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il manifesto 2013.02.12 - 01 PRIMA PAGINA
 
SANREMO
Chiamate Silvio, per par condicio
ARTICOLO - Marco Giusti

ARTICOLO - Marco Giusti
Ammesso che non si voglia candidare subito a Papa, lasciando le già polverose elezioni al giovane Alfano, o almeno il posto di Zeman, e ammesso che nelle prossime 24 ore non si dimettano anche Obama, la Merkel, Conte e Stramaccioni, è ovvio che Silvio Berlusconi stesse pensando a un altro colpo grosso. Canoro diciamo. E che si fa Sanremo una settimana prima delle elezioni e non si invita Silvio Berlusconi proprio quando stava recuperando i punti persi sul Pd? Il black out sanremistico, la porta in faccia della tv generalista.
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Perfino la grande rinuncia del papa, non possono che azzerare tutta la rimonta televisiva di questi ultimi giorni. Non c'è più nemmeno l'effetto Balotelli. Sarebbe come ripartire da zero, anzi peggio, visto che è un Festival apertamente di sinistra e i cattolici, che lo hanno già abbandonato, pensano solo al totopapa2013. Inoltre non può più presentarsi nelle piazze italiane come Beppe Grillo, sarebbe un massacro, non può farsi largo sulla rete o su twitter, sembra sempre una di quelle sue parodie, l'unica carta che ha, insomma, con tanto di televoto pilotato magari, è proprio cercare di comparire a Sanremo. Intanto può cantare, al posto di Raiz che il venerdì sera deve rispettare lo Shabbat, ad esempio. O come corista di Marta sui Tubi. Sul tubo sta già a parecchi. O come guest insieme a Rocco Siffredi a supporto di Elio, chissà , esibendosi in una gara di virilità mascolina bracardiana. O come effetto speciale di Roberto Giacobbo che sarà sul palco a presentare non so cosa. O solo per ripetere il già tormentone della rete «quantevoltevieni» con una Bianca Balti qualsiasi. O mette in musica il discorso di rinuncia in latino del papa. Magari in versione gangnam style. Sarebbe perfetto, anche con esibizione live. Nelle ultime settimane ha dimostrato che la televisione, non solo Mediaset o la Rai, è sua. Se ne è accorto anche Ilvio Diamanti. Ha fatto fare a tutti, anche all'Annunziata, dei buoni ascolti. Ha salvato una tv in crisi e ora lo abbandoniamo come il povero Zeman? Non si può lasciare Sanremo a bersaniani e grillini. Come non si possono lasciare tutti i tiggi a parlare del totopapa e al vecchio papa che se ne andrà a invecchiare nel vecchio monastero delle suore di clausura. Che poi Bersani, su consiglio di Simona Ercolani, qualche anno fa andò al Festival e fece una figura talmente tremenda da far brillare come spiritoso Scajola, che era lì come risposta pdl da par condicio. Ovviamente a sua insaputa.
Mentre Grillo è talmente presente nel nostro immaginario come volto da Sanremo Classic, che non ha neanche bisogno di andarci. In un festival così ligure, poi, tra Fazio e Crozza, lo spirito di Grillo sarà ovunque. E poi vi pare che Crozza non si perderà l'occasione di imitare tutti, Berlusconi compreso? Tanto vale avere quello originale. Magari con Lucia Annunziata che ripete il numero della telefonata al cellulare, già vista a Leader, con lei che non sapeva come far sentire ai telespettatori. O con Landini, mentre occupano assieme il palco sul vecchio modello delle delegazioni operaie che imboccavano al Festival e Pippo Baudo le accoglieva democraticamente. O come Cavallo Pazzo o come quello che cercò di buttarsi giù dalla galleria salvato da Pippo. O come Riserva Indiana, come fecero già Nichi Vendola e Mario Capanna tanti anni fa. Ci andai anch'io. Stavo tra Sandro Curzi, Victor dell'Equipe 84, Remo Remotti, Daria Bignardi e Capanna, mentre il mio socio di allora, Enrico Ghezzi, scrisse un dotto articolo, «Perché non vado a Sanremo», pubblicato dal Corsera. Altri tempi. L'ultima sera venimmo fischiati dai fan di Toto Cotugno che avevano occupato militarmente la sala. «Mario qui ce menano», mi ricordo che dissi a Capanna che faceva l'indiano accanto a me, mentre pure il vecchio Curzi venne ricoperto dai fischi. «In vita mia non sono mai stato fischiato», aveva dichiarato neanche un'ora prima.
Un altro anno, su invito di Paolo Bonolis, ero seduto accanto a Ezio Vendrame, il calciatore poeta, che si lanciò contro Gigi D'Alessio definendolo falso, scatenando la folla inferocita dei suoi non così tranquilli supporter in sala. Ecco. Nello stesso anno girava voce che Peppino Di Capri stesse lì a cantare La panchina, un pezzo davvero tragico, grazie all'amicizia con Berlusconi. Ecco, potrebbero ripetere assieme quel pezzo, che non fu proprio un successo. Ma meriterà sicuramente una riscoperta. Magari in versione grande rinuncia papale o zemaniana. Va bene anche un posto in seconda fila. Sbaglio a ricordare un Ignazio La Russa in gran forma in platea, l'anno che Giletti e Del Noce cantarono dalla prima fila? Ricordo anche un Bossi canterino al Dopofestival poco prima del coccolone. Ecco affidiamogli il Dopofestival. Magari assieme a Santoro e a Travaglio. Parleranno di tutto, elezioni, canzonette e totopapa. Mi raccomando chiamate la Comi, che fa tanto moretta dei Ricchi e Poveri. E Padre Lombardi. Come Albano e Toto Cotugno. Non si può lasciare a casa.
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