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il manifesto 2013.02.06 - 16 STORIE
storie LA MARTIRE CATTOLICA E LE FEMEN
AGATA SANTA RIBELLE
ARTICOLO
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«Dietro la patrona di Catania e la sua festa c'è la vita di una donna che seppe ribellarsi alla violenza maschile e al femminicidio». Una giovane blogger siciliana rilegge con laicismo l'antico mito
Elena Caruso*
Si sono conclusi ieri i festeggiamenti che Catania riserva all'amatissima patrona Sant'Agata (Sant'Aita in catanese). Tra resse e risse, il bilancio delle vittime (tra infarti, ferimenti, e talvolta anche morti) fa della festa una vera e propria corrida siciliana. Ma the show - si sa - must go on. Ogni anno. E a volte mi chiedo se questi numeri raccapriccianti non siano parte del programma. Ma io sono la meno titolata a parlare, e non solo perché non indosso «u saccu», la tunica bianca dei devoti. Sono una smidollata anticlericale (a tratti sacrilega e blasfema), irriducibilmente anaffettiva e allergica a qualsivoglia festa popolare e tradizionale (Natale e Pasqua, in primis). I festeggiamenti agatini con quella soffocante confusione, poi, mi provocano un fastidio non indifferente, e rendono Catania, in questi giorni, una no-fly-zone. A rendere poco appetibile il quadro agatino, poi, la cornice, eufemisticamente e generosamente definibile «poco luminosa», che circonda l'organizzazione e lo svolgimento della festa. «Sant'Agata liberaci dal pizzo», urlano le associazioni antiracket catanesi.
Pensate, quindi, a quale peso può avere avuto Sant'Agata, con i suoi pomposi festeggiamenti (nonostante la spending review) , nei miei 22 anni di vita. Nessuno. O quasi, se includo qualche specialità dolciaria agatina (cito per tutte le amatissime «minne»: piccole cassate siciliane a forma di mammella, che simboleggiano l'amputazione dei seni che subì la Santa. Nonostante il macabro significato sono buonissime). Senza dimenticare il giorno di vacanza (la «calia») ai tempi del liceo, il 5 Febbraio. Ecco, Sant'Aita è per molti solo dolci e vacanza scolastica. Ma oggi che sono a dieta e non vado più a scuola (frequento l'università), che motivi avrei per urlare Viva Sant'Aita?
Non è stato facile. Ma alla fine, vi confesso, mi sono unita al coro. Ho spogliato la «vergine e martire» Sant'Agata di tutti i santi paramenti. E ho trovato Agata, una mia giovane coetanea, 21 anni, bella e ribelle. Ma una ribelle di quelle doc, da far invidia alle Pussy Riot, una che si è messa contro il Potere. E il Potere, nella Catania del 251 d.C., aveva un nome preciso: Proconsole Quinziano. Lui la desiderava (o forse desiderava il suo denaro - Agata era anche molto ricca) e intendeva possederla.
Agata lo rifiuta, ripetutamente, sopportando inimmaginabili torture, tra cui l'amputazione dei seni, fino all'estremo sacrificio. Siamo nel 251 d.C., eppure Agata si comporta da donna emancipata, si oppone a una scelta imposta. Da eroina sfida il Potere, rivendicando la libertà di autodeterminazione, la libertà di scegliere. C'è una forza imbattibile in lei dinanzi alla quale i seni strappati e i carboni ardenti suonano come insignificanti cattiverie: la forza che proviene dalla consapevolezza di difendere le proprie idee e la propria libertà. Anche la libertà di accettare la morte. Agata come eroina ribelle diventa un esempio, un modello: questa Agata, quindi, può ancora parlare e ha qualcosa da dire anche alla nostra generazione.
Sta a ciascuno di noi individuare il Proconsole Domiziano da sconfiggere. Giocando con la Storia, mi piace pensare che il temperamento di Agata riviva, ai nostri giorni, nei corpi giovani e nudi, per esempio, delle ribelli Femen, quelle che hanno protestato in Piazza San Pietro qualche settimana fa, a seno nudo (strumento di lotta e libertà).
Ma Agata è stata anche vittima di un femminicidio. A fronte della violenza che ancora oggi viene perpetrata sul corpo della donne, non ci resta che constatare un'amara verità: dal 251 d.C. forse non è molto cambiata la sorte per molte donne, anche catanesi (se penso alla giovane Stefania Noce, studentessa uccisa dall'ex fidanzato il 27 dicembre 2011).
Agata, Stefania e tutte le altre donne hanno rivendicato il potere di autodeterminarsi contro una cultura maschilista che concepisce le donne come «oggetto» degli uomini, da possedere, di cui disporre, su cui esercitare quello che i Latini chiamavano jus vitae necique. Adesso, quando penso a Sant'Agata, vedo una mia antenata ribelle, una femminista ante litteram. E vedo anche una vittima di femminicidio, di una mattanza che non si è ancora arrestata. Viva Sant'Aita!
