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il manifesto 2013.02.13 - 14 LETTERE
 
LE LETTERE
ARTICOLO

ARTICOLO
Nell'anno 2000, a Raffaele Luise che raccoglieva di fatto il suo testamento spirituale, e gli chiedeva: «Quindi la chiesa comunione, la chiesa popolo di Dio deve abbandonare il clericalismo e diventare compiutamente laica?», Don Benedetto Calati già Priore a Camaldoli rispondeva: «Necessariamente. Questa parola clericale deve essere scomunicata! La laicità, a riguardo, è la vera parola evangelica. Gesù è laico, e pure la sua chiesa deve esserlo». Se c'è una forte domanda che sorge dalla "modernità" del mondo umano, e angosciata, per quanto sia senza risposta, e che di fatto coincide con una esponenziale crescita della sua complessità, appunto umana, questa è a mio parere proprio una domanda di laicità. Se Benedetto Calati da uomo di chiesa quale era, parlava di necessaria "scomunica" del "clericalismo" da parte della sua Chiesa, credo che mai come in questo torno di tempo, si avverta la necessità di mettere al bando il "clericalismo" dal mondo secolare. Clericalismo che nelle sue forme deviate ha sempre più annichilito le missioni proprie di tutti i tipi di clero. Cleri dediti ormai solo alla propria sopravvivenza, che senza minimamente avvertire il diminuire del "vigore sia del corpo, sia dell'animo", che è vigore necessario ad amministrare bene il ministero loro affidato, arrivano a consumare se stessi, e soprattutto i beni che ne giustificano l'esistenza. La scelta di Benedetto XVI «di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a (Lui) affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005», da tutti colta nella sua dimensione epocale, può riverberare i suoi effetti solo sulla "chiesa di Gesù", e pur non essendo un adepto, mi auguro che accada nel senso indicato da Don Benedetto; ma potrebbe anche aprire una crepa nella ottusità della clericale coscienza del "potere", che incombe su tutto il mondo. La coincidenza poi della rinuncia di Ratzinger con il momento di fisiologico passaggio per una democrazia, quale è la stagione elettorale che stiamo vivendo, offre a noi tutti, elettori ed eleggibili, l'opportunità di coglierne per tempo l'insegnamento, che, per quanto paradossale possa sembrare, vista la fonte, indica come sola strada che porta alla salvezza terrena della comunità degli umani, quella di una laicità senza aggettivi, che svuoti di ogni vocazione "clericale" gli sfiniti cleri che governano.
Vittorio Melandri
Forse niente più di un Papa che lascia il soglio riesce a sigillare l'ennesima amara ferita della precarietà contemporanea,seppur su altri rispettosissimi crinali. I mille rivoli nei quali rintracciare le cause di una scelta tanto eclatante li saprà solo lui, ma resta nel fondo, come in una penombra chiara,non solo la storia di un uomo probabilmente stanco di un ufficio neanche desiderato, ma la grigia verità per la quale pochissimi studiosi,facciamo uomini, riescono davvero,a certi livelli, a far coincidere e sposare spirito e concretezza, soffio e praticità. Quando Agostino riflettè su quanto fosse misteriosa «la parentela fra spirito e corpo» mise come poche altre volte a nudo la misera inconsistenza in cui ci getta il concetto di potere, i troppi nodi e i compromessi bassissimi cui deve far fronte non tanto un ruolo o una professione, quanto un carattere, un disordine di impulsi e purezze, un dedalo di contraddizioni permanenti che in nessun altro squarcio di realtà concreta come nella chiesa mostra la sua deformata verità. Tolte le giuste e giustificate stanchezze personali, i consapevoli stati d'animo giunti al capolinea, Ratzinger è la prova che la chiesa è autentica solo se taglia e incontra la vita dal basso, se riparte da quegli orizzonti, dagli ultimi,dai reietti,dagli esclusi, dal samaritano davvero incarnato nella presa di due mani fiduciose e sincere e non nel vanitoso specchiarsi di una coscienza inutilmente tiepida. L'Italia gronda di esempi sublimi, i Milani, i Balducci, i Turoldo, i La Pira, i Bello, i Saltini,tantissimi altri. È solo dai calpestati che si può ripartire; il resto è la storia di carriere fredde e annunci eleganti,ma gli uomini chiedono ben altro.
