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il manifesto 2013.02.08 - 14 LETTERE
 
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ARTICOLO

ARTICOLO
Dal baratro di Angelo Bagnasco, all'abisso di Vincenzo Paglia. E vi pareva? A qualcuno era sembrato che la Chiesa, per voce dell'arcivescovo Paglia, avesse concesso il permesso ai politici italiani di occuparsi delle unioni omosessuali. Aveva detto, infatti: «Il matrimonio è una dimensione chiara del diritto», ma ci sono anche «altre convivenze non familiari» su cui bisogna «individuare soluzioni di tipo di diritto privato» e «di prospettiva patrimoniale». A fare marcia indietro ci ha pensato l'Osservatore Romano. Il giorno dopo (6 febbraio) ha pubblicato un'intervista allo stesso Paglia, il quale, riferendosi alle leggi per le coppie gay in discussione in Francia e Gran Bretagna, ha condannato alcune «scelte politiche e legislative che portano le società sull'orlo dell'abisso». Povera Francia, povera Gran Bretagna per sempre perdute, e beata Italia, dove ci sono politici obbedienti a santa padrona Chiesa. Carmelo Dini
Ancora annunci di astensione; dopo la lettera di sabato, che si appoggiava a una lettura superficiale del vostro folle titolo di giovedì scorso («Astenetevi»), il 5 febbraio altre due: Tiziana ha 52 anni ed è scontentissima della campagna delle sinistre; Giovanna de Benedittis è del '47 e delusa da Pci prima, da Rifondazione poi. Io che sono del '46 e farei duecento chilometri a piedi pur di votare (ora più che mai) sono sgomento di fronte a questa diffusa tentazione di resa che dietro rabbia e delusione pregressa (che sono anche mie!) protegge secondo me l'inconscio timore di una nuova frustrazione bruciante (la sconfitta) o di quella, più insidiosa e tardiva, di nuove delusioni dopo la vittoria. Trovo in questa posizione un radicalismo che investe il voto di un valore assoluto; e un valore, fra l'altro, premiante/punitivo per i partiti, quando si tratta invece di puntare a determinare per noi, attraverso il voto, le condizioni più favorevoli possibili - nel contesto dato - per tutti i possibili obiettivi ambiti: pace e ambiente, diritti civili e lavoro, etica e laicità dello stato. Il voto non è atto finale e totale; dopo c'è altro. La vita continua, la politica pure. Ma perlomeno cerchiamo di non consegnarci a chi vuol continuare a fare terra bruciata dell'Italia, della sua Storia costituzionale, della dignità sua nel mondo e della dignità di ciascuno di noi che ci viviamo. Vorrei che gli arrabbiati non buttassero a mare me e neppure se stessi. Chi vuole può discuterne con me anche oltre il giornale.
Marco De Luca, Milano
Ho letto sul manifesto del 30 gennaio l'articolo di Piergiovanni Alleva intitolato «Una riforma del lavoro con un nuovo welfare», sono rimasto deluso e non lo condivido nell'impostazione generale. Non condivido l'idea di un reddito di cittadinanza, quello che dobbiamo chiedere è un reddito da lavoro e questo richiede che siano perseguite politiche economiche di pieno impiego. Se non ho capito male Alleva accetta una politica di flessibilità del lavoro, ma questo ci pone in una situazione che permette alle imprese di scaricare sui lavoratori le difficoltà che incontrano di fronte ai concorrenti. Se poi le difficoltà derivano da una caduta della domanda e viene data loro la possibilità di diminuire la produzione e l'occupazione adeguandola alla minore domanda si avrà che le imprese rinunceranno a chiedere politiche espansive da parte del settore pubblico. Erano i primi anni ottanta, ero nell'ufficio studi della Flm regionale, avevamo invitato Paolo Leon per una discussione su questi temi. Era il tempo in cui Carli in testa si chiedeva di disfarsi dei lacci e laccioli (fra questi la scala mobile) che condizionavano le imprese e non permettevano di redistribuire il reddito a danno dei salariati, ricordo ancora le parole di Leon che quei lacci e laccioli andavano difesi perché avrebbero imposto alle imprese di cercare soluzioni ai problemi e di non sfuggirli agendo sui salari e sulla possibilità di licenziare. Sappiamo come è andata a finire. Non so come interloquire con Alleva per questo mi riferisco al giornale che ancora, nonostante tutto leggo.
Tiziano Cavalieri
I partiti di sinistra e di centrosinistra in campagna elettorale dovranno andare molto nel preciso sui temi attuali. Si elencano sempre le cose da fare dopo le elezioni. Spesso temi insoliti per molti sono stati recentemente sviscerati in dibattiti vasti e approfonditi. Proposte per anni documentatamente presentate, sembrava senza esito, da esperti o movimenti, Sbilanciamoci e molti altri, hanno guadagnato spazio («le idee camminano»). Ma adesso non basta elencarle. Dobbiamo discutere di «come» realizzarle. Se si afferma di voler realizzare un programma di cura del territorio, messa in sicurezza sismica o di valorizzazione delle acque, occorre dire subito «come» concretamente ci si prepara ad avviarlo. Vedere di quali competenze disponiamo nel paese, come possiamo cercare di avviare una prima semplificazione di norme e pratiche; capire di quali merci per gli interventi disponiamo, di qualità e non scadenti, a prezzi non speculativi; prevedere quanto un grande progetto come questo servirà a creare occupazione nuova, a recuperare imprese, a non disperdere competenze; dove si intende trovare i soldi ecc. Lo stesso discorso vale per altri lavori nuovi o rinnovati e per settori come quello industriale, dove occorre misurarsi sul come avviare una indispensabile riconversione produttiva, o autogestione. Un progetto così grande e preciso non ha senso vero se rimane burocratico e non opera un vasto coinvolgimento sociale. Ha bisogno di grandi linee generali di riferimento e va discusso e realizzato con pratiche locali. La pur disastrata società italiana sa essere una miniera di osservazioni, studi, esperienze. Le si può chiedere una eccezionale collaborazione per fini ben precisi e persino una parte di aiuto volontario. La campagna elettorale deve essere non un monologo ma una interlocuzione dei candidati con i cittadini. I candidati si possono portare i quesiti e le opinioni dei cittadini fin nei salotti tv, come no?
Carla Grandi
RETTIFICA
Nell'intervento pubblicato ieri con il titolo «Sel e Rivoluzione Civile, le radici della divisione», le firme di Stefano Ciccone e Monica Pasquino erano corredate dalle qualifiche Sel Roma e Cambiare si può Roma. In realtà i due autori hanno scritto il contributo a titolo personale. Ce ne scusiamo con loro e con i lettori
SCUSE
nel giornale del 6 febbraio, in ultima pagina, abbiamo pubblicato una fotografia della processione di S.Agata a Catania non specificando il nome dell'autore, il giornalista Giuseppe Grifeo
 
[stampa]
 
 
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah.  Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
 in edicola
sabato 15 diceMbre
 
La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
 
 
In edicola
da giovedì 13 dicembre
GANGBANG
40 anni
tradotti in fumetti
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Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique
 
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RECENSIONI
 
 
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