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il manifesto 2013.02.07 - 11 CULTURA
 
BIENNALE Quattordici gli artisti per il padiglione Italia curato da Bartolomeo Pietromarchi. E la richiesta di fondi
«Vice versa», meglio in coppia che da soli
ARTICOLO

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Arianna Di Genova
Un dialogo, uno scambio dialettico che richiami alla mente l'idea del doppio, un tandem in soggettiva che riempia una dopo l'altra le stanze (e lo spazio esterno del giardino) del Padiglione Italia alla 55/ma edizione della Biennale di Venezia (1 giugno - 24 novembre). Coppie di artisti di generazioni diverse e non solo; un fiorire di binomi anche linguistici, come quel Vice Versa che titola l'esposizione in Laguna.
Lo presenta così il suo progetto Bartolomeo Pietromarchi, in una conferenza stampa affollatissima, svelando i nomi dei prescelti e accompagnando la loro futura performance all'Arsenale con un background culturale identitario che il curatore «rintraccia» nella dicotomia del pensiero, indicandola come tipicamente e tradizionalmente radicata nel nostro paese.
Novanta per cento delle opere realizzate ad hoc e una campagna attiva di crowdfunding per ovviare alla carenza endemica di fondi (la crisi ha ridotto il budget a seicentomila euro). Ci si affida quindi al finanziamento collaborativo in tre mesi tramite eventi a macchia di leopardo(Roma, Milano, Londra, New York, per poi continuare sul web) e, come controparte, ci sarà una cartella di quattordici stampe a tiratura limitata degli artisti in mostra.
Il primo duo nel quale si imbatterà il visitatore, considerato una specie di apripista concettuali di «ciò che verrà» saranno Fabio Mauri / Francesco Arena, perno della loro ricerca la Storia «letta attraverso il filtro del proprio corpo», spiega Pietromarchi. Poi, l'itinerario è libero, non c'è nessun passaggio obbligato e si può passeggiare incontrando Luigi Ghirri / Luca Vitone (paesaggio come memoria), Marcello Maloberti / Flavio Favelli (impianto autobiografico con riferimenti alle tradizioni popolari), Gianfranco Baruchello / Elisabetta Benassi (l'impossibilità di archiviare il mondo, la poetica del frammento), Piero Golia / Sislej Xhafa (tragedia e commedia), Massimo Bartolini / Francesca Grilli (suono e silenzio, libertà di parola e censura), Giulio Paolini /Marco Tirelli (limite in continua dilatazione fra realtà e sua rappresentazione).
«Non ho dato nessun tema, ognuno declinerà la propria ricerca secondo i suoi parametri, m'interessava però fornire una cornice interpretativa che ritengo sia in linea anche con quella della mostra generale della Biennale, curata quest'anno da Massimiliano Gioni e dedicata a un 'palazzo enciclopedico', museo immaginario del sapere umano...».
Pietromarchi, nato nel 1968 a Roma, ha un suo debito intellettuale e lo confessa tutto, senza reticenze: il debito è con Italo Calvino e Giorgio Agamben che negli anni Settanta volevano fondare una rivista che si occupasse di cultura italiana attraverso una visione «polare». In arte, qualcuno ci ha provato in seguito: De Dominicis, Ontani, Boetti, Paolini sono interpreti eccellenti, pur nella mutazione dei termini di confronto dialettico, di quello slittamento semantico (e, in alcuni casi, fisico) tra un elemento e il suo contrario.
Dopo il caos dell'edizione scorsa, il sovrumano inzeppamento di opere e guest della precedente performance italiana, la kermesse 2013 si preannuncia di certo più lineare, forse un po' troppo condivisibile (nelle scelte e nei nomi degli ospiti) e quindi per nulla rischiosa.
Unico non italiano, Xhafa, kosovaro di origine, che già nel 1997 entrò alla Biennale non invitato con il suo padiglione clandestino per poi tornarvi due anni dopo e nel 2005, con tutti i gradi dell'ufficialità. MASSIMO BARTOLINI /FOTO ROBERTO GALASSO
 
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