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il manifesto 2013.02.08 - 15 LETTERE
UNIVERSITÀ
L'effetto delle cattive ricette che destra e sinistra hanno scaricato sugli atenei
ARTICOLO
ARTICOLO
Alberto Lucarelli
Alberto Burgio
Il recente rapporto del Consiglio universitario nazionale ha acceso i riflettori della stampa sull'università italiana. È una buona cosa, naturalmente, anche se non è difficile prevedere che tra qualche giorno anche la questione sarà liquidata dalla centrifuga dell'informazione. Ad ogni modo, il punto è come si legge questo rapporto. E che cosa ci si legge.
Le cifre - allarmanti e desolanti - più volte riprese dai giornali dovrebbero costituire il presupposto obbligato di ogni commento. E parlano univocamente di una università alla fame, strangolata dai tagli e da politiche «rigoriste» tradotte nella liquidazione di importanti tradizioni di ricerca, nella decimazione della popolazione studentesca e nella brutale riduzione dell'organico docente e tecnico-amministrativo. Alla faccia della deprecata «fuga di cervelli».
Ma, ammesso e non concesso che tutti gli osservatori abbiano l'onestà di riconoscere questi dati, le interpretazioni divergono quando si discute sulle cause del disastro. L'università pubblica italiana (quella privata, naturalmente, fa storia a sé, avendo ben altri santi in paradiso) esibisce interessanti analogie con l'economia nazionale. Come questa è gravemente malata. Anch'essa soffre di una malattia iatrogena, provocata proprio dalle terapie che medici incompetenti (nell'ipotesi più benevola) o sciagurati (più verosimilmente) le hanno imposto. E anche in questo caso nessuno è disposto a riconoscere le proprie responsabilità.
Qui veniamo al punto. Quali medici? Quali terapie? Pesantissime colpe gravano indiscutibilmente sulle ministre Moratti e Gelmini e su Tremonti, che aprì la strada alla devastante controriforma legata al nome di colei che incarnò uno dei paradossi dello scempio berlusconiano: una ministra dell'istruzione talmente ignorante da non essere nemmeno capace di sillabare in parlamento il discorsetto preparato dai tecnici del ministero senza infarcirlo di strafalcioni come neppure il più svogliato liceale. Una ministra che si intestò la crociata sul merito dopo essere corsa giù in Calabria - lei padana - per strappare un titolo professionale che altrimenti non avrebbe mai conseguito.
Che la destra abbia enormi responsabilità in questa vicenda è indubbio. Cinque anni fa scrivemmo un libro insieme a Gaetano Azzariti e Alfio Mastropaolo proprio per mettere in guardia su quanto stava per accadere dopo che l'allora ministro dell'economia Tremonti varò tagli micidiali, accrebbe il potere dei rettori e lanciò la brillante proposta di trasformare gli atenei in Fondazioni. Ma questo non significa affatto che la distruzione dell'università pubblica vada imputata alle sole bande berlusconiane.
Il rapporto del Cun descrive uno scenario molto chiaro. Documenta la secca riduzione del personale e della popolazione studentesca. La discriminazione delle facoltà e dei saperi umanistici a vantaggio delle strutture che servono all'impresa privata. La sostituzione del sistema universitario nazionale previsto dai Costituenti con un pulviscolo di atenei in guerra tra loro (secondo la logica leghista della scomposizione del paese in un caleidoscopio di localismi). Non si tratta di un risultato imprevisto. È precisamente quel che si è voluto in primo luogo dal Pd di oggi e dai Ds ieri.
L'idea di mettere gli atenei in concorrenza tra loro; l'idea di misurare il «merito» con criteri economici, legati alla redditività; l'idea di colpire la docenza e di alzare le tasse studentesche dentro la cornice di politiche di austerità asservite alla restaurazione neoliberale; l'idea di aziendalizzare gli atenei per garantirne l'efficienza amministrativa; l'idea di selezionare la «clientela» delle università concependo la formazione come una «opportunità» e non come un diritto (si pensi alla vergogna dei cosiddetti «prestiti d'onore») - tutto questo sta scritto a chiare lettere nei programmi del maggior partito del centrosinistra, non di rado scritti a quattro mani con gli «esperti» confindustriali. Una storia lunga almeno vent'anni, da quando a guidare la politica universitaria c'erano i non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino.
Certo, oggi qualche imbarazzo il rapporto del Cun lo crea a chi si candida a governare l'Italia promettendo di volere cambiare musica. Lo crea perché lo scempio che esso documenta è in larga misura conseguenza di una stagione «riformistica» nella quale si sono voluti sistematicamente premiare le logiche del mercato e gli interessi del privato. Non sorprende quindi che la prima reazione del centrosinistra sia lo scaricabarile, pratica prediletta da un ceto politico leale e responsabile. Ma in questo caso è molto difficile fare carte false e prendere in giro studenti e lavoratori dell'università pubblica. I quali - per dirla con l'on. Bersani - «sanno leggere» e hanno buona memoria.
