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il manifesto 2013.02.13 - 03 LA PAGINA 3
L'AZIENDA Dal dopoguerra all'«annus horribilis», le contorte vicende dell'impresa
Un business di armi e mazzette
ARTICOLO
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Tangenti all'estero e corruzione interna, nel 2011 scoppia il bubbone. E il debito cresce
Vincenzo Comito
In principio era il gruppo Iri. Dopo la fine della seconda guerra mondiale la finanziaria Finmeccanica, una delle sub-holding del gruppo, viene utilizzata dalla casa madre in un certo senso come un deposito di rottami, una struttura nella quale collocare tra l'altro una serie di aziende che erano a suo tempo fortemente cresciute con le produzioni belliche e che con lo scoppio della pace erano ormai senza mercato; trovano posto all'interno della compagine anche delle altre imprese in difficoltà, con produzioni più pacifiche, che non si sapeva bene dove sistemare altrimenti.
Passano dei decenni in continue opere di ristrutturazione, di chiusura di alcune strutture, di acquisizione di altre, di cessione di altre ancora, con l'assillo di una situazione finanziaria spesso difficile. Il gruppo è alla costante ricerca di un assetto che riesca a stabilizzare le cose e a fargli ottenere alla fine risultati di mercato, economici e finanziari in qualche modo tranquillizzanti.
Ad un certo punto si trova una soluzione, che allora sembrava quella giusta: concentrarsi sul business delle armi, approfittando anche del fatto che l'organizzazione è piena di generali, ammiragli e colonnelli esperti del mestiere. La trovata per un po' sembra funzionare e il gruppo riesce così apparentemente a guadagnare un suo equilibrio di mercato, organizzativo ed economico-finanziario.
Si trattava peraltro di un equilibrio non molto positivo socialmente e molto precario strategicamente, come stanno testimoniando le vicende degli ultimi due anni.
Con la scelta bellica la società diventa la più grande impresa industriale nazionale dopo la Fiat e il livello delle sue spese per ricerca e sviluppo è persino più elevato di quello del gruppo torinese. Essa è inoltre la prima realtà italiana operante nel settore delle tecnologie avanzate. Segue a notevole distanza la STmicroelectronics, il cui controllo azionario abbiamo però ceduto a suo tempo per metà ai francesi.
Nel frattempo l'azienda, nell'ambito dell'ondata di entusiasmo per la scoperta del libero mercato che si manifesta anche da noi verso la fine degli anni ottanta-primi anni novanta, a sinistra ancora più che a destra, viene parzialmente privatizzata, con lo stato che mantiene comunque il 30% circa del capitale.
La società opera oggi nei settori degli elicotteri, dell'elettronica per la difesa, dei velivoli civili e militari - questi sono anche i suoi business prioritari -, oltre che nel campo delle infrastrutture spaziali e dei sistemi di difesa. Un posto marginale rivestono i comparti del trasporto e dell'energia. Questi due ultimi business mal si conciliano in effetti con quello militare e il gruppo dirigente prima li trascura riducendo fortemente gli investimenti e poi negli ultimi tempi pensa di sbarazzarsene, anche se si tratta di due attività che potrebbero essere molto utili per una riconversione virtuosa della nostra economia.
L'azienda procede intanto anche con una forte spinta verso l'internazionalizzazione; essa diventa presto il secondo gruppo militare in Gran Bretagna, mentre anche negli Stati Uniti, con l'acquisizione della Drs Technologies, assume un ruolo di un certo rilievo. Peraltro la società Usa verrà pagata troppo, come l'Antonveneta da parte del MpS, e i risultati si manifesteranno come molto poco brillanti in ambedue i casi.
Vengono raggiunti in ogni caso ambiziosi traguardi in termini di mercato. Così, mentre ancora nel 2001 il fatturato di gruppo era pari a 6,8 miliardi di euro, esso diventa di 12,5 miliardi nel 2006, di 18,2 nel 2009 e di 18,7 nel 2010, moltiplicandosi sostanzialmente per tre nel corso di soli otto anni. Il gruppo diventa il settimo o l'ottavo del mondo nel suo settore in termini di dimensioni.
L'azienda non registrerà peraltro mai dei grandi profitti, ma comunque i risultati economici migliorano anch'essi e da perdite quasi strutturali si passa a un miliardo di euro circa di utili nel 2006 mentre nel 2009 siamo ancora a 718 milioni.
