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il manifesto 2013.02.08 - 16 STORIE
 
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Polveri AQUILANE
ARTICOLO

ARTICOLO
Un libro collettivo di un gruppo di fotografi marchigiani documenta il degrado urbano e il nuovo skyline post-sismico del capoluogo abruzzese. Campi visivi transitori impolverati che illuminano, oltre le cronache mediatiche, il cono d'ombra non raccontato del terremoto
Angelo Ferracuti
Le Marche, oltre ad essere uno dei luoghi a più forte presenza di poeti, che l'humus leopardiano riesce ancora a nutrire nel corso del tempo per farli puntualmente rinascere di generazione in generazione, è anche una terra fortemente fotocentrica, di nativi e residenti. Basterebbero i nomi di Ferruccio Ferroni, Mario Giacomelli, Mario Dondero, pur se di origini liguri-milanesi, e dell'impaginatore del Politecnico vittoriniano Luigi Crocenzi, oppure tra i più giovani quel talento che è Lorenzo Cicconi Massi. Quindi non meraviglia una esperienza di lavoro collettivo sul campo fatta da un gruppo di fotografi marchigiani a L'Aquila tra esperienza estetica, civile, e progetto di cooperazione culturale, che oggi è anche un libro di ottimo pregio formale, Campi di polvere, il cui ricavato sosterrà l'associazione Tendamica di Bazzano, una frazione della città abruzzese colpita dal sisma dell'aprile del 2009, per l'acquisto di materiale tecnologico destinato ai bambini di uno dei pochi luoghi sociali dove la gente si incontra, discute, rimette in moto i riti perduti della socialità.
Il libro, che si può acquistare sul sito campidipolvere.wix.com/book, raccoglie cinque reportage in bianco e nero, ma anche a colori, di altrettanti autori piceni, alcuni dei quali già navigati (Noris Cocci), e altri venuti dai circoli fotografici locali (come L'Altritalia di Montegranaro che ha promosso la spedizione) come Gianfranco Mancini e Dante Pangrazi; altri ancora, come Emanuele Zoppo Martellini e Marco Matteucci, giovanissimi ma già con una consapevolezza formale nell'uso del mezzo che colpisce per efficacia e nitore.
Già il titolo ci fornisce in parte il senso di questo lavoro che racconta - attraverso elementi di degrado urbano causati dalle scosse telluriche e da nuove forme di esistenza che questo trauma ha prodotto, quindi persone che dentro il mutato scenario di macerie, di "polvere", vengono colte in "campi visivi" transitori che ne rivelano la precaria, nuova umanità - un mutamento di stato molto profondo. I luoghi stessi, brutalizzati dalla terra che vacilla, hanno già una loro trama caotica, involontaria di forme e di colori, di crepe, transenne, infissi sventrati, muri divelti. Sembrano parti di un'unica opera di arte contemporanea che la natura impazzita ha costruito dopo l'esplosione, la verità della materia che solo il grande Burri riusciva a restituire con i suoi sacchi e i suoi cretti, una specie di land art del paesaggio urbano violentato da una perturbante catena di terribili scosse. Il risultato è notevole proprio per l'impasto di diversi elementi, per la capacità di cogliere qualcosa che va sempre oltre il documento e la cronaca, e rivelare il lato d'ombra, la visione, l'angoscia profonda che tanta cattiva e sensazionalistica televisione ha nascosto o tenuto in superficie.
Da "Povera patria" di Noris Cocci, dove il fotografo isola oggetti, squarci, e solo il taglio dell'immagine trova già un suo linguaggio, come nel bellissimo (si fa per dire) muro sbrecciato che disegna lo stivale dell'Italia, che è anche la molto calzante copertina del volume, al lavoro più lirico e materico di Gianfranco Mancini che nelle ferite della città trova miracolosamente della nature morte di grande suggestione , al racconto fotografico classico di Emanuele Zoppo Martellini, rigidamente in bianco e nero, la vita di Gino ne "il tempo immutato", un uomo che in soli «23 insignificanti secondi» ha perso tutto ed ora vive nell'ex porcilaia della sua casa colonica, «lui che ha salvato solo la moglie e i ricordi».
Chiudono la pubblicazione le sequenze di una inconsueta narrazione pop di Marco Matteucci, che rivisita alcuni interni in maniera iperrealistica (molto bella la foto con un frigorifero semiaperto, fotografato di lato) e claustrofobica, con un taglio di luce capace di ben evidenziare i contrasti; e poi il "Sussultorio al quadrato" di Dante Pangrazi, dove si torna al bianco e nero e l'autore coglie la fragilità delle edificazioni (chiese, palazzi, colonne, scale, terrazzi), e le diverse tonalità e composizioni di legni, ferri e marmi tengono conto degli impatti di forze nel tentativo di contenere certe forze della materia che tendono a sbriciolare, cedere, per poi diventare polvere e nulla.
 
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