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il manifesto 2013.02.09 - 03 LA PAGINA 3
Editoria «Perché un caso Berlusconi non si ripeta più». Una proposta comune ai candidati di tutti gli schieramenti per risolvere «il caso Italia» e garantire la libertà di informazione LIBERTÀ DI STAMPA Articolo 21
«Subito il conflitto d'interessi»
ARTICOLO - Carlo Lania ROMA
ARTICOLO - Carlo Lania ROMA
Il segretario del Pd: «Se vinciamo sarà tra le prime leggi da approvare». Impegno bipartisan a intervenire sull'informazione
ROMA
Sulla carta sono d'accordo tutti. Pierluigi Bersani lo promette quasi in forma solenne in un messaggio che invia al convegno sulla libertà di stampa indetto da Articolo 21: «Un provvedimento sul conflitto di interessi sarà tra le prime leggi da approvare», dice il segretario del Pd. E d'accordo con lui si dicono tutti i leader del centrosinistra, da Nichi Vendola a Antonio Ingroia, passando per Antonio Di Pietro. Ma anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale «è tempo che la legislazione italiana raggiunga gli standard europei nel campo delle garanzie per una corretta e pluralistica comunicazione giornalistica».
Hanno risposto in molti all'invito rivolto da Articolo 21 perché la prossima legislatura riesca finalmente a «superare il ventennio del berlusconismo» mettendo fine alle leggi che, almeno per quanto riguarda il mondo dell'informazione, lo hanno caratterizzato negativamente. L'occasione potrebbe essere proprio il gran numero di giornalisti che hanno scelto di saltare la barricata, lasciando il ruolo di «cani da guardia del potere» per entrare nella stanza dei bottoni. Una folta pattuglia dispiegata in tutti gli schieramenti e che potrebbe determinare una svolta in positivo per l'informazione nel nostro paese. A loro Articolo 21 ha chiesto di sottoscrivere un impegno per evitare che casi come quello di Silvio Berlusconi, con il suo carico di conflitti di interessi, non si ripetano in futuro. Sei i punti sui quali l'associazione chiede di inpegnarsi: oltre al conflitto di interessi mediante una norma che vieti « le candidature ai titolari di concessioni televisive su base locale, regionale e nazionale». E poi la modifica delle legge Gasparri, le querele temerarie, la difesa delle libertà di espressione in rete e la «liberazione» di ogni forma della cultura da censure politiche ed economiche. Ma il prossimo parlamento dovrà anche approvare una riforma dell'editoria che «eviti la sparizione di decine di testate che hanno uno straordinario valore culturale e contribuiscono al pluralismo dell'informazione».
Un pluralismo ancora più prezioso in tempi di voto, come ha ricordato Nichi Vendola. «I grandi gruppi editoriali hanno spesso mostrato interesse a inquinare la campagna elettorale, entrando a gamba tesa per evitare che si determini una svolta», ha detto il leader di Sel intervenendo al convegno.
Sono almeno quaranta finora i candidati, giornalisti e no, che hanno sottoscritto l'impegno proposto da Articolo 21. «Candidati diversi tra loro, appartenenti a schieramenti diversi tra loro, ma questa è una ricchezza e non una debolezza, perché parliamo delle libertà della cultura e dell'informazione», ha spiegato il portavoce dell'associazione Giuseppe Giulietti. Tra di loro Stefano Fassina (Pd), Fabio Granata (Fli), l'ex presidente della Fnsi Roberto Natale (Sel), Andrea Olivero (Scelta civica con Monti), Roberto Rao (Udc), Bruno Tabacci e Massimo Donadi (Centro democratico), Maria Cristina Bigongiali (Rivoluzione civile) e Pietro Grasso (Pd). Proprio l'ex procuratore nazionale antimafia ha ricordato come i conflitti di interesse possono essere molti, anche aldilà dell'informazione: «E' intollerabile, ad esempio, che gli avvocati di Berlusconi al mattino lo difendano nelle aule di udienza e di pomeriggio propongano norme 'ad personam' nelle aule parlamentari», ha detto Grasso. Per il quale un'informazione libera deve prevedere anche «norme a garanzia di chi è diffamato e di chi diffama, punendo quindi anche le querele temerarie che sono uno strumento di intimidazione molto pericoloso contro i giornalisti».
Non è la prima volta che dei politici si impegnano a varare una legge contro il conflitto di interessi senza riuscirci. La stessa cosa accadde nel 1996, senza però arrivare a nulla di fatto. «Questa volta non succederà», promette Tabacci. «Il tempo dei caravanserragli è finito e il voto premierà una coalizione di centrosinistra compatta e capace di arrivare all'approvazione della legge». /foto tam tam CAMPIDOGLIO «Non sono a conoscenza della volontà del sindaco di ricandidarsi, non credo ne abbia intenzione, se Gianni decidesse di farlo siamo pronti a sostenerlo». Silvio Berlusconi, iIntervistato dalla web tv del «Messaggero», sembra lanciare un mezzo siluro al sindaco di Roma Alemanno. Difficile che al Cavaliere sia sfuggito che «Gianni», come ha ripetuto ieri lui stesso, voglia proprio riprovarci. L'ex premier poi corregge: «Il nostro candidato a Roma sarà Alemanno». Il sindaco si sente così più tranquillo. Ma aleggia l'ipotesi Giorgia Meloni.
