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il manifesto 2013.02.12 - 13 VISIONI
FORUM
Sullo schermo la tragica follia della guerra
ARTICOLO - Nicola Falcinella
ARTICOLO - Nicola Falcinella
Nicola Falcinella BERLINO BERLINO
Città e paesi divisi, famiglie separate. È l'eredità della guerra in Bosnia del '92-95 vista nei due film presentati nella sezione Forum della Berlinale. La produzione serba Krugovi - Circles del serbo Srdan Golubovic ha un prologo nel 1993 e la vicenda si sviluppa 12 anni dopo, tra Halle (Germania), Trebinje (Bosnia) e Belgrado (Serbia), ai nostri giorni a Mostar è ambientato A Stranger- Obrana i zastita, coproduzione Croazia - Bosnia per il primo lungometraggio del croato Bobo Jelcic. Golubovic, quarantenne al terzo film dopo Apsolutnih sto (2001) e Klopka (2007), si è confermato una delle voci migliori del cinema balcanico.
Un film ispirato a fatti realmente accaduti e già passato al Sundance, aperto da una scena in pieno conflitto: alcuni soldati serbi stanno per uccidere il musulmano Haris, proprietario di una tabaccheria colpevole di non avere sigarette della marca preferita da un ufficiale, quando uno di loro, Marko, si oppone e viene freddato. Anni dopo Haris si è fatto una vita in Germania con moglie tedesca e due figli, ma la riconoscenza lo spinge ad aiutare una concittadina in fuga da un marito vendicativo. L'arrivo improvviso dell'uomo fa precipitare la situazione, ma Haris, a costo di mettere in pericolo i suoi cari, non viene meno all'impegno. L'anziano padre di Marko a Trebinje mette tutte le energie nel ricostruire una chiesa in cima a una collina, fatica a perdonare ma spera che la morte del figlio sia servita a qualcosa. Nebojsa che era stato testimone impotente è un chirurgo belgradese che si trova a dover salvare la vita a Todor, l'ufficiale ora vittima di un incidente stradale. Destini che si incrociano, parti che si ribaltano in un cerchio chiuso dove tutti sono legati, però basta poco per interrompere la catena dei rancori. Golubovic, figlio del regista Predrag non fa sconti a nessuno, dirige con mano ferma un bel cast (tra gli altri Aleksandar Bercek, Nebojsa Glogovac e Leon Lucev) e tiene la tensione alta fino alla fine.
Protagonista del film di Jelcic è Slavko (un bravissimo Bogdan Diklic), settantenne croato di Mostar messo in difficoltà dalla notizia della morte di un vecchio amico musulmano sull'altra sponda della Neretva. Anni dopo la fine della guerra, ricostruito il ponte, persiste la divisione, soprattutto psicologica, tra le due parti. Così Slavko non sa se andare al funerale ed è solo sull'insistenza della moglie (Nada Djurevska) che decide di raggiungere la casa del defunto, che li aveva aiutati in più circostanze. Lo fa seguendo un percorso alternativo nel timore di essere notato e anche al cimitero se ne sta defilato. Sotto trame ci sono la visita all'ufficio di un potente della città per non si sa quale favore (con una chiara stoccata alla sudditanza verso l'autorità e alla corruzione, un po' come Golubovic non manca di condannare il maschilismo ancora presente) e l'attesa dell'arrivo del figlio che vive in Croazia. Un film interessante ma non del tutto convincente. Girato in modo molto realista, con uno stile quasi documentaristico, con camera a mano molto vicina agli attori, è interrotto più volte da inserti fantastici di morti metaforiche del protagonista. Una soluzione narrativa che però funziona solo in parte, più che scarti verso l'alto sembrano inserimenti un po' meccanici dentro l'impianto della storia. Jelcic, insegnante di recitazione all'accademia di Zagabria, si mostra molto bravo nel dirigere gli attori e trova una modalità non convenzionale per trattare una questione anche difficile.
Città e paesi divisi, famiglie separate. È l'eredità della guerra in Bosnia del '92-95 vista nei due film presentati nella sezione Forum della Berlinale. La produzione serba Krugovi - Circles del serbo Srdan Golubovic ha un prologo nel 1993 e la vicenda si sviluppa 12 anni dopo, tra Halle (Germania), Trebinje (Bosnia) e Belgrado (Serbia), ai nostri giorni a Mostar è ambientato A Stranger- Obrana i zastita, coproduzione Croazia - Bosnia per il primo lungometraggio del croato Bobo Jelcic. Golubovic, quarantenne al terzo film dopo Apsolutnih sto (2001) e Klopka (2007), si è confermato una delle voci migliori del cinema balcanico.
Un film ispirato a fatti realmente accaduti e già passato al Sundance, aperto da una scena in pieno conflitto: alcuni soldati serbi stanno per uccidere il musulmano Haris, proprietario di una tabaccheria colpevole di non avere sigarette della marca preferita da un ufficiale, quando uno di loro, Marko, si oppone e viene freddato. Anni dopo Haris si è fatto una vita in Germania con moglie tedesca e due figli, ma la riconoscenza lo spinge ad aiutare una concittadina in fuga da un marito vendicativo. L'arrivo improvviso dell'uomo fa precipitare la situazione, ma Haris, a costo di mettere in pericolo i suoi cari, non viene meno all'impegno. L'anziano padre di Marko a Trebinje mette tutte le energie nel ricostruire una chiesa in cima a una collina, fatica a perdonare ma spera che la morte del figlio sia servita a qualcosa. Nebojsa che era stato testimone impotente è un chirurgo belgradese che si trova a dover salvare la vita a Todor, l'ufficiale ora vittima di un incidente stradale. Destini che si incrociano, parti che si ribaltano in un cerchio chiuso dove tutti sono legati, però basta poco per interrompere la catena dei rancori. Golubovic, figlio del regista Predrag non fa sconti a nessuno, dirige con mano ferma un bel cast (tra gli altri Aleksandar Bercek, Nebojsa Glogovac e Leon Lucev) e tiene la tensione alta fino alla fine.
Protagonista del film di Jelcic è Slavko (un bravissimo Bogdan Diklic), settantenne croato di Mostar messo in difficoltà dalla notizia della morte di un vecchio amico musulmano sull'altra sponda della Neretva. Anni dopo la fine della guerra, ricostruito il ponte, persiste la divisione, soprattutto psicologica, tra le due parti. Così Slavko non sa se andare al funerale ed è solo sull'insistenza della moglie (Nada Djurevska) che decide di raggiungere la casa del defunto, che li aveva aiutati in più circostanze. Lo fa seguendo un percorso alternativo nel timore di essere notato e anche al cimitero se ne sta defilato. Sotto trame ci sono la visita all'ufficio di un potente della città per non si sa quale favore (con una chiara stoccata alla sudditanza verso l'autorità e alla corruzione, un po' come Golubovic non manca di condannare il maschilismo ancora presente) e l'attesa dell'arrivo del figlio che vive in Croazia. Un film interessante ma non del tutto convincente. Girato in modo molto realista, con uno stile quasi documentaristico, con camera a mano molto vicina agli attori, è interrotto più volte da inserti fantastici di morti metaforiche del protagonista. Una soluzione narrativa che però funziona solo in parte, più che scarti verso l'alto sembrano inserimenti un po' meccanici dentro l'impianto della storia. Jelcic, insegnante di recitazione all'accademia di Zagabria, si mostra molto bravo nel dirigere gli attori e trova una modalità non convenzionale per trattare una questione anche difficile.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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