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il manifesto 2013.02.12 - 13 VISIONI
 
BERLINALE Da «Before midnight» di Richard Linklater fino a Calin Peter Netzer con «Child's Pose»
Il presente ambiguo delle donne
ARTICOLO - Cristina Piccino

ARTICOLO - Cristina Piccino
Il pontefice dimissionario e la corsa alla ricerca di un Moretti irreperibile. La chiesa super presente al festival, tra cui il film «La religieuse» di Nicloux, con Huppert
Cristina Piccino BERLINO BERLINO
Chissà se le capriole di un sentimento, e gli interrogativi di un desiderio dilatato nel filo degli anni troveranno una conclusione, o invece rimarranno aperte come l'orizzonte del mare che accoglie i due protagonisti alla fine del film. Before Midnight ci fa ritrovare la coppia Julie Delpy/Ethan Hawke diciassette anni dopo il loro primo incontro su un treno verso Vienna, lui americano, lei francese passeranno tutta la notte a conversare, rohmerianamente, nelle strade della città deserta. Amore, vita, futuro, sogni, il piacere dell'abbandono allo sconosciuto con cui affabulare se stessi. La «saga» sentimentale di Céline e Jesse, questo il nome dei personaggi inizia così, continua a Parigi nove anni dopo, in Before Sunset, con il loro carico di vissuti infelici, e arriva ora in Grecia, dove il regista Richard Linklater incontra ancora una volta questi suoi amatissimi personaggi cresciuti insieme agli attori che li interpretano (autori anche stavolta della sceneggiatura) che in questa vacanza tra le stradine bianche con figlie (lei) dovranno infine confrontarsi con la loro relazione. Paesaggio interminabili scorrrono in un fiume di parole, e a lei come sempre a scatenare la tempesta che lui cerca di ricomporre immaginando una macchina del tempo. Si puòrofondare in questa serialità amorosa di decisioni incombenti, viaggi e direzioni da dare alla propria vita. Linklater nella conversazione prolungata mette in scena una parola in cerca di una sua visualità nei gesti unici di un amore.
Before Midnight era tra i titoli più attesi del concorso berlinese dove arriva a pochi giorni dall'anteprima al Sundance - come molti film nel cartellone di tutte le sezioni - ma la Berlinale e il suo direttore, Dieter Kosslinck, non sembrano preoccuparsi troppo dell'anteprima mondiale (del resto anche Cannes prende qualcosa da Sundance, pensiamo a Il paese delle creature selvagge) angoscia tutta nostrana ...
Alla fine del mondo
Sotto il cielo grigio nord di una giornata freddissima, i film sono però passati in secondo piano di fronte alla Notizia del giorno: le dimissioni di Benedetto XVI da papa, una cosa che ha dell'incredibile - «Forse siamo alla fine del mondo» sussurra qualcuno con aria attonita, mentre la corsa è alla ricerca di Nanni Moretti (che si sarà reso senz'altro irreperibile, e come dargli torto?) vista l'assonanza del gesto - almeno nella sua motivazione ufficiale - con quella del «suo» papa Michel Piccoli di Habemus Papam che rendono il film quasi premonitorio.
Messaggi, tweet, post i social network sono impazziti. Quale sarà il mistero? La Chiesa è stata una presenza ricorrente in questi primi giorni sugli schermi della Berlinale, pensiamo a Nel nome del (in gara) della regista polacca Malgoska Dmosvska, in cui il protagonista è un prete che ha scelto la via del sacerdozio per fuggire alla sua omosessualità (ovviamente peggiora le cose), e in una scena lo si vede ubriaco abbracciare il ritratto di Benedetto XVI. È il tabù che le istituzioni ecclesiastiche hanno dovuto negli ultimi anni affrontare pubblicamente, e in forma di violenze più che di desiderio..
È invece la passione (negata) che stordisce la superiora interpretata da Isabelle Huppert in La Religieuse di Guillaume Nicloux, la quale perde la testa per la giovane Suzanne, novizia del suo convento, mentre la precedente prediletta, Thérèse si macera di gelosia. La Religieuse è una rilettura del racconto di Diderot, per Pauline Etienne nei panni di Suzette Simonin si parla di Orso d'oro per la migliore attrice, e in effetti è una bella rivelazione.
Il film invece, nonostante un cast di stelle oltre a Huppert François Lebrune, indimenticabile attrice di Eustache in La maman et la putaine, Martina Gedeck, Lou Castel, dà un po' l'impressione della cartolina (ben) illustrata del racconto, senza interpretarne nel tempo il mistero e la potenza dissacrante. Tutto è detto, tutto è evidente. Quando Jacques Rivette, tra i protagonisti della nouvelle vague francese, fece il suo La Religiosa, nel 1966, il film venne proibito perché considerato oltraggioso verso la chiesa. Il conflitto tra costrizione e libera scelta nella giovane vita di Suzanne Simonin diveniva la lente attraverso la quale mostrare la violenza del potere, religioso, familiare, sociale. Nicloux invece si concentra su Suzanne e sulla sua ostinata battaglia per la libertà riducendo a «contesto» narrativo tutto il resto. Ultima di tre sorelle Susanne è la figlia del peccato, «l'unico errore che ho commesso» le dice la madre che per espiare la manda in convento. Lei si oppone, resiste, rifiuta i voti una prima volta perché sarebbe costretta a mentire a Dio, ma il suo destino è segnato e deve tornare in convento.
