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il manifesto 2013.02.13 - 11 CULTURA
SAGGI «Democrazia vendesi» di Loretta Napoleoni
«Debitodipendenza», la crescita è un'illusione
ARTICOLO
ARTICOLO
Ugo Mattei
Un libro importante e coraggioso questo Democrazia vendesi (Rizzoli, 2013) di Loretta Napoleoni. Un ricco e articolato pamphlet, scritto in un linguaggio estremamente accessibile, organizzato in quattro capitoli di «pars destruens» e un epilogo di «pars construens» appena abbozzato ma a sua volta di grande chiarezza.
Napoleoni dice in modo forte e chiaro che il capitalismo occidentale, articolato per secoli su pratiche predatorie, è al capolinea. La parabola dell'Europa dei capitali è, secondo Napoleoni, l'epifania più chiara e visibile di questo fenomeno, ricostruito benissimo nei suoi aspetti tecnici, di un capitalismo che oggi divora sé stesso, dopo aver divorato nella storia quanto più possibile delle risorse altrui. Secondo Napoleoni l'economia di mercato si è suicidata lasciando al suo posto un assetto autoritario e oligarchico incompatibile strutturalmente con qualunque forma di democrazia. Non sorprende che questa fosca immagine, assai inconsueta fra i cultori della «scienza triste» che normalmente sposano una visione acriticamente fondata in un'ideologia del progresso, si radichi in una consapevole analisi del debito che Napoleoni conduce ragionando sui dati della «caporetto italiana» del debito pubblico.
La «debitodipendenza» circoscrive la nostra stessa percezione del possibile, rendendo naturalizzata e inevitabile la perdita della sovranità statale a favore di assetti istituzionali globalizzati sempre più privatistici e predatori. La vendita, o meglio svendita della democrazia, in Grecia come in Spagna come in Italia, va perciò di pari passo con quella del patrimonio pubblico per la semplice ragione che, oggi come secoli orsono, un sovrano indebitato, privo del coraggio di affrancarsi, non può che prender ordini dai propri creditori globali, un tempo banchieri svizzeri genovesi o fiorentini ed oggi biscazzieri globali. Il dispositivo che governa questa infernale macchina è secondo Napoleoni, il «Governo delle sigle» con cui vengono istituite sempre nuove istituzioni incontrollabili e inconoscibili alle cui cattura cognitiva i cittadini ed i politici si sottomettono.
Molto forti e importanti le pagine dedicate all'euro nella quarta parte dove Napoleoni indica nell'uscita democratica dalla moneta unica e nella rinegoziazione radicale del debito la conditio sine qua non per arrestare un processo infernale di indebolimento e sgretolamento sociale i cui esiti per il nostro paese non possono che essere tragici. Con l'implacabile logica dei dati, Napoleoni mostra quanto le cose siano peggiorate in appena un anno di governo tecnico (cioè asservito ai poteri forti) intitolata significativamente «quanto ci costa l'euro?» e indica senza reticenze le responsabilità dei governi tecnici (in particolare di Ciampi) nell'aver iniziato la spirale infernale che, dall' entrata nell'euro ha prodotto un drammatico allargamento della forbice fra ricchi e poveri. Napoleoni fa nomi e cognomi e responsabilità, ieri ed oggi ricostruendo le carriere dei soliti noti, legati a Goldman Sachs: Draghi, Prodi, Grilli, Monti ecc. ecc.
Sia chiaro, per Napoleoni l'uscita dall'eurogruppo nulla ha a che vedere con l'uscita dall'Europa. Lo scopo di questa scelta è piuttosto quella di costringere i partners a sedersi al tavolo della costruzione di un'Europa finalmente democratica. Questo capitolo va assolutamente letto perché fornisce armi importanti per opporsi alla retorica della necessità, dell'emergenza e della catastrofe come conseguenza di rinegoziazione del debito (default controllato) e uscita dalla moneta unica con conseguente recupero della sovranità monetaria. Molto bello è poi il capitolo dedicato al mito dell'unità d'Italia dove la predazione sabauda nei confronti di una Napoli civile e fiorente è discussa nelle sue fondamenta di politica economica. Le analogie con il presente saccheggio del sud Europa da parte del nord sono impressionanti ed estremamente forti.
Le ricette di Napoleoni che già emergono nella pars destruens, sono esplicitate nelle conclusioni quando si indica nell'apertura verso il mediterraneo ed il sud Europa a via da intraprendere subito anche tramite alternative monetarie locali.
Se fossimo in democrazia questo libro, forte e chiaro, esploderebbe come una bomba in campagna elettorale ed aprirebbe un dibattito serio che potrebbe anche colmare qualche lacuna argomentativa che qua e la si ritrova in un testo che comunque certamente non ha la pretesa né l'arroganza della trattazione scientifica. Concludo, secondo costume, con due brevissime note critiche: Napoleoni, da economista proprio non riesce ad affrancarsi appieno dal paradigma «crescitista», che certo non è compatibile con la sua ricetta.
Non basta proporre la sostituzione del Pil come strumento di misurazione della crescita. Sostituire l'unità di misura non cambia le dimensioni del problema. Occorre proprio mutare l'obiettivo, la vocazione della nostra convivenza sociale. Un paradigma di sviluppo infinito in un mondo a risorse finite è semplicemente ideologico o utopistico. In un paio d'occasioni poi Napoleoni mostra ammirazione un po' acritica e contraddittoria verso il modello inglese, che certo ha mantenuto maggior sovranità rispetto ai paesi dell'eurogruppo, ma che altrettanto certamente nella sua finanziarizzazione estremistica dell'economia, ci pare ben più parte del problema che della soluzione. In ogni caso, questo è un libro da leggere.
