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il manifesto 2013.02.09 - 01 PRIMA PAGINA
 
Un gigante che ha tradito la sua storia
ARTICOLO - Guglielmo Ragozzino

ARTICOLO - Guglielmo Ragozzino
Guglielmo Ragozzino
Eni fa capo per un 20% al Tesoro italiano e per un 10% alla Cassa Depositi e Prestiti di quest'ultimo; poi c'è un altro 13% in mano a Fondi internazionali, forse a stelle e strisce. Produce, compra, vende e trasforma petrolio, gas e in generale energia, in molte parti delle terre emerse e dei mari. La sua vocazione non è più quella di fornire petrolio e gas sufficienti ai concittadini per crescere e star bene; di concittadini l'Eni non ne ha più. CONTINUA|PAGINA 4 E' piuttosto quella di aumentare la propria vistosa forza e i propri muscoli. E' una multinazionale, una tecnostruttura, per dirla con J.K. Galbraith, che risponde a se stessa, ai massimi dirigenti, quelli premiati in modo munifico, e in qualche forma agli azionisti che devono essere tacitati con dividendi che bastino a tenerli buoni. Da austero e severo paterfamilias di mezzo secolo fa, ai tempi del fondatore, Enrico Mattei, l'Eni è diventato un inutile body building che si limita a fare sfoggio dei muscoli, flettendo e gonfiando anche quelli che una persona normale non sa neppure di avere.
Per fare bella figura con il pubblico dei dividendi, per entrare effettivamente in prima categoria tra le sussiegose sorelle del petrolio, occorre però uscire dallo scomodo ruolo di pretendente povero. Soprattutto ci si deve liberare della maschera di oppositore a tutti i costi, guadagnata ai tempi dei contratti con l'Urss in piena guerra fredda, e più ancora ai tempi della battaglia di Algeri e dell'impegno per la liberazione del paese dal colonialismo francese. Ormai Eni ha bisogno - come tutte le rivali - di far bella figura; e si serve di un aiutino, o tanto per rimanere nella metafora di uno steroide anabolizzante.
L'aiutino, nel caso delle sorelle petrolifere, è la corruzione dei dirigenti locali, ministri dell'energia, alti funzionari, esponenti di partito. Da costoro si ottiene di vincere una commessa, il privilegio di scavare in un lotto di terra o di mare, di esportare il gas in cambio di costosissimi tubi, di scegliere il percorso per un tubo lungo centinaia di chilometri; si ottiene tutto questo e ogni altro vantaggio capace di migliorare il profitto del capitale.
Eni in Algeria, in anni recenti, non ha fatto solo quello che fanno le altre sorelle: infami opere di corruzione. Eni ha anche tradito la sua storia: Exxon o Bp, o Shell o le imprese cinesi, di certo non hanno dato un aiuto alla nascita dell'Algeria indipendente, anzi, nei limiti del possibile, hanno talvolta cercato di opporsi.
Da mesi i dirigenti massimi si difendono: Paolo Scaroni, presidente Eni, indagato dalla procura milanese, assicura di non saperne niente, ma di aver ottenuto la rimozione dei capi di Saipem, l'impresa del gruppo che agiva in Algeria. Quella Saipem che alle prime avvisaglie di turbolenza ha perso in un giorno di borsa un terzo del capitale; ma nel trambusto c'è stato qualcuno o qualcosa che aveva un piccolo aiutino di cui servirsi e ha potuto vendere le azioni in anticipo e salvarsi l'anima, insieme a cento milioni. La corruzione degli algerini - se di loro si tratta - è di un ordine di grandezza analogo: 200 milioni di euri, anzi 198 secondo il Corsera, più informato o 197 e spiccioli per l'informatissimo Fatto che riesce perfino a descrivere la valigetta con cui una parte rilevante della tangente ha raggiunto Pearl, elegante nome della società intermediaria. Tutti questi particolari sono indizi importanti se servono a capire il movimento dei capitali e dei poteri; servono a poco se sono dettagli morbosi, tali solo da scandalizzare e si usano per dimostrare che la corruzione è generale. Ne risulterebbe così che è inutile ribellarsi contro una condizione generale e da tutti accettata. E' inutile darsi da fare; comportarsi bene, fare riforme cercare altre soluzioni, scegliere altri responsabili; è inutile perfino votare.
Da tanto tempo però sappiamo che ribellarsi è giusto.
 
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