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il manifesto 2013.02.07 - 12 VISIONI
Al cinemaLa regista premio Oscar racconta la cronaca del raid militare che portò alla cattura di Osama; l'incantevole esordio di Benh Zeitlin con la piccola Quvenzhane Wallis
Ossessione Bin Laden
ARTICOLO
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ZERO DARK THIRTY DI KATHRYN BIGELOW, CON JESSICA CHASTAIN E JASON CLARKE, USA 2012
Giulia D'Agnolo Vallan
Zero Dark Thirty, in gergo militare, è il il cuore della notte. È anche l'ora (le 0.30) in cui i Navy Seals di Team Six, il primo maggio 2011, misero piede nel cortile delle residenza fortificata di Osama Bin Laden, ad Abbottabad. Il film di Kathryn Bigelow che porta lo stesso titolo, apre su un'oscurità ancora più profonda e vertiginosa. Prima di tutto, su schermo nero, è una ricreazione audio del panico di voci e rumori dell'undici settembre. Stacco e siamo in un black site (si', ancora nero) in un luogo non identificato dove la Cia conduce i suoi interrogatori segreti. E Bigelow, nel caso qualcuno sospettasse che avrebbe aggirato l'ostacolo, fa esplodere immediatamente l'idea stessa del segreto, affidando le prime immagini del suo film proprio a una scena di tortura - scelta scomoda, frontale, che le ha procurato critiche dalla Cia, da senatori democratici e repubblicani, da un documentarista serio come Alex Gibney, da uno scrittore irriverente come Bret Easton Ellis (che dopo si è scusato) e da un'opinionista poco seria come Naomi Wolf, che in un pezzo (pieno di falsità) uscito sul Guardian ha paragonato la regista a Leni Riefenstal e definisce ZDT «un film di regime».
Jack Bauer e Carrie Mathison, in 24 e Homeland, hanno portato lo spettro degli interrogatori disumani post 11 settembre nel salotto di casa, insieme alle psiche turbatatissime dei due agenti. La mise en scene classica e precisissima di Bigelow non ci risparmia niente, e non cerca scorciatoie psicologiche: quello che si vede è una combinazione di metodo scientifico e macelleria medioevale. I rituali e gli attrezzi di scena svelati al mondo dalle micidiali foto di Abu Ghraib ci sono tutti - cappio, cappuccio, collare da cane, waterboarding, le umiliazioni sessuali, l'heavy metal a volume assordante......«La jihad continuerà ad esistere tra cent'anni», riesce a mormorare tra sangue, sputo e lacrime Ammar (Reda Kateb, l'attore di Un Prophet). «Ammiro la tua resistenza, fratello. Ma alla fine cedono tutti. È questione di biologia", gli dice l'uomo CIA. Interpretato da Jason Clarke, non è un sadico o un depravato. Ma uno che sta facendo il suo lavoro.
Nella sua complessa architettura drammatico/visiva è un film che non prevede «zone di conforto» per lo spettatore. Quello che sta succedendo -che sia una bomba su un bus di Londra o in una base militare afghana, o un uomo torturato selvaggiamente in una remota prigione pakistana o polacca- è un problema di tutti.
Il «lavoro» della guerra era anche il tema di The Hurt Locker e tutto il cinema di Bigelow è fatto di appassionate immersioni in microcosmi di cui esplora procedure e codici (che si tratti di bikers, vampiri, surfisti rapinatori o militari che disinnescano bombe). Allo stesso modo Zero Dark Thirty è un film che esiste in un microcosmo preciso, la caccia a Bin Laden vista non attraverso le scelte di Bush o Obama ma nel quotidiano di chi l'ha fatta. Bigelow e Boal affidano la loro storia a un'analista fresca di college (Jessica Chastain), catapultata a Islamabad da Langley. Il personaggio esiste realmente. Maya (Chastain) ci mette un po' ad abituarsi alla realtà della «guerra contro il terrore». Ma poi trova modo di adeguarsi - dopo tutto, come dicono nei corridoi della sede Cia in Pakistan, ha l'istinto di un killer. In un arco di tempo di circa otto anni, Maya punta tutte le sue energie su quello che molti dei suoi colleghi credono un fantasma: Abu Ahmad-alKuwaiti, un classico «ago nel pagliaio» che si rivelerà il corriere speciale di Bin Laden e l'uomo che porterà gli americani allo scalcinato «fortino» di Abbottabad. Sorveglianza incessante, interrogatori, bustarelle, piste false.
ll suo è un lavoro ossessivo, frustrante e certosino. Nell'arco di quegli anni di caccia logorante, la Casa bianca cambia di mano. Sullo sfondo di una scena, Obama in tv promette la messa fuori legge della tortura. «L'aria è diversa a Washington. Fai attenzione e non rimanere l'ultima con un collare di cane in mano», le dice un collega prima di rientrare in Usa. Ma in genere Zero Dark Thirty evita le maiuscole della politica. Al momento della messa in lavorazione, alcuni repubblicani l'avevano denunciata come un'operazione di propaganda pro Obama per scopi elettorali. Per evitare problemi, l'uscita del film era stata posticipata a natale. Visto adesso, a rielezione avvenuta, ZDT non solo non è un film banalmente «pro Obama»: non è un film su un evento del passato, su un sollievo. Nella sua magnifica, sicura, chiarezza formale e politica è una finestra su un problema aperto -Guantanamo, i black sites, droni. Problema aperto. E di tutti.