Un libro importante e coraggioso questo Democrazia vendesi (Rizzoli, 2013) di Loretta Napoleoni. Un ricco e articolato pamphlet, scritto in un linguaggio estremamente accessibile, organizzato in quattro capitoli di «pars destruens» e un epilogo di «pars construens» appena abbozzato ma a sua volta di grande chiarezza.
Napoleoni dice in modo forte e chiaro che il capitalismo occidentale, articolato per secoli su pratiche predatorie, è al capolinea. La parabola dell'Europa dei capitali è, secondo Napoleoni, l'epifania più chiara e visibile di questo fenomeno, ricostruito benissimo nei suoi aspetti tecnici, di un capitalismo che oggi divora sé stesso, dopo aver divorato nella storia quanto più possibile delle risorse altrui. Secondo Napoleoni l'economia di mercato si è suicidata lasciando al suo posto un assetto autoritario e oligarchico incompatibile strutturalmente con qualunque forma di democrazia. Non sorprende che questa fosca immagine, assai inconsueta fra i cultori della «scienza triste» che normalmente sposano una visione acriticamente fondata in un'ideologia del progresso, si radichi in una consapevole analisi del debito che Napoleoni conduce ragionando sui dati della «caporetto italiana» del debito pubblico.
La «debitodipendenza» circoscrive la nostra stessa percezione del possibile, rendendo naturalizzata e inevitabile la perdita della sovranità statale a favore di assetti istituzionali globalizzati sempre più privatistici e predatori. La vendita, o meglio svendita della democrazia, in Grecia come in Spagna come in Italia, va perciò di pari passo con quella del patrimonio pubblico per la semplice ragione che, oggi come secoli orsono, un sovrano indebitato, privo del coraggio di affrancarsi, non può che prender ordini dai propri creditori globali, un tempo banchieri svizzeri genovesi o fiorentini ed oggi biscazzieri globali. Il dispositivo che governa questa infernale macchina è secondo Napoleoni, il «Governo delle sigle» con cui vengono istituite sempre nuove istituzioni incontrollabili e inconoscibili alle cui cattura cognitiva i cittadini ed i politici si sottomettono.
Molto forti e importanti le pagine dedicate all'euro nella quarta parte dove Napoleoni indica nell'uscita democratica dalla moneta unica e nella rinegoziazione radicale del debito la conditio sine qua non per arrestare un processo infernale di indebolimento e sgretolamento sociale i cui esiti per il nostro paese non possono che essere tragici. Con l'implacabile logica dei dati, Napoleoni mostra quanto le cose siano peggiorate in appena un anno di governo tecnico (cioè asservito ai poteri forti) intitolata significativamente «quanto ci costa l'euro?» e indica senza reticenze le responsabilità dei governi tecnici (in particolare di Ciampi) nell'aver iniziato la spirale infernale che, dall' entrata nell'euro ha prodotto un drammatico allargamento della forbice fra ricchi e poveri. Napoleoni fa nomi e cognomi e responsabilità, ieri ed oggi ricostruendo le carriere dei soliti noti, legati a Goldman Sachs: Draghi, Prodi, Grilli, Monti ecc. ecc.
Sia chiaro, per Napoleoni l'uscita dall'eurogruppo nulla ha a che vedere con l'uscita dall'Europa. Lo scopo di questa scelta è piuttosto quella di costringere i partners a sedersi al tavolo della costruzione di un'Europa finalmente democratica. Questo capitolo va assolutamente letto perché fornisce armi importanti per opporsi alla retorica della necessità, dell'emergenza e della catastrofe come conseguenza di rinegoziazione del debito (default controllato) e uscita dalla moneta unica con conseguente recupero della sovranità monetaria. Molto bello è poi il capitolo dedicato al mito dell'unità d'Italia dove la predazione sabauda nei confronti di una Napoli civile e fiorente è discussa nelle sue fondamenta di politica economica. Le analogie con il presente saccheggio del sud Europa da parte del nord sono impressionanti ed estremamente forti.
Le ricette di Napoleoni che già emergono nella pars destruens, sono esplicitate nelle conclusioni quando si indica nell'apertura verso il mediterraneo ed il sud Europa a via da intraprendere subito anche tramite alternative monetarie locali.
Se fossimo in democrazia questo libro, forte e chiaro, esploderebbe come una bomba in campagna elettorale ed aprirebbe un dibattito serio che potrebbe anche colmare qualche lacuna argomentativa che qua e la si ritrova in un testo che comunque certamente non ha la pretesa né l'arroganza della trattazione scientifica. Concludo, secondo costume, con due brevissime note critiche: Napoleoni, da economista proprio non riesce ad affrancarsi appieno dal paradigma «crescitista», che certo non è compatibile con la sua ricetta.
Non basta proporre la sostituzione del Pil come strumento di misurazione della crescita. Sostituire l'unità di misura non cambia le dimensioni del problema. Occorre proprio mutare l'obiettivo, la vocazione della nostra convivenza sociale. Un paradigma di sviluppo infinito in un mondo a risorse finite è semplicemente ideologico o utopistico. In un paio d'occasioni poi Napoleoni mostra ammirazione un po' acritica e contraddittoria verso il modello inglese, che certo ha mantenuto maggior sovranità rispetto ai paesi dell'eurogruppo, ma che altrettanto certamente nella sua finanziarizzazione estremistica dell'economia, ci pare ben più parte del problema che della soluzione. In ogni caso, questo è un libro da leggere.
Foto: IL PARLAMENTO DI STRASBURGO /FOTO REUTERS
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