DIRITTI TV Alla fine ieri Berlusconi ha ottenuto quello che già per tre volte, tramite i suoi avvocati Ghedini e Longo, aveva chiesto. L'istanza di rinvio a dopo le elezioni del processo in appello sul caso Mediaset-diritti tv è stata accolta. Motivo: sia l'ex premier che i suoi difensori sono impegnati con le apparizioni in tv per la campagna elettorale, che non possono essere spostate perché va rispettata la par condicio. Il Cavaliere ha fatto sapere di voler rendere dichiarazioni spontanee il primo marzo. Per lunedì è atteso un nuovo tentativo di rinvio a dopo il voto del processo Ruby.
Sulla carta sono d'accordo tutti. Pierluigi Bersani lo promette quasi in forma solenne in un messaggio che invia al convegno sulla libertà di stampa indetto da Articolo 21: «Un provvedimento sul conflitto di interessi sarà tra le prime leggi da approvare», dice il segretario del Pd. E d'accordo con lui si dicono tutti i leader del centrosinistra, da Nichi Vendola a Antonio Ingroia, passando per Antonio Di Pietro. Ma anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale «è tempo che la legislazione italiana raggiunga gli standard europei nel campo delle garanzie per una corretta e pluralistica comunicazione giornalistica».
Hanno risposto in molti all'invito rivolto da Articolo 21 perché la prossima legislatura riesca finalmente a «superare il ventennio del berlusconismo» mettendo fine alle leggi che, almeno per quanto riguarda il mondo dell'informazione, lo hanno caratterizzato negativamente. L'occasione potrebbe essere proprio il gran numero di giornalisti che hanno scelto di saltare la barricata, lasciando il ruolo di «cani da guardia del potere» per entrare nella stanza dei bottoni. Una folta pattuglia dispiegata in tutti gli schieramenti e che potrebbe determinare una svolta in positivo per l'informazione nel nostro paese. A loro Articolo 21 ha chiesto di sottoscrivere un impegno per evitare che casi come quello di Silvio Berlusconi, con il suo carico di conflitti di interessi, non si ripetano in futuro. Sei i punti sui quali l'associazione chiede di inpegnarsi: oltre al conflitto di interessi mediante una norma che vieti « le candidature ai titolari di concessioni televisive su base locale, regionale e nazionale». E poi la modifica delle legge Gasparri, le querele temerarie, la difesa delle libertà di espressione in rete e la «liberazione» di ogni forma della cultura da censure politiche ed economiche. Ma il prossimo parlamento dovrà anche approvare una riforma dell'editoria che «eviti la sparizione di decine di testate che hanno uno straordinario valore culturale e contribuiscono al pluralismo dell'informazione».
Un pluralismo ancora più prezioso in tempi di voto, come ha ricordato Nichi Vendola. «I grandi gruppi editoriali hanno spesso mostrato interesse a inquinare la campagna elettorale, entrando a gamba tesa per evitare che si determini una svolta», ha detto il leader di Sel intervenendo al convegno.
Sono almeno quaranta finora i candidati, giornalisti e no, che hanno sottoscritto l'impegno proposto da Articolo 21. «Candidati diversi tra loro, appartenenti a schieramenti diversi tra loro, ma questa è una ricchezza e non una debolezza, perché parliamo delle libertà della cultura e dell'informazione», ha spiegato il portavoce dell'associazione Giuseppe Giulietti. Tra di loro Stefano Fassina (Pd), Fabio Granata (Fli), l'ex presidente della Fnsi Roberto Natale (Sel), Andrea Olivero (Scelta civica con Monti), Roberto Rao (Udc), Bruno Tabacci e Massimo Donadi (Centro democratico), Maria Cristina Bigongiali (Rivoluzione civile) e Pietro Grasso (Pd). Proprio l'ex procuratore nazionale antimafia ha ricordato come i conflitti di interesse possono essere molti, anche aldilà dell'informazione: «E' intollerabile, ad esempio, che gli avvocati di Berlusconi al mattino lo difendano nelle aule di udienza e di pomeriggio propongano norme 'ad personam' nelle aule parlamentari», ha detto Grasso. Per il quale un'informazione libera deve prevedere anche «norme a garanzia di chi è diffamato e di chi diffama, punendo quindi anche le querele temerarie che sono uno strumento di intimidazione molto pericoloso contro i giornalisti».
Non è la prima volta che dei politici si impegnano a varare una legge contro il conflitto di interessi senza riuscirci. La stessa cosa accadde nel 1996, senza però arrivare a nulla di fatto. «Questa volta non succederà», promette Tabacci. «Il tempo dei caravanserragli è finito e il voto premierà una coalizione di centrosinistra compatta e capace di arrivare all'approvazione della legge». /foto tam tam CAMPIDOGLIO «Non sono a conoscenza della volontà del sindaco di ricandidarsi, non credo ne abbia intenzione, se Gianni decidesse di farlo siamo pronti a sostenerlo». Silvio Berlusconi, iIntervistato dalla web tv del «Messaggero», sembra lanciare un mezzo siluro al sindaco di Roma Alemanno. Difficile che al Cavaliere sia sfuggito che «Gianni», come ha ripetuto ieri lui stesso, voglia proprio riprovarci. L'ex premier poi corregge: «Il nostro candidato a Roma sarà Alemanno». Il sindaco si sente così più tranquillo. Ma aleggia l'ipotesi Giorgia Meloni.
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