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il manifesto 2013.02.09 - 04 POLITICA & SOCIETÀ
ACCORDO UE I 27 per la prima volta diminuiscono il budget. E per la crescita solo briciole
È un'Europa di soli tagli
ARTICOLO - Anna Maria Merlo PARIGI
ARTICOLO - Anna Maria Merlo PARIGI
In un continente che ha già 26 milioni di disoccupati, previsti peraltro in aumento, il bilancio resta più o meno uguale a quello dell'epoca in cui i paesi membri erano 15
PARIGI
C'è la crisi, gli stati tagliano le spese, quindi l'Unione europea deve fare la stessa cosa. Monsieur de La Palisse dell'ortodossia economica contabile e miope è diventato il leader dell'Europa e ha proposto un budget di deflazione. Il grande vincitore è David Cameron, che era arrivato a Bruxelles con la minaccia del referendum sulla partecipazione britannica alla Ue nel 2017 e ha ottenuto i tagli voluti, solo un pò temperati dalla mediazione della Germania, che si è però sbilanciata verso un asse «Merkeron» Londra-Berlino, abbandonando il mai nato «Merkollande», la tradizionale intesa con Parigi. Il fronte delle formiche del nord ha piegato le richieste del sud, anche se Francia e Italia salvano il salvabile per non perdere la faccia.
Dopo una notte quasi bianca, dopo innumerevoli incontri bilaterali e conciliaboli, i capi di stato e di governo dei 27 paesi della Ue hanno raggiunto un compromesso al minimo comun denominatore per il bilancio pluriennale della Ue 2014-2002. Per la prima volta nella storia dell'Europa, viene proposto un bilancio in diminuzione rispetto a quello precedente. Peggio: a causa dell'esplosione degli egoismi nazionali, si sono trovati i soldi per le politiche tradizionali (Pac prima di tutto, ma anche i fondi di coesione), mentre la mannaia si è abbattuta su tutto ciò che potrebbe rappresentare un investimento per il futuro, ricerca, innovazione, infrastrutture. Cioè su tutto ciò che potrebbe agire a favore della crescita, a cui per salvare la faccia sono stati destinati 126 miliardi (un leggero aumento sulla proposta di 91 miliardi), in una Ue che ha 26 milioni di disoccupati (18,7 nella sola zona euro) e che taglia 100 miliardi del bilancio.
Praticamente, il bilancio a 27 (e da luglio a 28, con la Croazia) è più o meno eguale a quello che era quando i paesi erano 15, sempre con misere risorse proprie e quindi dipendente dal buon volere degli stati nazionali. Per di più, i 27 si stanno costruendo la strada che va dritta verso un possibile fiscal cliff all'europea. L'ultima trovata gesuitica della Ue è l'ampiamento della differenza tra tetto massimo di spesa e la spesa reale: la Ue si dota di un bilancio per il periodo 2014-2020 di 960 miliardi di euro, pari all'1% del pil, in calo del 3% rispetto a quello dei sette anni precedenti (2007-2013), ma la spesa reale è fissata a 908 miliardi (Cameron avrebbe voluto ridurla a 900 miliardi). Martin Schulz, presidente dell'europarlamento, ha espresso preoccupazione: rischiamo un deficit con questo scarto - e la Ue non può avere un bilancio in deficit. Il parlamento europeo, che grazie al Trattato di Lisbona del 2009 che ha istituito la «codecisione» in questo campo per la prima volta è chiamato a votare sul budget, potrebbe respingere il compromesso raggiunto a Bruxelles. «Più vi allontanate dalle proposte della Commissione - che erano di 975 miliardi - più diventa verosimile un rifiuto del parlamento europeo», ha commentato Schulz. Il presidente dell'europarlamento sta pensando di sottoporre a Strasburgo l'ipotesi di un voto segreto sul compromesso di bilancio, per lasciare ai parlamentari maggiore libertà di manovra (per approvare questa modifica ci vuole un quinto degli europarlamentari).
La Francia salva la Pac, la politica agricola che però diminuirà progressivamente, dal 41% del bilancio Ue nel 2014 al 37,6% nel 2020. Ma la Francia, che è già il primo beneficiario, incassa un miliardo in più per lo «sviluppo rurale». Hollande, che vede sconfitta la sua idea di Ue come fonte di crescita economica per bilanciare l'austerità nazionale, fa finta di accontentarsi, tira un sospiro di sollievo per aver limitato i danni e parla di compromesso «equilibrato». Mario Monti torna a casa per cantare vittoria: ha ottenuto 1,5 miliardi per le regioni meno sviluppate italiane, l'Italia riduce da 4,5 a 4 miliardi il contributo netto annuo alla Ue, e beneficerà di parte dei 6 miliardi destinati a combattere la disoccupazione giovanile, a cui avranno diritto i paesi dove i giovani senza lavoro superano il 25% (uno dei primati italiani, con Grecia e Spagna). I fondi di coesione bene o male resistono, ma anch'essi dovranno subire una cura di austerità (meno 38 miliardi).
Cameron incassa il mantenimento del «rimborso» di cui gode Londra dagli anni della Thatcher, e ci sarà una stabilizzazione per gli chèques restituiti a Germania, Austria, Olanda, Svezia, permettendo di far diminuire leggermente il contributo che pesava sulle spalle soprattutto di Francia e Italia. A far le spese del compromesso saranno anche gli euroburocrati. Era un'altra richiesta di Cameron: salari congelati per due anni e un taglio del 5% all'occupazione entro il 2020. Tagli anche agli aiuti alimentari per i più poveri, che passano da 3,5 a 2 miliardi.
