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il manifesto 2013.02.08 - 12 VISIONI
 
Berlinale • Aperta la sessantatreesima edizione con «The Grandmaster», il nuovo BerlinaleAperta la sessantatreesima edizione con «The Grandmaster», il nuovo lavoro di Wong Kar-wai che è anche il presidente di Giuria della ke
Un uomo, una donna La sfida del desiderio
ARTICOLO - Cristina Piccino BERLINO

ARTICOLO - Cristina Piccino BERLINO
Non è solo una vicenda di kung fu, ripercorre anche trent'anni di storia cinese, la guerra cino-giapponese e la fuga a Hong Kong dei nazionalisti Il film è ispirato alla figura di Ip Man, il maestro di Bruce Lee e figura leggendaria delle arti marziali
BERLINO
Wong Kar Wai ha ancora i Rainbaw specchiati che lo nascondono anche di giorno, Tony Leung ha qualche ruga in più ma è sempre affascinante, è l'icona dei suoi film da almeno vent'anni e ha attraversato quasi tutte le sue storie di desideri perduti nelle volute di una sigaretta, dei rimpianti che a non averne la vita non avrebbe senso, delle esistenze catturate nella Storia che possono perdere tutto in un istante. The Grandmaster; che inaugura fuori concorso la 63° Berlinale, omaggio al regista anche il presidente della giuria, è il ritorno di Wong Kar Wai dopo diversi anni di assenza, Ashes of Time Redux è del 2008, e tredici anni sono invece passati dal tripudio di In the Mood for Love, di cui Leung era protagonista, divenuto un cult per la cinefilia mondiale, una passione così violenta da sopraffare lo stesso Wong che infatti per il film, successivo, 2046, aveva faticato infinitamente cambiandone le versioni più volte.
Anche The Grandmaster arriva dopo molti anni di lavoro, ha cominciato a pensarci nel 99 mentre girava The Road to the Grandmaster; un lungo viaggio nell'universo delle arti marziali tra la Cina e Taiwan, con una intervista al maestro di Bruce Lee. Era anziano, ed è morto poco tempo dopo ma come racconta il regista gli ha permesso di riprendere una dimostrazione della sua arte, una cosa mai avvenuta che rende quel documentario anche un prezioso reperto d'archivio. «Lo osservavo mentre faceva la dimostrazione di spalle, senza mostrarci il volto, trasmetteva un senso di grande rispetto. Tutti i maestri che ho incontrato erano molto modesti, perché sono consapevoli di possedere un'arma anche mortale, col kung fu si può uccidere.
The Grandmaster è perciò ispirato a Ip Man (Leung), maestro di Bruce Lee e figura leggendaria delle arti marziali che dopo la guerra tra nazionalisti e Armata rossa si rifugia a Hong Kong dove insegna il Wing Chun ai ragazzi cercando di trasportare nella pratica quotidiana un' arte chiusa e profondamente elitaria. «Il kung fu sono due parole: verticale e orizzontale, chi cade perde chi rimane in piedi vince» profetizza da sotto il suo panama bianco. Elegante, felice, innamorato della moglie e della sua famiglia Ip Man vive a Fonshan nel sud della Cina che, siamo nel 1936, è attraversato da tensioni indipendentiste. Dal nord arriva un grande maestro per celebrare il ritiro dalle scene, ha sempre sognato di unire le due tecniche delle arti marziali, nord e sud senza riuscirvi. Sua figlia, Gong Er è bellissima e non sopporta di perdere, conosce il segreto delle 64 mani e nessuno sa farlo come lei ...
Nella sfida col padre di lei che vuole dividere, Ip Man vince perché alla contrapposizione tra nord e sud preferisce un orizzonte senza divisioni, l'infinito contro il particolare, il movimento contro gli schemi. Ma la figlia lo batte solo perché lui non la fa cadere, e si distrae, non c'è cosa peggiore nel kung fu delle donne, dei monaci taoisti, dei bambini sentenziano gli anziani maestri. Quella loro lotta è una danza di desiderio, erotismo violento, un respiro vicinissimo in cui si brucia la passione di una vita. Da allora continueranno a inseguirsi, e a sfiorarsi, la vita però li ha separati quell'attimo e per sempre.
The Grandmaster non è solo una storia di kung fu, anche se le scene d'azione sono di tesissima raffinatezza e compongono un omaggio attraverso il tempo al «genere» fuori dal genere, punteggiato dalle passioni cinefile del regista che viaggia tra passato e presente mescolando gli immaginari dentro e fuori la Cina (da Bertolucci a John Woo e Tsui Hark). La storia di Ip Man, che si intreccia a quella di altri maestri, ripercorre anche trent'anni di storia cinese, la guerra cino-giapponese, la guerra civile, la fuga a Hong Kong dei nazionalisti o di coloro che appartengono alla «vecchia» Cina, quel mondo insomma che compone l'essenza dei film di Wong Kar Wai, e che prende vita nei dettagli, nei frammenti, la pioggia mischiata al sangue della battaglia che apre il film, potentissima, le lacrime che scivolano lievi in un addio al mondo. E di nuovo gli amori impossibili, il caleidoscopioti che come per ogni gesto di kung fu se sbagli il tempo hai perduto per sempre. La nostalgia resa immagine che ce lo ha fatto amare dai tempi dello stupefacente As tears goes by, come in una vecchia fotografia di famiglia di cui la tristezza e il sentimento della perdita hanno sbiadito i contorni prima ancora di scattarla. La moglie amata quando lo ritrova sa che Ip Man è perduto. La loro felicità complice si è interrotta mentre lui le regala un collo di pelliccia per un viaggio a nord.
Oggi i piani del suo racconto non sono forse più così ambigui, e misteriosi, ma questo The Grandmaster è come un ritorno a luoghi che Wong Kar Wai non ha mai lasciato, la Hong Kong delle sue memorie di ragazzino esule con gli altri da Shangai sedotto dai colori e dai segreti di un femminile potente. Un po'come il bimbetto che alla fine spia dalla finestra le lezioni di Ip Man alla scuola di arti marziali anche lui nella foto di gruppo ormai a colori.
Un uomo, una donna, una sfida. Il maestro sono tanti maestri, ognuno con la sua tecnica ma è lei, Gong Er (meravigliosa Ziyi Zhang) a infrangere il tabù di un mondo pensato per soli uomini imparandone dal padre che guarda sin da quando è piccolina i segreti per difenderne la memoria dal falso discepolo che lo ha ucciso, servo dei giapponese occupanti e come tale temuto dagli altri in un duello quasi mortale.
Un uomo; una donna. Quante volte nell'arco di questi trent'anni si incontrano Ip Man e Gong Er, continuano a ritrovarsi mentre intorno le guerre inghiottono il loro mondo. Dagli anni Trenta della «primavera» si arriva agli anni Cinquanta in una Hong Kong piena di automobili e locali oppiacei. Cosi Wong Kar Wai ritrova i luoghi del suo immaginario, tracce, segni, sentimenti alla ricerca di un gesto che sorprenda tutti gli altri, un po' appunto come il colpo delle 64 mani che ogni volta è imprevedibile perché fatto di variazioni, e possederlo significa saper inventare. È una questione di gesti. E di sguardo.

Foto: ZIYI ZHANG , FOTO PICCOLA WONG-KAR WAI

 
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