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il manifesto 2013.02.13 - 13 VISIONI
 
SANREMO Il festival tiene a battesimo la nuova rivoluzionaria app
Chiamala Spotify, ancora di salvezza per le major
ARTICOLO

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Alberto Piccinini
Arriva Spotify. Con sei mesi di ritardo rispetto a Usa e Europa, proprio il giorno di Sanremo, da ieri è scaricabile anche sui computer della rete italiana l'applicazione che consente di entrare nel nuovo servizio di streaming musicale on demand. Entri con il tuo account facebook, cerchi una canzone e l'ascolti. Non puoi scaricarla sul tuo pc (non tanto facilmente, almeno, come si poteva fare con youtube). Finito il periodo di prova di sei mesi, o ti abboni al servizio oppure continui ad ascoltare gratis - e con pubblicità collegata - dieci ore di musica al mese.
Praticamente il paradiso per le grandi case discografiche sopravvissute al lungo terremoto del download gratuito, o almeno qualcosa che gli somiglia. Creato in Svezia nel 2006 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, dopo i primi passi mossi in alcune nazioni europee, Spotify ha attirato l'interesse tra gli altri di Shawn Parker che nel 2012 ne ha favorito lo sbarco in America e il lancio planetario definitivo. Parker è stato il creatore di Napster, il software di peer-to-peer che fu il primo vero cuneo piantato dalla Rete nel cuore dell'industria discografica tradizionale. Al party per il lancio di Spotify non a caso si è fatto fotografare abbracciato a Lars Ulrich dei Metallica che combattè (e vinse) una storica e dura battaglia legale contro di lui.
Pace fatta? Vediamo. Fanno festa le case discografiche, che si divideranno la parte maggiore dei circa 500 milioni di dollari in diritti versati quest'anno da Spotify. Fanno festa gli investitori. Valutato 3 miliardi di dollari pochi mesi fa, il sito in sei anni ha più che decuplicato le sue perdite, calcolate in 56 milioni di dollari nel 2011, ma ha appena attirato circa 100 milioni raccolti da Goldman Sachs. Fanno molta meno festa i musicisti, specie se piccoli e indipendenti, che calcolano i propri introiti in pochi millesimi di dollari per brano eseguito e un po' si lamentano, e se molto indipendenti si rivolgono ad altri servizi di nicchia (come Bandcamp o Soundcloud) che lasciano ascoltare i brani e consentono di venderli senza intermediazioni.
E gli utenti? Nessun appassionato di musica ieri si è fatto mancare un giretto su Spotify, dopo averlo scaricato sul pc o sul telefonino. È come avere un itunes aperto su un vecchio megastore, di quelli che vanno chiudendo ovunque. Disponibili tutti i dischi in catalogo, quelli molto vecchi o strampalati solo se ristampati di recente però (e qui qualche delusione si rischia). Possibilità di costruire e diffondere playlist e condividere canzoni. In una finestrella, poi, è possibile osservare quel che ascoltano i propri amici di facebook. Fine del «piacere colpevole», in un certo senso, ma gli sviluppatori di Spotify contano molto sull'effetto social della loro invenzione. Vedremo.
Nella sostanza non c'è molto più delle possibilità offerte da youtube, che negli ultimi anni si era già trasformato in un grande archivio musicale costruito però dagli utenti alla vecchia maniera della Rete, e spesso in violazione del copyright e delle esclusive. Il lancio italiano di Spotify, tra l'altro avviene nella settimana del festival di Sanremo, e il servizio promette per una settimana lo streaming in esclusiva delle canzoni del festival. Sarà interessante vedere cosa accadrà su youtube, dove si è abituati alla diffusione immediata e un po' selvaggia delle stesse canzoni. Certo, rispetto alla pulizia e alla maneggevolezza di Spotify, youtube resta disordinato, allegramente trash. E ancora pieno di pazzi che garantiscono la sopravvivenza in memoria di musiche, registrazioni casuali, ma anche di pezzi di tv abbandonati al proprio destino, specie se imbarazzanti o fuori mercato.
 
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