BACI E ABBRACCI TRA I «BIG» EUROPEI, IERI A BRUXELLES. DA SINISTRA: JUNCKER, MERKEL, THORNING SCHMIDT E VAN ROMPUY /FOTO REUTERS
C'è la crisi, gli stati tagliano le spese, quindi l'Unione europea deve fare la stessa cosa. Monsieur de La Palisse dell'ortodossia economica contabile e miope è diventato il leader dell'Europa e ha proposto un budget di deflazione. Il grande vincitore è David Cameron, che era arrivato a Bruxelles con la minaccia del referendum sulla partecipazione britannica alla Ue nel 2017 e ha ottenuto i tagli voluti, solo un pò temperati dalla mediazione della Germania, che si è però sbilanciata verso un asse «Merkeron» Londra-Berlino, abbandonando il mai nato «Merkollande», la tradizionale intesa con Parigi. Il fronte delle formiche del nord ha piegato le richieste del sud, anche se Francia e Italia salvano il salvabile per non perdere la faccia.
Dopo una notte quasi bianca, dopo innumerevoli incontri bilaterali e conciliaboli, i capi di stato e di governo dei 27 paesi della Ue hanno raggiunto un compromesso al minimo comun denominatore per il bilancio pluriennale della Ue 2014-2002. Per la prima volta nella storia dell'Europa, viene proposto un bilancio in diminuzione rispetto a quello precedente. Peggio: a causa dell'esplosione degli egoismi nazionali, si sono trovati i soldi per le politiche tradizionali (Pac prima di tutto, ma anche i fondi di coesione), mentre la mannaia si è abbattuta su tutto ciò che potrebbe rappresentare un investimento per il futuro, ricerca, innovazione, infrastrutture. Cioè su tutto ciò che potrebbe agire a favore della crescita, a cui per salvare la faccia sono stati destinati 126 miliardi (un leggero aumento sulla proposta di 91 miliardi), in una Ue che ha 26 milioni di disoccupati (18,7 nella sola zona euro) e che taglia 100 miliardi del bilancio.
Praticamente, il bilancio a 27 (e da luglio a 28, con la Croazia) è più o meno eguale a quello che era quando i paesi erano 15, sempre con misere risorse proprie e quindi dipendente dal buon volere degli stati nazionali. Per di più, i 27 si stanno costruendo la strada che va dritta verso un possibile fiscal cliff all'europea. L'ultima trovata gesuitica della Ue è l'ampiamento della differenza tra tetto massimo di spesa e la spesa reale: la Ue si dota di un bilancio per il periodo 2014-2020 di 960 miliardi di euro, pari all'1% del pil, in calo del 3% rispetto a quello dei sette anni precedenti (2007-2013), ma la spesa reale è fissata a 908 miliardi (Cameron avrebbe voluto ridurla a 900 miliardi). Martin Schulz, presidente dell'europarlamento, ha espresso preoccupazione: rischiamo un deficit con questo scarto - e la Ue non può avere un bilancio in deficit. Il parlamento europeo, che grazie al Trattato di Lisbona del 2009 che ha istituito la «codecisione» in questo campo per la prima volta è chiamato a votare sul budget, potrebbe respingere il compromesso raggiunto a Bruxelles. «Più vi allontanate dalle proposte della Commissione - che erano di 975 miliardi - più diventa verosimile un rifiuto del parlamento europeo», ha commentato Schulz. Il presidente dell'europarlamento sta pensando di sottoporre a Strasburgo l'ipotesi di un voto segreto sul compromesso di bilancio, per lasciare ai parlamentari maggiore libertà di manovra (per approvare questa modifica ci vuole un quinto degli europarlamentari).
La Francia salva la Pac, la politica agricola che però diminuirà progressivamente, dal 41% del bilancio Ue nel 2014 al 37,6% nel 2020. Ma la Francia, che è già il primo beneficiario, incassa un miliardo in più per lo «sviluppo rurale». Hollande, che vede sconfitta la sua idea di Ue come fonte di crescita economica per bilanciare l'austerità nazionale, fa finta di accontentarsi, tira un sospiro di sollievo per aver limitato i danni e parla di compromesso «equilibrato». Mario Monti torna a casa per cantare vittoria: ha ottenuto 1,5 miliardi per le regioni meno sviluppate italiane, l'Italia riduce da 4,5 a 4 miliardi il contributo netto annuo alla Ue, e beneficerà di parte dei 6 miliardi destinati a combattere la disoccupazione giovanile, a cui avranno diritto i paesi dove i giovani senza lavoro superano il 25% (uno dei primati italiani, con Grecia e Spagna). I fondi di coesione bene o male resistono, ma anch'essi dovranno subire una cura di austerità (meno 38 miliardi).
Cameron incassa il mantenimento del «rimborso» di cui gode Londra dagli anni della Thatcher, e ci sarà una stabilizzazione per gli chèques restituiti a Germania, Austria, Olanda, Svezia, permettendo di far diminuire leggermente il contributo che pesava sulle spalle soprattutto di Francia e Italia. A far le spese del compromesso saranno anche gli euroburocrati. Era un'altra richiesta di Cameron: salari congelati per due anni e un taglio del 5% all'occupazione entro il 2020. Tagli anche agli aiuti alimentari per i più poveri, che passano da 3,5 a 2 miliardi.
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Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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