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il manifesto 2013.02.09 - 04 POLITICA & SOCIETÀ
Milano/ 200 MILIONI PAGATI IN 7 TRANCHE NON SOLO DA SAIPEM
Eni, una parte della maxi-tangente potrebbe essere rientrata in Italia
ARTICOLO - Marika Manti MILANO
ARTICOLO - Marika Manti MILANO
MILANO
Non solo in Algeria ma anche in Italia. Gli inquirenti che ieri hanno indagato per corruzione internazionale l'ad di Eni Paolo Scaroni stanno lavorando anche sull'ipotesi che parte di quei 200 milioni versati a un intermediario per ottenere una commessa da 11 miliardi di dollari per lavori in Algeria possano anche essere rientrati su conti italiani. Per questo la guardia di finanza avrebbe effettuato delle perquisizioni in Svizzera e in Francia e i pm milanesi Fabio De Pasquale, Giordano Baggio e Sergio Spadaro hanno avviato rogatorie in diversi paesi con l'obiettivo di ricostruire i passaggi di denaro e anche per individuare «ulteriori versamenti corruttivi» che sarebbero stati pagati da altre aziende subcontraenti che avevano ottenuto lavori in subappalto nei due progetti algerini.
In particolare, fino ad ora, stando a quanto è stato scritto dai pm nell'atto di perquisizione spiccato ieri a carico di Scaroni e altri 7 dirigenti di Saipem e Eni, si ipotizza che quei 197 milioni di euro siano stati versati in sette flussi distinti alla societa Pearl Partners Limited di Hong Kong dell'intermediario Farid Bedjaoui, anche lui indagato, che poi avrebbe provveduto ad usarle per corrompere le autorità algerine. La più grande tranche ammonterebbe a 77 milioni di euro. Inoltre si sta indagando sui rapporti anche economici tra Bedjaoui e l'ex dirigente Saipem Pietro Varone. I pm avrebbero individuato un passaggio di alcuni milioni di euro dai conti di Bedjaoui che sarebbe stati investiti nell'azienda agricola di Varone di cui anche Bedjaoui è socio. Ma non è chiaro se l'origine di questi soldi sia effettivamente quella della presunta maxi-tangente algerina. Bedjaoui inoltre avrebbe anche «cointeressenze economiche» con la moglie di Varone, Regina Picano, confermate anche dal contenuto di una valigetta che gli inquirenti hanno sequestrato lo scorso primo dicembre ad una parente della Picano. Infine, Varone il 4 ottobre 2006 avrebbe anche redatto una nota indirizzata al consiglio di amministrazione di Snam Progetti Spa (incorporata da Saipem nel 2008) in cui raccomandava un agente della società di Hong Kong definendolo un «ben noto conoscitore nel contesto commerciale dell'Algeria e del processo di valutazione per l'aggiudicazione del cliente».
Ma, soprattutto, gli inquirenti ipotizzano che le 7 tranche siano state versate non solo da Saipem ma anche da altre società del gruppo Eni.
Intanto Scaroni non ha nessuna intenzione di dimettersi. Non nega di aver incontrato Bedjauoi, dice di averlo visto solo una volta per pochi minuti e che gli era stato presentato come il segretario del ministro algerino dell'energia. Ma la sua linea di difesa si basa innanzitutto sul fatto che Saipem agirebbe in autonomia da Eni e che dunque lui non c'entrerebbe nulla con questa vicenda.
Ieri Scaroni ha anche incassato l'appoggio di Silvio Berlusconi che nel 2005 lo nominò a capo di Eni: «Lo conosco, mi sento di escludere un suo coinvolgimento». PAOLO SCARONI
L'ad di Eni indagato per corruzione internazionale si difende: «Saipem è indipendente», e incassa l'appoggio di Silvio Berlusconi che lo ha nominato
Non solo in Algeria ma anche in Italia. Gli inquirenti che ieri hanno indagato per corruzione internazionale l'ad di Eni Paolo Scaroni stanno lavorando anche sull'ipotesi che parte di quei 200 milioni versati a un intermediario per ottenere una commessa da 11 miliardi di dollari per lavori in Algeria possano anche essere rientrati su conti italiani. Per questo la guardia di finanza avrebbe effettuato delle perquisizioni in Svizzera e in Francia e i pm milanesi Fabio De Pasquale, Giordano Baggio e Sergio Spadaro hanno avviato rogatorie in diversi paesi con l'obiettivo di ricostruire i passaggi di denaro e anche per individuare «ulteriori versamenti corruttivi» che sarebbero stati pagati da altre aziende subcontraenti che avevano ottenuto lavori in subappalto nei due progetti algerini.
In particolare, fino ad ora, stando a quanto è stato scritto dai pm nell'atto di perquisizione spiccato ieri a carico di Scaroni e altri 7 dirigenti di Saipem e Eni, si ipotizza che quei 197 milioni di euro siano stati versati in sette flussi distinti alla societa Pearl Partners Limited di Hong Kong dell'intermediario Farid Bedjaoui, anche lui indagato, che poi avrebbe provveduto ad usarle per corrompere le autorità algerine. La più grande tranche ammonterebbe a 77 milioni di euro. Inoltre si sta indagando sui rapporti anche economici tra Bedjaoui e l'ex dirigente Saipem Pietro Varone. I pm avrebbero individuato un passaggio di alcuni milioni di euro dai conti di Bedjaoui che sarebbe stati investiti nell'azienda agricola di Varone di cui anche Bedjaoui è socio. Ma non è chiaro se l'origine di questi soldi sia effettivamente quella della presunta maxi-tangente algerina. Bedjaoui inoltre avrebbe anche «cointeressenze economiche» con la moglie di Varone, Regina Picano, confermate anche dal contenuto di una valigetta che gli inquirenti hanno sequestrato lo scorso primo dicembre ad una parente della Picano. Infine, Varone il 4 ottobre 2006 avrebbe anche redatto una nota indirizzata al consiglio di amministrazione di Snam Progetti Spa (incorporata da Saipem nel 2008) in cui raccomandava un agente della società di Hong Kong definendolo un «ben noto conoscitore nel contesto commerciale dell'Algeria e del processo di valutazione per l'aggiudicazione del cliente».
Ma, soprattutto, gli inquirenti ipotizzano che le 7 tranche siano state versate non solo da Saipem ma anche da altre società del gruppo Eni.
Intanto Scaroni non ha nessuna intenzione di dimettersi. Non nega di aver incontrato Bedjauoi, dice di averlo visto solo una volta per pochi minuti e che gli era stato presentato come il segretario del ministro algerino dell'energia. Ma la sua linea di difesa si basa innanzitutto sul fatto che Saipem agirebbe in autonomia da Eni e che dunque lui non c'entrerebbe nulla con questa vicenda.
Ieri Scaroni ha anche incassato l'appoggio di Silvio Berlusconi che nel 2005 lo nominò a capo di Eni: «Lo conosco, mi sento di escludere un suo coinvolgimento». PAOLO SCARONI
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