Ma nel 2010 la macchina comincia a incepparsi e alcuni nodi importanti vengono presto al pettine. Le novità negative sono nella sostanza due e si manifestano in maniera netta a partire dal 2011, vero annus horribilis per il gruppo.
La prima novità riguarda un peggioramento netto e improvviso del mercato di riferimento. Proprio nel momento in cui l'azienda avrebbe potuto raccogliere i risultati dei grandi sforzi appena fatti in termini di investimenti e di organizzazione, scoppia la crisi. I principali paesi occidentali, preoccupati dall'entità dei debiti, cominciano a ridimensionare i loro budget militari e persino gli Stati uniti da una parte, l'Italia dall'altra, in maggiore o minore misura, intervengono su tali spese e ora minacciano di mettervi mano ancora più pesantemente, mentre l'azienda non ha una strategia di ricambio.
La seconda novità è data dai gravi problemi interni che contemporaneamente si registrano nel gruppo; così si scopre che l'azienda pagava delle tangenti in diversi paesi per ottenere delle commesse (le notizie più fresche in merito sono di questi giorni), ma si parla anche di vari episodi di corruzione interna, di faccendieri molto chiacchierati, di finanziamenti ai partiti politici. Il gruppo dirigente viene progressivamente decimato dagli scandali, che sembrano toccare anche parenti e amici dei capi e molti magistrati, in Italia e all'estero, sono al lavoro.
I risultati di mercato, economici e finanziari cambiano così rapidamente di segno e anche il valore di borsa dell'impresa precipita. Il fatturato per il 2011 diminuisce e si registra una perdita economica di 2,3 miliardi di euro, mentre il debito, vera maledizione del gruppo nel corso dei decenni, comincia ad aumentare e il portafoglio ordini si assottiglia ancora più fortemente di quello del fatturato. Intanto il valore del titolo in borsa raggiunge ormai in questi giorni forse poco più del 10% di quello di qualche anno fa, mentre comincia a calare anche l'occupazione e si preannunciano dolorose ristrutturazioni.
I dati per il 2012 non sono ancora disponibili ma si suppone che non riusciranno certo a invertire la rotta.
Si apre ora una difficile partita. Bisogna ricostruire un gruppo dirigente adeguato al compito e che punti nel tempo, tra l'altro, a una riconversione in senso pacifico delle sue produzioni.
Un altro grave problema per il nuovo governo.
In principio era il gruppo Iri. Dopo la fine della seconda guerra mondiale la finanziaria Finmeccanica, una delle sub-holding del gruppo, viene utilizzata dalla casa madre in un certo senso come un deposito di rottami, una struttura nella quale collocare tra l'altro una serie di aziende che erano a suo tempo fortemente cresciute con le produzioni belliche e che con lo scoppio della pace erano ormai senza mercato; trovano posto all'interno della compagine anche delle altre imprese in difficoltà, con produzioni più pacifiche, che non si sapeva bene dove sistemare altrimenti.
Passano dei decenni in continue opere di ristrutturazione, di chiusura di alcune strutture, di acquisizione di altre, di cessione di altre ancora, con l'assillo di una situazione finanziaria spesso difficile. Il gruppo è alla costante ricerca di un assetto che riesca a stabilizzare le cose e a fargli ottenere alla fine risultati di mercato, economici e finanziari in qualche modo tranquillizzanti.
Ad un certo punto si trova una soluzione, che allora sembrava quella giusta: concentrarsi sul business delle armi, approfittando anche del fatto che l'organizzazione è piena di generali, ammiragli e colonnelli esperti del mestiere. La trovata per un po' sembra funzionare e il gruppo riesce così apparentemente a guadagnare un suo equilibrio di mercato, organizzativo ed economico-finanziario.
Si trattava peraltro di un equilibrio non molto positivo socialmente e molto precario strategicamente, come stanno testimoniando le vicende degli ultimi due anni.
Con la scelta bellica la società diventa la più grande impresa industriale nazionale dopo la Fiat e il livello delle sue spese per ricerca e sviluppo è persino più elevato di quello del gruppo torinese. Essa è inoltre la prima realtà italiana operante nel settore delle tecnologie avanzate. Segue a notevole distanza la STmicroelectronics, il cui controllo azionario abbiamo però ceduto a suo tempo per metà ai francesi.