*Blogger levoltapagina.it LA «VARA» CON LE RELIQUIE DI SANT'AGATA PORTATA IN PROCESSIONE PER LE VIE DI CATANIA DAI DEVOTI. A DESTRA, SEBASTIANO DEL PIOMBO «MARTIRIO DI SANT'AGATA», 1520, FIRENZE-PALAZZO PITTI
Si sono conclusi ieri i festeggiamenti che Catania riserva all'amatissima patrona Sant'Agata (Sant'Aita in catanese). Tra resse e risse, il bilancio delle vittime (tra infarti, ferimenti, e talvolta anche morti) fa della festa una vera e propria corrida siciliana. Ma the show - si sa - must go on. Ogni anno. E a volte mi chiedo se questi numeri raccapriccianti non siano parte del programma. Ma io sono la meno titolata a parlare, e non solo perché non indosso «u saccu», la tunica bianca dei devoti. Sono una smidollata anticlericale (a tratti sacrilega e blasfema), irriducibilmente anaffettiva e allergica a qualsivoglia festa popolare e tradizionale (Natale e Pasqua, in primis). I festeggiamenti agatini con quella soffocante confusione, poi, mi provocano un fastidio non indifferente, e rendono Catania, in questi giorni, una no-fly-zone. A rendere poco appetibile il quadro agatino, poi, la cornice, eufemisticamente e generosamente definibile «poco luminosa», che circonda l'organizzazione e lo svolgimento della festa. «Sant'Agata liberaci dal pizzo», urlano le associazioni antiracket catanesi.
Pensate, quindi, a quale peso può avere avuto Sant'Agata, con i suoi pomposi festeggiamenti (nonostante la spending review) , nei miei 22 anni di vita. Nessuno. O quasi, se includo qualche specialità dolciaria agatina (cito per tutte le amatissime «minne»: piccole cassate siciliane a forma di mammella, che simboleggiano l'amputazione dei seni che subì la Santa. Nonostante il macabro significato sono buonissime). Senza dimenticare il giorno di vacanza (la «calia») ai tempi del liceo, il 5 Febbraio. Ecco, Sant'Aita è per molti solo dolci e vacanza scolastica. Ma oggi che sono a dieta e non vado più a scuola (frequento l'università), che motivi avrei per urlare Viva Sant'Aita?
Non è stato facile. Ma alla fine, vi confesso, mi sono unita al coro. Ho spogliato la «vergine e martire» Sant'Agata di tutti i santi paramenti. E ho trovato Agata, una mia giovane coetanea, 21 anni, bella e ribelle. Ma una ribelle di quelle doc, da far invidia alle Pussy Riot, una che si è messa contro il Potere. E il Potere, nella Catania del 251 d.C., aveva un nome preciso: Proconsole Quinziano. Lui la desiderava (o forse desiderava il suo denaro - Agata era anche molto ricca) e intendeva possederla.
Agata lo rifiuta, ripetutamente, sopportando inimmaginabili torture, tra cui l'amputazione dei seni, fino all'estremo sacrificio. Siamo nel 251 d.C., eppure Agata si comporta da donna emancipata, si oppone a una scelta imposta. Da eroina sfida il Potere, rivendicando la libertà di autodeterminazione, la libertà di scegliere. C'è una forza imbattibile in lei dinanzi alla quale i seni strappati e i carboni ardenti suonano come insignificanti cattiverie: la forza che proviene dalla consapevolezza di difendere le proprie idee e la propria libertà. Anche la libertà di accettare la morte. Agata come eroina ribelle diventa un esempio, un modello: questa Agata, quindi, può ancora parlare e ha qualcosa da dire anche alla nostra generazione.
Sta a ciascuno di noi individuare il Proconsole Domiziano da sconfiggere. Giocando con la Storia, mi piace pensare che il temperamento di Agata riviva, ai nostri giorni, nei corpi giovani e nudi, per esempio, delle ribelli Femen, quelle che hanno protestato in Piazza San Pietro qualche settimana fa, a seno nudo (strumento di lotta e libertà).
Ma Agata è stata anche vittima di un femminicidio. A fronte della violenza che ancora oggi viene perpetrata sul corpo della donne, non ci resta che constatare un'amara verità: dal 251 d.C. forse non è molto cambiata la sorte per molte donne, anche catanesi (se penso alla giovane Stefania Noce, studentessa uccisa dall'ex fidanzato il 27 dicembre 2011).
Agata, Stefania e tutte le altre donne hanno rivendicato il potere di autodeterminarsi contro una cultura maschilista che concepisce le donne come «oggetto» degli uomini, da possedere, di cui disporre, su cui esercitare quello che i Latini chiamavano jus vitae necique. Adesso, quando penso a Sant'Agata, vedo una mia antenata ribelle, una femminista ante litteram. E vedo anche una vittima di femminicidio, di una mattanza che non si è ancora arrestata. Viva Sant'Aita!
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