Alberto Burgio
Il recente rapporto del Consiglio universitario nazionale ha acceso i riflettori della stampa sull'università italiana. È una buona cosa, naturalmente, anche se non è difficile prevedere che tra qualche giorno anche la questione sarà liquidata dalla centrifuga dell'informazione. Ad ogni modo, il punto è come si legge questo rapporto. E che cosa ci si legge.
Le cifre - allarmanti e desolanti - più volte riprese dai giornali dovrebbero costituire il presupposto obbligato di ogni commento. E parlano univocamente di una università alla fame, strangolata dai tagli e da politiche «rigoriste» tradotte nella liquidazione di importanti tradizioni di ricerca, nella decimazione della popolazione studentesca e nella brutale riduzione dell'organico docente e tecnico-amministrativo. Alla faccia della deprecata «fuga di cervelli».
Ma, ammesso e non concesso che tutti gli osservatori abbiano l'onestà di riconoscere questi dati, le interpretazioni divergono quando si discute sulle cause del disastro. L'università pubblica italiana (quella privata, naturalmente, fa storia a sé, avendo ben altri santi in paradiso) esibisce interessanti analogie con l'economia nazionale. Come questa è gravemente malata. Anch'essa soffre di una malattia iatrogena, provocata proprio dalle terapie che medici incompetenti (nell'ipotesi più benevola) o sciagurati (più verosimilmente) le hanno imposto. E anche in questo caso nessuno è disposto a riconoscere le proprie responsabilità.
Qui veniamo al punto. Quali medici? Quali terapie? Pesantissime colpe gravano indiscutibilmente sulle ministre Moratti e Gelmini e su Tremonti, che aprì la strada alla devastante controriforma legata al nome di colei che incarnò uno dei paradossi dello scempio berlusconiano: una ministra dell'istruzione talmente ignorante da non essere nemmeno capace di sillabare in parlamento il discorsetto preparato dai tecnici del ministero senza infarcirlo di strafalcioni come neppure il più svogliato liceale. Una ministra che si intestò la crociata sul merito dopo essere corsa giù in Calabria - lei padana - per strappare un titolo professionale che altrimenti non avrebbe mai conseguito.
Che la destra abbia enormi responsabilità in questa vicenda è indubbio. Cinque anni fa scrivemmo un libro insieme a Gaetano Azzariti e Alfio Mastropaolo proprio per mettere in guardia su quanto stava per accadere dopo che l'allora ministro dell'economia Tremonti varò tagli micidiali, accrebbe il potere dei rettori e lanciò la brillante proposta di trasformare gli atenei in Fondazioni. Ma questo non significa affatto che la distruzione dell'università pubblica vada imputata alle sole bande berlusconiane.
Il rapporto del Cun descrive uno scenario molto chiaro. Documenta la secca riduzione del personale e della popolazione studentesca. La discriminazione delle facoltà e dei saperi umanistici a vantaggio delle strutture che servono all'impresa privata. La sostituzione del sistema universitario nazionale previsto dai Costituenti con un pulviscolo di atenei in guerra tra loro (secondo la logica leghista della scomposizione del paese in un caleidoscopio di localismi). Non si tratta di un risultato imprevisto. È precisamente quel che si è voluto in primo luogo dal Pd di oggi e dai Ds ieri.
L'idea di mettere gli atenei in concorrenza tra loro; l'idea di misurare il «merito» con criteri economici, legati alla redditività; l'idea di colpire la docenza e di alzare le tasse studentesche dentro la cornice di politiche di austerità asservite alla restaurazione neoliberale; l'idea di aziendalizzare gli atenei per garantirne l'efficienza amministrativa; l'idea di selezionare la «clientela» delle università concependo la formazione come una «opportunità» e non come un diritto (si pensi alla vergogna dei cosiddetti «prestiti d'onore») - tutto questo sta scritto a chiare lettere nei programmi del maggior partito del centrosinistra, non di rado scritti a quattro mani con gli «esperti» confindustriali. Una storia lunga almeno vent'anni, da quando a guidare la politica universitaria c'erano i non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino.
Certo, oggi qualche imbarazzo il rapporto del Cun lo crea a chi si candida a governare l'Italia promettendo di volere cambiare musica. Lo crea perché lo scempio che esso documenta è in larga misura conseguenza di una stagione «riformistica» nella quale si sono voluti sistematicamente premiare le logiche del mercato e gli interessi del privato. Non sorprende quindi che la prima reazione del centrosinistra sia lo scaricabarile, pratica prediletta da un ceto politico leale e responsabile. Ma in questo caso è molto difficile fare carte false e prendere in giro studenti e lavoratori dell'università pubblica. I quali - per dirla con l'on. Bersani - «sanno leggere» e hanno buona memoria.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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