Nel frattempo l'azienda, nell'ambito dell'ondata di entusiasmo per la scoperta del libero mercato che si manifesta anche da noi verso la fine degli anni ottanta-primi anni novanta, a sinistra ancora più che a destra, viene parzialmente privatizzata, con lo stato che mantiene comunque il 30% circa del capitale.
La società opera oggi nei settori degli elicotteri, dell'elettronica per la difesa, dei velivoli civili e militari - questi sono anche i suoi business prioritari -, oltre che nel campo delle infrastrutture spaziali e dei sistemi di difesa. Un posto marginale rivestono i comparti del trasporto e dell'energia. Questi due ultimi business mal si conciliano in effetti con quello militare e il gruppo dirigente prima li trascura riducendo fortemente gli investimenti e poi negli ultimi tempi pensa di sbarazzarsene, anche se si tratta di due attività che potrebbero essere molto utili per una riconversione virtuosa della nostra economia.
L'azienda procede intanto anche con una forte spinta verso l'internazionalizzazione; essa diventa presto il secondo gruppo militare in Gran Bretagna, mentre anche negli Stati Uniti, con l'acquisizione della Drs Technologies, assume un ruolo di un certo rilievo. Peraltro la società Usa verrà pagata troppo, come l'Antonveneta da parte del MpS, e i risultati si manifesteranno come molto poco brillanti in ambedue i casi.
Vengono raggiunti in ogni caso ambiziosi traguardi in termini di mercato. Così, mentre ancora nel 2001 il fatturato di gruppo era pari a 6,8 miliardi di euro, esso diventa di 12,5 miliardi nel 2006, di 18,2 nel 2009 e di 18,7 nel 2010, moltiplicandosi sostanzialmente per tre nel corso di soli otto anni. Il gruppo diventa il settimo o l'ottavo del mondo nel suo settore in termini di dimensioni.
L'azienda non registrerà peraltro mai dei grandi profitti, ma comunque i risultati economici migliorano anch'essi e da perdite quasi strutturali si passa a un miliardo di euro circa di utili nel 2006 mentre nel 2009 siamo ancora a 718 milioni.
Ma nel 2010 la macchina comincia a incepparsi e alcuni nodi importanti vengono presto al pettine. Le novità negative sono nella sostanza due e si manifestano in maniera netta a partire dal 2011, vero annus horribilis per il gruppo.
La prima novità riguarda un peggioramento netto e improvviso del mercato di riferimento. Proprio nel momento in cui l'azienda avrebbe potuto raccogliere i risultati dei grandi sforzi appena fatti in termini di investimenti e di organizzazione, scoppia la crisi. I principali paesi occidentali, preoccupati dall'entità dei debiti, cominciano a ridimensionare i loro budget militari e persino gli Stati uniti da una parte, l'Italia dall'altra, in maggiore o minore misura, intervengono su tali spese e ora minacciano di mettervi mano ancora più pesantemente, mentre l'azienda non ha una strategia di ricambio.
La seconda novità è data dai gravi problemi interni che contemporaneamente si registrano nel gruppo; così si scopre che l'azienda pagava delle tangenti in diversi paesi per ottenere delle commesse (le notizie più fresche in merito sono di questi giorni), ma si parla anche di vari episodi di corruzione interna, di faccendieri molto chiacchierati, di finanziamenti ai partiti politici. Il gruppo dirigente viene progressivamente decimato dagli scandali, che sembrano toccare anche parenti e amici dei capi e molti magistrati, in Italia e all'estero, sono al lavoro.
I risultati di mercato, economici e finanziari cambiano così rapidamente di segno e anche il valore di borsa dell'impresa precipita. Il fatturato per il 2011 diminuisce e si registra una perdita economica di 2,3 miliardi di euro, mentre il debito, vera maledizione del gruppo nel corso dei decenni, comincia ad aumentare e il portafoglio ordini si assottiglia ancora più fortemente di quello del fatturato. Intanto il valore del titolo in borsa raggiunge ormai in questi giorni forse poco più del 10% di quello di qualche anno fa, mentre comincia a calare anche l'occupazione e si preannunciano dolorose ristrutturazioni.
I dati per il 2012 non sono ancora disponibili ma si suppone che non riusciranno certo a invertire la rotta.
Si apre ora una difficile partita. Bisogna ricostruire un gruppo dirigente adeguato al compito e che punti nel tempo, tra l'altro, a una riconversione in senso pacifico delle sue produzioni.
Un altro grave problema per il nuovo governo.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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