La nuova superiora nuova la tortura, lei però riesce a trovare un appoggio esterno, a farsi trasferire, a smascherarla e piano piano conquisterà la sua libertà. Il giovane prete che l'aiuta le dice che anche lui ha dovuto prendere i voti per forza ma non ha avuto il coraggio di ribellarsi.
Il racconto procede seguendo le note autobiografiche della stessa Suzanne, scritte di nascosto in convento, di cui il film rischia di essere l'illustrazione.
Donne. Sono il riferimento narrativo per quasi tutti i film (c'entrerà anche questo col papa?). Personaggi femminili letterari come La religiosa, o metaforici, espressione di una Storia passata e di un presente contraddittorio.
Gloria, la protagonista del film di Sebastian Lelio (finora in testa alle classifiche della critica e probabile Orso d'oro), racconta un femminile di solitudine e ricerca d'amore. Divorziata, quasi sessantenne, Gloria incontra finalmente Rodolfo, un ex-ufficiale di marina con moglie, che lui dice essere ex e figli molto dipendenti. Ma oltre l'aspetto «personale» Sebastian Lelio (Sagrada Familia) concentra nel suo personaggio il racconto del paese, il Cile che oggi, a quarant'anni dal golpe di Pinochet, sembra ancora incapace di confrontarsi sinceramente col suo passato rimosso o frettolosamente affossato, rimasto fin troppo evidente nelle cariche istituzionali e nella vita quotidiana. Quel passato che è un punto di non ritorno nell'immaginario del paese, col quale moltissimi film e non solo si sono confrontati, e continuano a farlo, proprio perché ancora così clamorosamente aperto.
Un paese in una donna è anche Laila Fourie di Pia Marais, cineasta tedesca molto amata dai festival. Nata e cresciuta in Sudafrica, Marais vi torna per questo suo film, maldestro tentativo di thriller esistenziale-politico, e uno di quei titoli che non si capisce bene cosa stiano a fare in un concorso internazionale. Laila vive da sola col figlietto, perennemente tesa e rigida su tutto, il compagno sta con un'altra (bianca) che non vuole saperne di lei e del bimbo. Così se lo porta dietro sul nuovo posto di lavoro in un casino, dove deve sperimentare una macchina della verità. Solo che sulla strada investe un tipo, bianco, che muore. E di lì in poi la vita diventa la lotta per nascondere quanto è accaduto, cosa complessa visto che il bimbo sa tutto ed è una specie di minaccia vagante. In più sulla loro strada arrivano il figlio dell'uomo, gentile biondo afrikaaner, e la compagna di lei subito pronti però a svelare la durezza dietro a quella loro cortesia di facciata. Il risultato è il razzismo delle buone intenzioni, coi due neri pericolosi e falsi di fronte ai quali si capisce la diffidenza dei bianchi traditi nella loro stessa casa.
Immagine documentaria
Calin Peter Netzer è uno dei registi delle nuove generazioni rumene, con cui condivide un'idea precisa di messinscena, macchina da presa in movimento, attaccata ai personaggi, un'immagine quasi «documentaria», respiro frammentario e veloce della narrazione. Child's Pose ricorda molto Oltre le colline, il film di Mungiu premiato a Cannes, e anche per questo visti gli applausi ci sono buone possibilità di premio.
Protagonista è una donna, sessantenne, un figlio grande, una bella casa, i soldi di quella classe dirigente rumena cittadina che vive senza problemi. Cornelia, gentile con la cameriera a cui regala davanti all'imbarazzo di quest'ultima le sue scarpe di marca, amante delle letture - «a mio figlio ho regalato Herta Muller non ha nemmeno cominciato a leggere» - del teatro, delle feste. Meravigliosa creatura la fa sognare ... Ma soprattutto Cornelia organizza la vita altrui, del marito debole e completamente da lei controllato, e del figlio che ama e di cui non sopporta le donne, la vota separata, il suo essersi staccato da lei. Così quando l'uomo ha un incidente, investe un ragazzino e lo uccide, Cornelia prende le cose in mano. Lui pero soffre questo controllo e l'accaduto diviene un modo per sottrarsi alla vita predeterminata dalla madre cercando una diversa assunzione di responsabilità. Ecco il punto del film: anche qui l'assunzione di riesponsabilità dell'individuo rispetto alla società alle sue scelte alla vita. Contro un meccanismo che può essere affettivo, familiare, o è chiudersi in una comunità che decide per te - come appunto le eroine di Oltre le colline - che è comunque strumento di controllo della tua vita. O come il figlio di Cornelia è la fuga, la sottrazione vile consapevole che qualcun altro risolverà il problema per te. Cornelia rappresenta anche quella classe sociale emersa dalla fine del regime di Ceausescu molto benestante, corrotta, pronta a comprare tutto col potere delle conoscenze e dei soldi, in un sistema che anche laddove manifesta un po' di resistenza è subito pronto a cedere. Endemicamente corrotto, si direbbe, anche se il regista vi apre uno spiraglio: lo spazio intimo e personalissimo di una redenzione ancora possibile. FOTO GRANDE, «LA RELIGIEUSE» DI GUILLAME NICLOUX; SOTTO, «BEFORE MIDNIGHT»
 
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