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il manifesto 2013.02.12 - 03 LA PAGINA 3
 
I POLITICI Commenti sbigottiti. Monti: un rapporto personale con lui. Bersani: un gesto di forza e innovazione
«Evento storico». Sulla campagna elettorale piomba l'imprevisto
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ROMA
Non erano preparati. Nessuno spin doctor aveva messo nell'agenda della propaganda del proprio leader il commento a una notizia-shock come le dimissioni del papa. E così ieri tutti i candidati italiani hanno contato fino a dieci prima di dichiarare su un evento storico, l'addio di Benedetto XVI, destinato nei prossimi giorni ad oscurare il dibattito politico e forse persino a cambiarne i connotati. E sebbene il voto dei cattolici sia ormai descritto come «libero» da analisti e dai politologi, le dimissioni del papa nel paese che contiene il Vaticano sono una prima assoluta. E i palinsesti tv, da ieri rivoluzionati, possono introdurre novità impreviste, e non tranquillizzanti, a sinistra.
Mario Monti, colto alla sprovvista, ha prima invitato a tenere distinto «il sacro dal pur importante profano delle elezioni». Dopo aver raccolto le idee però non ha rinunciato a rivendicare un rapporto privilegiato con Ratzinger: «Conservo un ricordo commosso del dialogo personale e stretto che il Santo Padre ha voluto avere con me per accompagnare il mio impegno di governo». Pier Luigi Bersani invece, di solida formazione cattolica e buon conoscitore nella teologia ratzingeriana, si muove meglio nella notizia «di portata storica, due volte: rarissima come decisione e, secondo, viene fatta da un Papa che non la prende certo per debolezza. È un grande teologo che ha messo la teologia al servizio della Chiesa» dunque le dimissioni sono «un gesto di impostazione, di novità per il futuro».
È certo un gesto storico anche per Vendola, cattolico, ma per motivi diversi: perché rivela un'immagine inedita, dice, «di profonda fragilità umana, molto contemporanea che proietta la Chiesa cattolica in un confronto inedito con i ritmi della modernità. Io sto dalla parte della Chiesa che si fa compagna dell'umanità piuttosto che dalla parte della Chiesa che si erge a giudice dei peccati dell'umanità». Rimbrottato dal cattolico di diversa parrocchia Beppe Fioroni, Pd («Per compiere questo gesto servono forza e coraggio, non fragilità») l'interpretazione del leader di Sel però non è lontana da quella di Andrea Riccardi, ministro montiano e fondatore della Comunità di Sant'Egidio. «Non ha paura di nascondere la propria fragilità e debolezza. Ha trovato resistenze più grandi di quelle che crediamo e non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero».
Berlusconi infine si dice ammirato per «un gesto di grande responsabilità: aveva detto che se un Papa dovesse capire di non essere spiritualmente, intellettualmente e fisicamente più adeguato, avrebbe il diritto e il dovere di dimettersi. In coerenza si dimette per garantire alla chiesa universale un governo forte come il momento esige». Parole misurate, stavolta. Forse riflesso anche del fatto che il Vaticano, dopo anni di sintonia, è stato uno degli artefici della fine della sua era. d.p.
 
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