Giulia D'Agnolo Vallan
Zero Dark Thirty, in gergo militare, è il il cuore della notte. È anche l'ora (le 0.30) in cui i Navy Seals di Team Six, il primo maggio 2011, misero piede nel cortile delle residenza fortificata di Osama Bin Laden, ad Abbottabad. Il film di Kathryn Bigelow che porta lo stesso titolo, apre su un'oscurità ancora più profonda e vertiginosa. Prima di tutto, su schermo nero, è una ricreazione audio del panico di voci e rumori dell'undici settembre. Stacco e siamo in un black site (si', ancora nero) in un luogo non identificato dove la Cia conduce i suoi interrogatori segreti. E Bigelow, nel caso qualcuno sospettasse che avrebbe aggirato l'ostacolo, fa esplodere immediatamente l'idea stessa del segreto, affidando le prime immagini del suo film proprio a una scena di tortura - scelta scomoda, frontale, che le ha procurato critiche dalla Cia, da senatori democratici e repubblicani, da un documentarista serio come Alex Gibney, da uno scrittore irriverente come Bret Easton Ellis (che dopo si è scusato) e da un'opinionista poco seria come Naomi Wolf, che in un pezzo (pieno di falsità) uscito sul Guardian ha paragonato la regista a Leni Riefenstal e definisce ZDT «un film di regime».
Jack Bauer e Carrie Mathison, in 24 e Homeland, hanno portato lo spettro degli interrogatori disumani post 11 settembre nel salotto di casa, insieme alle psiche turbatatissime dei due agenti. La mise en scene classica e precisissima di Bigelow non ci risparmia niente, e non cerca scorciatoie psicologiche: quello che si vede è una combinazione di metodo scientifico e macelleria medioevale. I rituali e gli attrezzi di scena svelati al mondo dalle micidiali foto di Abu Ghraib ci sono tutti - cappio, cappuccio, collare da cane, waterboarding, le umiliazioni sessuali, l'heavy metal a volume assordante......«La jihad continuerà ad esistere tra cent'anni», riesce a mormorare tra sangue, sputo e lacrime Ammar (Reda Kateb, l'attore di Un Prophet). «Ammiro la tua resistenza, fratello. Ma alla fine cedono tutti. È questione di biologia", gli dice l'uomo CIA. Interpretato da Jason Clarke, non è un sadico o un depravato. Ma uno che sta facendo il suo lavoro.
Nella sua complessa architettura drammatico/visiva è un film che non prevede «zone di conforto» per lo spettatore. Quello che sta succedendo -che sia una bomba su un bus di Londra o in una base militare afghana, o un uomo torturato selvaggiamente in una remota prigione pakistana o polacca- è un problema di tutti.
Il «lavoro» della guerra era anche il tema di The Hurt Locker e tutto il cinema di Bigelow è fatto di appassionate immersioni in microcosmi di cui esplora procedure e codici (che si tratti di bikers, vampiri, surfisti rapinatori o militari che disinnescano bombe). Allo stesso modo Zero Dark Thirty è un film che esiste in un microcosmo preciso, la caccia a Bin Laden vista non attraverso le scelte di Bush o Obama ma nel quotidiano di chi l'ha fatta. Bigelow e Boal affidano la loro storia a un'analista fresca di college (Jessica Chastain), catapultata a Islamabad da Langley. Il personaggio esiste realmente. Maya (Chastain) ci mette un po' ad abituarsi alla realtà della «guerra contro il terrore». Ma poi trova modo di adeguarsi - dopo tutto, come dicono nei corridoi della sede Cia in Pakistan, ha l'istinto di un killer. In un arco di tempo di circa otto anni, Maya punta tutte le sue energie su quello che molti dei suoi colleghi credono un fantasma: Abu Ahmad-alKuwaiti, un classico «ago nel pagliaio» che si rivelerà il corriere speciale di Bin Laden e l'uomo che porterà gli americani allo scalcinato «fortino» di Abbottabad. Sorveglianza incessante, interrogatori, bustarelle, piste false.
ll suo è un lavoro ossessivo, frustrante e certosino. Nell'arco di quegli anni di caccia logorante, la Casa bianca cambia di mano. Sullo sfondo di una scena, Obama in tv promette la messa fuori legge della tortura. «L'aria è diversa a Washington. Fai attenzione e non rimanere l'ultima con un collare di cane in mano», le dice un collega prima di rientrare in Usa. Ma in genere Zero Dark Thirty evita le maiuscole della politica. Al momento della messa in lavorazione, alcuni repubblicani l'avevano denunciata come un'operazione di propaganda pro Obama per scopi elettorali. Per evitare problemi, l'uscita del film era stata posticipata a natale. Visto adesso, a rielezione avvenuta, ZDT non solo non è un film banalmente «pro Obama»: non è un film su un evento del passato, su un sollievo. Nella sua magnifica, sicura, chiarezza formale e politica è una finestra su un problema aperto -Guantanamo, i black sites, droni. Problema aperto. E di tutti.
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