Cristiano Cant Pesaro
In merito allo scandalo europeo della carne equina, Csi - Compagnia Surgelati Italiana - proprietaria del marchio Findus in Italia, desidera chiarire che non è in alcun modo coinvolta nella vicenda relativa alla carne di cavallo utilizzata nei prodotti lasagne che sono stati ritirati in altri Paesi europei. In relazione alla notizia relativa alla presenza di carne di cavallo nelle lasagne distribuite da Findus Uk, Csi - Compagnia Surgelati Italiana - che detiene il marchio Findus in Italia desidera chiarire che non sussiste alcun collegamento tra il marchio Findus commercializzato in Italia ed il marchio Findus commercializzato in Uk e nel resto d'Europa. Csi,infatti, è parte di Iglo Group Foods Ltd, che è rappresentata dai marchi Birds Eye in Uk ed Irlanda e dal marchio Iglo nel resto d'Europa. Csi e Findus-Uk sono pertanto due società diverse che offrono prodotti completamente differenti e sono di proprietà di Gruppi differenti. Csi-Findus Italia tiene anche a ribadire che nessuno dei suoi prodotti contiene carne di cavallo. Grazie per la cortese attenzione, a disposizione per qualsiasi ulteriore informazione.
Cristina Fossati - Findus Italia
Caro Direttore, con riferimento all'articolo pubblicato sul suo giornale lo scorso sabato a firma di Guglielmo Ragozzino dal titolo "Un gigante che ha tradito la sua storia", le sottoponiamo alcune osservazioni. Ci permetta intanto di dire che il ritratto che si rende di Eni all'interno del commento non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. Eni è una società italiana di 80 mila persone, che lavorano ogni giorno in 85 Paesi del mondo impiegando esperienza e capacità tecniche d'eccellenza, raggiungendo risultati spesso eccezionali. Il successo che Eni ottiene nei Paesi in cui opera deriva proprio dalla sua storia, da un approccio di orgine 'matteiana' che oggi viene costantemente applicato, volto a sviluppare le risorse energetiche di quei paesi contribuendo contemporaneamente al loro sviluppo economico e sociale attraverso importanti inziative che puoi verificare nei nostri report e comunicazioni ufficiali. Queste sono le ragioni del successo di Eni, altro che tradire la propria storia. Siamo una compagnia autenticamente internazionale, con una struttura di governance che è un punto di riferimento per interi settori industriali, con un'architettura di controlli estremamente articolata e diffusa sul territorio. L'azienda peraltro è impegnata a livello internazionale in importanti iniziative anti-corruzione. Vogliamo qui peraltro ribadire, rispetto ai fatti algerini oggetto di indagine da parte della Procura di Milano, l'estraneità di Eni e del suo Amministratore delegato. Siamo orientati a soddisfare i nostri azionisti e il mercato, è vero, come qualunque azienda quotata. Ma è assolutamente falso dire che abbiamo perso la vocazione di fornire energia ai concittadini. Il nostro Paese, nel pieno rispetto del principio della concorrenza tra i vari soggetti economici italiani ed internazionali, ha chiesto - nei fatti - un passo indietro ad Eni nella sua fornitura di gas a cittadini ed imprese. Nonostante questo dato di fatto, e solo a titolo di esempio, Eni si è adoperata con ogni sforzo possibile per le crisi Ucraino-Russa e libica, e grazie alla enorme competenza e capacità delle nostre persone siamo riusciti a riattivare in tempo record la produzione di gas da inviare all'Europa e all'Italia, rimettendo in sicurezza il paese dal punto di vista degli approvvigionamenti. Questo ci è stato universalmente riconosciuto ed è stata un'operazione proprio a favore dei nostri concittadini. Cordialmente.
Gianni Di Giovanni, comunicazione esterna Eni
 
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Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah.  Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
 
 
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