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il manifesto 2013.02.12 - 06 POLITICA & SOCIETÀ
DIRITTI «Se non ora quando» discute di programmi con i partiti
Un paese per donne nell'era della crisi dopo le «papi girl» e le perle di Fornero
ARTICOLO - Daniela Preziosi
ARTICOLO - Daniela Preziosi
Daniela Preziosi
Tempismo perfetto, quello del movimento «Se non ora quando» che ieri ha convocato i partiti al Piccolo Eliseo di Roma. Teatro strapieno, parterre quasi trasversale di candidati, uomini e donne, chi per ascoltare, chi per farsi vedere. La cifra della discussione è molto diversa dall'incontro delle donne di Paestum, che si sono riunite a Bologna per parlare di politica convocando le candidate interne a quel movimento per una discussione franca e diretta.
Qui invece sono invitati tutti e tutte, dalla montiana Milena Santerini alla grillina Carla Ruocco, dal finiano Fabio Granata (Barbara Saltamartini, Pdl, dà forfait); a Stefano Fassina (Pd), Gabriella Stramaccioni (Rivoluzione civile, fra le prime firmatarie dell'appello di Snoq) e Nichi Vendola. Del resto qui la discussione quasi non c'è. C'è invece un format da tv (la regia è di Franza di Rosa): cinque minuti a esponente per esporre impegni, a futura memoria.
Ma il tempismo dell'iniziativa, dicevamo, è involontario e disperante: a due anni dalla manifestazione del 13 febbraio 2011, quella in nome della «dignità» delle donne contro il berlusconismo del «ciarpame senza pudore», delle «vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo» (parole dell'ex moglie del Cavaliere Veronica Lario), oggi il Cavaliere è al tramonto, ma domenica era ancora su un palco (e il pubblico ancora rideva, altroché) a snocciolare battutacce a doppio senso verso una dipendente di Green Power, consenziente e divertita a sua volta: «Lei viene? a costo zero una volta sola? Quante volte viene?».
Cabaret a parte, l'era dei loden, della sobrietà 'tecnica' e dell'austerità rigida avrà anche accollato le scollature femminili, e introdotto nell'immagine delle donne di governo i fili di perle delle ministre, ma non ha portato migliori condizioni materiali alle donne italiane.
«Berlusconi parla di donne come fossero bambole gonfiabili», commenta Bersani. Ma chi si candida a governare il paese non se la cava con una battuta. E i numeri che descrivono l'Italia come un paese «non per donne» non cambieranno con un cambio di guardia a Palazzo Chigi. «La politica si è approfittata della pazienza delle donne, che hanno fatto le spese della crisi e dei tagli al welfare», dice l'attrice Lunetta Savino commentando «Le parole per dirlo», videoinchiesta proiettata all'inizio, regia di Francesca Comencini: tutte donne che raccontano di come hanno fatto i conti con le discriminazioni e la perdita del lavoro.
Fenomeno massiccio; ma non sono solo così, le donne italiane, e non è neanche bella l'immagine, donne «responsabili» ma comunque vittime del massacro sociale, protagoniste sì, ma di scelte di resistenza e sopravvivenza. Snoq rimanda ad altro momento il confronto con le donne che andranno in parlamento, alle quali chiede di «non dimenticare la loro differenza», di «sedersi su quella poltrona ma qualche volta rialzarsi».
Ma ce n'è in avanzo per i partiti che hanno invitato, di cui l'economista Antonella Crescenzi e la ricercatrice Eva Macali passano ai raggi X programmi e presenze femminili in lista. Il Pd e Sel ne escono bene, la lista Ingroia recupera sui temi, il resto è imbarazzante.
Alle domande di Snoq (welfare, politiche contro la precarietà, congedo di paternità obbligatorio, contrasto al femminicidio, diritti civili per tutti e tutte), ha buon gioco Vendola a ricordare che per liberarsi del «berlusconismo come regime commercial-pornografico» non basterà liberarsi di Berlusconi, sarà più duro osteggiare «il tentativo da parte del pubblico di cedere la sovranità al privato in materia di welfare coprendosi dietro la sussidiaretà, parola truffaldina che porta a un mercato proprietario di un diritto, e uno stato che diventa etico e si occupa di sessualità e fine vita». Il problema è - ma di questo non si è parlato - che su quell'idea di «sussidiarietà» modello Compagnia delle Opere anche l'alleato Pd ha costruito un pezzo del suo cammino: non a caso Bersani è stato a lungo l'ospite di sinistra più gradito ai Meeting di Cl.
E ha buon gioco anche Fassina a impegnarsi a «non andare avanti con le politiche dell'austerità che hanno tagliato il welfare, ridefiniremo le priorità della spesa, difenderemo gli asili nido, spostaremo lì i soldi della difesa», strappando un applauso. Il problema è che ci sarà «una prima fase molto difficile», così il responsabile economico del Pd descrive i prossimi mesi. E - ma anche di questo non si è parlato - in quella fase il Pd potrebbe avere come alleato Monti, ovvero l'ultrà italiano dell'austerità.
