianco: il colore della purezza. Il berretto, in dialetto la «scuzzetta», è nero come il capo cosparso di cenere, in segno di sottomissione e umiltà. I devoti, inoltre, tengono in mano il cordone, simbolo della castità di Sant'Agata, e indossano un paio di guanti bianchi, in rispetto della purezza della Patrona. E infine sventolano il fazzoletto dinanzi alla vista del fercolo in processione, la «vara».
Ma negli anni, altri elementi sono entrati nella tradizione agatina. Dopo l'ouverture dei festeggiamenti, il 3 febbrario, con l'uscita del sindaco della città a bordo della Carrozza del Senato, segue la sfilata dei politici catanesi in processione, durante l'offerta della cera. Questa passerella, «applausometro» più efficace di qualsiasi sondaggio elettorale, è divenuta un attesissimo appuntamento per misurare le «temperature» del consenso, soprattutto quest'anno in vista dell'ormai prossimo appuntamento delle comunali in primavera.
E un cenno merita infine la «gara» tra i portatori delle candelore, per chi resiste più tempo in piedi, anche questa nella tradizione insieme alla seguente immancabile rissa in pescheria per decretare il vincitore. Altro che Calciopoli! e. ca.
«Cittadini, semu tutti devoti tutti!», è il mantra che dal 3 al 5 febbraio i devoti urlano fino allo sfinimento davanti al busto reliquiario di Sant'Agata in processione per le vie di Catania, quando la Patrona ritorna, presenza certa e rassicurante, ogni anno per tre giorni, a riabbracciare la sua città. Una festa piena di fascino in cui si combinano in un sincretismo perfetto antichi culti pagani e cristiani, in cui il sacro e il profano si confondono. Un tripudio di luci, quelle dei ceri votivi offerti alla Santa e delle dodici «candelore», grandi costruzioni in legno dorato in stile barocco del peso quasi di una tonnellata, portate a spalla dai rappresentanti delle diverse corporazioni di arti e mestieri. Indiscussi protagonisti sono loro, i devoti, e le instancabili «vuciate» (urla) che fanno da musica di sottofondo: una danza in bianco e nero (i colori del «saccu» che indossano) che riporta la mente a quel fiume di lava dell'Etna che il velo di Sant'Aituzza ha miracolosamente fermato, salvando la città dalla distruzione, già nel 252 d. C.
Sulle origini del saccu si incrociano varie ipotesi, in cui si fondono realtà e leggenda. L'abito bianco come tunica sacerdotale: reminiscenza di antichi culti legati alla Dea Iside. O ancora: l'abito bianco come la camicia da notte indossata dai catanesi in quel lontano 17 agosto del 1126, quando le reliquie di Sant'Aituzza fecero ritorno in patria. Al di là di queste fantasiose e creative ipotesi (talmente radicate nell'immaginario catanese da essere considerate ormai vere!) 'u saccu è invece un saio penitenziale con una precisa simbologia. Esso è, infatti, bianco: il colore della purezza. Il berretto, in dialetto la «scuzzetta», è nero come il capo cosparso di cenere, in segno di sottomissione e umiltà. I devoti, inoltre, tengono in mano il cordone, simbolo della castità di Sant'Agata, e indossano un paio di guanti bianchi, in rispetto della purezza della Patrona. E infine sventolano il fazzoletto dinanzi alla vista del fercolo in processione, la «vara».
Ma negli anni, altri elementi sono entrati nella tradizione agatina. Dopo l'ouverture dei festeggiamenti, il 3 febbrario, con l'uscita del sindaco della città a bordo della Carrozza del Senato, segue la sfilata dei politici catanesi in processione, durante l'offerta della cera. Questa passerella, «applausometro» più efficace di qualsiasi sondaggio elettorale, è divenuta un attesissimo appuntamento per misurare le «temperature» del consenso, soprattutto quest'anno in vista dell'ormai prossimo appuntamento delle comunali in primavera.
E un cenno merita infine la «gara» tra i portatori delle candelore, per chi resiste più tempo in piedi, anche questa nella tradizione insieme alla seguente immancabile rissa in pescheria per decretare il vincitore. Altro che Calciopoli! e. ca.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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