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il manifesto 2013.02.13 - 07 INTERNAZIONALE
 
Intervista/ PARLA REEM KHALIFA, ATTIVISTA E GIORNALISTA
«Senza un gesto coraggioso del re ci saranno sviluppi imprevedibili»
ARTICOLO

ARTICOLO
Falliti nel luglio del 2011, i colloqui tra la monarchia e la maggioranza dell'opposizione sono ripresi nei giorni scorsi. In cosa sfocieranno è arduo dirlo adesso. Le premesse non sono confortanti. Re Hamad, che non rinuncia alla politica del pugno di ferro, sembra più intenzionato a guadagnare tempo e a concedere cambiamenti irrilevanti che ad accogliere le richieste della piazza che da due anni invoca riforme profonde e una svolta vera. Rimane forte la diffidenza tra le varie parti che siedono al tavolo di trattativa . Ne abbiamo parlato con Reem Khalifa, nota attivista dei diritti politici e giornalista.
Con quali prospettive sono cominciati i colloqui?
Il clima è meno teso rispetto a due anni fa quando la monarchia avviò i colloqui nello stesso momento in cui arrestava e condannava a dure pene detentive i capi dell'opposizione. Allo stesso tempo non ci sono elementi per affermare che questo dialogo porterà a risultati concreti. La monarchia peraltro ha scelto che il negoziato non avvenga solo tra i suoi rappresentanti e quelli dell'opposizione ma ha imposto la presenza anche di esponenti sunniti «Fateh» (dal nome del conquistatore sunnita del Bahrain). In questo modo cerca di dare alla crisi un carattere settario, di conflitto tra sunniti e sciiti, per generare confusione sulle ragioni della protesta. In realtà il movimento per le riforme, per l'uguaglianza e per i diritti esiste e lotta da decenni e se è vero che vede nei sui ranghi soprattutto sciiti allo stesso tempo include anche tanti sunniti. In Bahrain è in corso una lotta di un popolo per il cambiamento, per la democrazia e l'instaurazione di una monarchia costituzionale, non per diritti di una comunità a danno di altre.
Non tutte le opposizioni siedono al tavolo e la base del movimento di protesta è scettica. Non pochi hanno chiesto di rifiutare il dialogo.
Vero, al tavolo delle trattative non sono stati chiamati esponenti dei gruppi che insistono per l'instaurazione della repubblica e la fine della monarchia. Così come è vero che alcune formazioni sciite hanno forti dubbi sull'opportunità di questo dialogo che difficilmente porterà ai risultati desiderati: la fine del controllo assoluto del potere da parte di re Hamad e la creazione di un governo eletto che includa esponenti sciiti in proporzione alla composizione della popolazione. L'opposizione chiederà anche la sostituzione del primo ministro, Khalifa bin Salman al-Khalifa, uno zio del re in carica, pensate, dal 1971. Anche questa legittima richiesta rischia di essere respinta. In effetti re Hamad ha promesso solo un maggior potere di controllo e basta. Concedendo di più finirebbe per perdere il controllo assoluto al quale, dicono le opposizioni, non intenderebbe rinunciare.
Il negoziato prevede una scadenza?
No e questo è un altro problema serio. Le parti che si sono riunite per colloqui preliminari nel resort a sud del Bahrain non hanno dato alcuna indicazione sull'agenda dei colloqui e sui tempi del negoziato. Tutto ciò mentre ingenti forze di sicurezza presidiano le aree a maggioranza sciita in previsione di nuovi scontri. Non aiuta peraltro l'atteggiamento degli Stati Uniti che sembrano appoggiare i colloqui solo perché temono che la protesta in Bahrain possa espandersi ad altri paesi del Golfo minacciando i regimi alleati di Washington.
Un quadro che non lascia immaginare nessun esito positivo.
La verità è che la palla era e rimane nella metà campo della monarchia. Il re deve decidere passi coraggiosi che non ha mai mosso sino ad oggi, solo così avverrà la svolta che il popolo del Bahrain attende da decenni. In caso contrario la situazione potrebbe avere sviluppi imprevedibili. Nella strade di Manama e del paese la tensione cresce e si scandiscono slogan che chiedono la fine stessa della monarchia. I giovani non hanno più voglia di aspettare. mi. gio.
 
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