Tempismo perfetto, quello del movimento «Se non ora quando» che ieri ha convocato i partiti al Piccolo Eliseo di Roma. Teatro strapieno, parterre quasi trasversale di candidati, uomini e donne, chi per ascoltare, chi per farsi vedere. La cifra della discussione è molto diversa dall'incontro delle donne di Paestum, che si sono riunite a Bologna per parlare di politica convocando le candidate interne a quel movimento per una discussione franca e diretta.
Qui invece sono invitati tutti e tutte, dalla montiana Milena Santerini alla grillina Carla Ruocco, dal finiano Fabio Granata (Barbara Saltamartini, Pdl, dà forfait); a Stefano Fassina (Pd), Gabriella Stramaccioni (Rivoluzione civile, fra le prime firmatarie dell'appello di Snoq) e Nichi Vendola. Del resto qui la discussione quasi non c'è. C'è invece un format da tv (la regia è di Franza di Rosa): cinque minuti a esponente per esporre impegni, a futura memoria.
Ma il tempismo dell'iniziativa, dicevamo, è involontario e disperante: a due anni dalla manifestazione del 13 febbraio 2011, quella in nome della «dignità» delle donne contro il berlusconismo del «ciarpame senza pudore», delle «vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo» (parole dell'ex moglie del Cavaliere Veronica Lario), oggi il Cavaliere è al tramonto, ma domenica era ancora su un palco (e il pubblico ancora rideva, altroché) a snocciolare battutacce a doppio senso verso una dipendente di Green Power, consenziente e divertita a sua volta: «Lei viene? a costo zero una volta sola? Quante volte viene?».
Cabaret a parte, l'era dei loden, della sobrietà 'tecnica' e dell'austerità rigida avrà anche accollato le scollature femminili, e introdotto nell'immagine delle donne di governo i fili di perle delle ministre, ma non ha portato migliori condizioni materiali alle donne italiane.
«Berlusconi parla di donne come fossero bambole gonfiabili», commenta Bersani. Ma chi si candida a governare il paese non se la cava con una battuta. E i numeri che descrivono l'Italia come un paese «non per donne» non cambieranno con un cambio di guardia a Palazzo Chigi. «La politica si è approfittata della pazienza delle donne, che hanno fatto le spese della crisi e dei tagli al welfare», dice l'attrice Lunetta Savino commentando «Le parole per dirlo», videoinchiesta proiettata all'inizio, regia di Francesca Comencini: tutte donne che raccontano di come hanno fatto i conti con le discriminazioni e la perdita del lavoro.
Fenomeno massiccio; ma non sono solo così, le donne italiane, e non è neanche bella l'immagine, donne «responsabili» ma comunque vittime del massacro sociale, protagoniste sì, ma di scelte di resistenza e sopravvivenza. Snoq rimanda ad altro momento il confronto con le donne che andranno in parlamento, alle quali chiede di «non dimenticare la loro differenza», di «sedersi su quella poltrona ma qualche volta rialzarsi».
Ma ce n'è in avanzo per i partiti che hanno invitato, di cui l'economista Antonella Crescenzi e la ricercatrice Eva Macali passano ai raggi X programmi e presenze femminili in lista. Il Pd e Sel ne escono bene, la lista Ingroia recupera sui temi, il resto è imbarazzante.
Alle domande di Snoq (welfare, politiche contro la precarietà, congedo di paternità obbligatorio, contrasto al femminicidio, diritti civili per tutti e tutte), ha buon gioco Vendola a ricordare che per liberarsi del «berlusconismo come regime commercial-pornografico» non basterà liberarsi di Berlusconi, sarà più duro osteggiare «il tentativo da parte del pubblico di cedere la sovranità al privato in materia di welfare coprendosi dietro la sussidiaretà, parola truffaldina che porta a un mercato proprietario di un diritto, e uno stato che diventa etico e si occupa di sessualità e fine vita». Il problema è - ma di questo non si è parlato - che su quell'idea di «sussidiarietà» modello Compagnia delle Opere anche l'alleato Pd ha costruito un pezzo del suo cammino: non a caso Bersani è stato a lungo l'ospite di sinistra più gradito ai Meeting di Cl.
E ha buon gioco anche Fassina a impegnarsi a «non andare avanti con le politiche dell'austerità che hanno tagliato il welfare, ridefiniremo le priorità della spesa, difenderemo gli asili nido, spostaremo lì i soldi della difesa», strappando un applauso. Il problema è che ci sarà «una prima fase molto difficile», così il responsabile economico del Pd descrive i prossimi mesi. E - ma anche di questo non si è parlato - in quella fase il Pd potrebbe avere come alleato Monti, ovvero l'ultrà italiano dell'austerità.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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