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il manifesto 2013.02.14 - 09 INTERNAZIONALE
Obama riforma lo stato dell'Unione
ARTICOLO - Giulia D'Agnolo Vallan NEW YORK
ARTICOLO - Giulia D'Agnolo Vallan NEW YORK
Toni appassionati per dare forma a una visione liberal degli Usa. Aumento del salario minimo, nuova legge sull'immigrazione. Punti di un lungo programma ancora sulla carta I repubblicani in risposta hanno rispolverato le logore e sconfitte parole d'ordine usate nelle presidenziali
NEW YORK
Riforma dell'immigrazione e una nuova legge per il controllo delle armi, ma anche alzare il salario minimo garantito a 9 dollari (e vincolarne i successivi aumenti a quelli del tasso d'inflazione), garantire scuole materne per tutti in ogni stato, incentivare le università ad abbassare le rette astronomiche, le grandi corporation a riportare posti di lavoro negli States e quelle piccole ad assumere anche chi è disoccupato da molto tempo, istituire centri di ricerca per nuove tecnologie in ogni stato, riparare l'infrastruttura, creare metodi di estrazione sicura per le energie alternative, modificare il sistema fiscale per rilanciare le manifatture e limitare le scappatoie che proteggono i ricchissimi, promuovere il diritto al voto e il rifinanziamento dei mutui.
Eccheggiando il tono deciso, propositivo, inquivocabilmente liberal dell'insediamento del mese scorso, Barack Obama ha fatto un discorso sullo stato dell'Unione tutto virato all'insegna di una «fibra americana» la cui forza sta nella salute di una vasta middle class e nell'idea fondante che il bene del paese sta in quello di tutti. Usando una retorica che a tratti ricordava certe immagini (populiste) reaganiane, per comunicare l'intenzione molto poco reaganiana di un governo sostanzialmente attivista («non pesante in taglia, ma intelligente e agile»), Obama ha tratteggiato il quadro di un'America già in ripresa ma che deve assolutamente investire in se stessa, non ripiegare su una politica economica di tagli e riduzioni e sull'ossesione del pareggio del bilancio («la maggior parte di noi - democratici, repubblicani e indipendenti - sa che non si arriva alla prosperità a forza di riduzioni»).
Cominciando con una citazione di un discorso sullo stato dell'Unione di Kennedy («la Costituzione non ci rende rivali per il controllo del potere, ma partner in virtù del progresso») e finendo con quella di un poliziotto sopravvissuto alle ferite di dodici proiettili mentre cercava di proteggere i fedeli di un tempio Sikh del Winsconsin dall'attacco di un suprematista bianco («è così che siamo fatti (noi americani)», avrebbe detto l'agente per spiegare la sua indistruttibilita'), Obama ha usato spesso le parole «poveri» e «poverta'», spessissimo «crescita» e molto poco «ricchi» e «repubblicani».
E, nonostante il tono del discorso apparisse rilassato, conciliante, all'insegna del «buon senso» che trionfa sulle divisioni di partito (un credo che gli è costato molto nei primi tre anni di presidenza), non c'e' dubbio che quello di martedì sera era il nuovo Obama, quello rienergizzato dal secondo mandato, e che stava lanciando una sfida.
La visione che ha proposto - perché di visione si tratta, dato che non si può permettersi nessuna promessa - dà adito all'immagine molto poco plausibile di un quadriennio di attività incessante a Washington. Non a caso, seduto dietro a Obama, e di fronte alla lista interminabile di iniziative che stava snocciolando, il presidente della Camera John Boehner sembrava già stremato, e aveva un po' l'aria di volersela dare a gambe, come il Papa. In «platea», per fornire un'immagine bipartistan alle telecamere, alcuni deputati e senatori avevano scelto di sedersi al fianco di un collega del partito opposto, con il risultato che quest'anno era meno chiaro quando erano solo i democratici ad applaudire una dichiarazione del presidente.
Tra le cose che hanno messo d'accordo tutti (in standing ovation), la riforma dell'immigrazione, il ritorno di nuove truppe dall'Afghanistan, il poliziotto eroico e la presenza in aula di una signora di 102 anni che aveva stoicamente aspettato sei ore per poter votare, in un seggio della Florida.
Molte delle proposte di Obama non andranno lontano, ma l'impatto del suo discorso, fitto e dettagliato, è stato forte. Il primo ad accusarlo è stato il senatore della Florida, Marco Rubio, promessa del partito cui i repubblicani hanno incautamente affidato il loro discorso di risposta a quello di Obama (e che «Time» ancora più incautamente, ha messo in copertina). Pallido, nervoso, visibilmente sudato, afflitto da una bocca secca che lo ha costretto a piegarsi goffamente quasi fuori campo per afferrare una bottiglietta d'acqua, Rubio ha sfoderato un tono bellicoso ma riproposto il solito leit motiv: per salvare l'America bisogna rimpicciolire il governo e abbassare le tasse. Almeno per ora, né lui, né il suo partito hanno nulla da dire.
Riforma dell'immigrazione e una nuova legge per il controllo delle armi, ma anche alzare il salario minimo garantito a 9 dollari (e vincolarne i successivi aumenti a quelli del tasso d'inflazione), garantire scuole materne per tutti in ogni stato, incentivare le università ad abbassare le rette astronomiche, le grandi corporation a riportare posti di lavoro negli States e quelle piccole ad assumere anche chi è disoccupato da molto tempo, istituire centri di ricerca per nuove tecnologie in ogni stato, riparare l'infrastruttura, creare metodi di estrazione sicura per le energie alternative, modificare il sistema fiscale per rilanciare le manifatture e limitare le scappatoie che proteggono i ricchissimi, promuovere il diritto al voto e il rifinanziamento dei mutui.
Eccheggiando il tono deciso, propositivo, inquivocabilmente liberal dell'insediamento del mese scorso, Barack Obama ha fatto un discorso sullo stato dell'Unione tutto virato all'insegna di una «fibra americana» la cui forza sta nella salute di una vasta middle class e nell'idea fondante che il bene del paese sta in quello di tutti. Usando una retorica che a tratti ricordava certe immagini (populiste) reaganiane, per comunicare l'intenzione molto poco reaganiana di un governo sostanzialmente attivista («non pesante in taglia, ma intelligente e agile»), Obama ha tratteggiato il quadro di un'America già in ripresa ma che deve assolutamente investire in se stessa, non ripiegare su una politica economica di tagli e riduzioni e sull'ossesione del pareggio del bilancio («la maggior parte di noi - democratici, repubblicani e indipendenti - sa che non si arriva alla prosperità a forza di riduzioni»).
Cominciando con una citazione di un discorso sullo stato dell'Unione di Kennedy («la Costituzione non ci rende rivali per il controllo del potere, ma partner in virtù del progresso») e finendo con quella di un poliziotto sopravvissuto alle ferite di dodici proiettili mentre cercava di proteggere i fedeli di un tempio Sikh del Winsconsin dall'attacco di un suprematista bianco («è così che siamo fatti (noi americani)», avrebbe detto l'agente per spiegare la sua indistruttibilita'), Obama ha usato spesso le parole «poveri» e «poverta'», spessissimo «crescita» e molto poco «ricchi» e «repubblicani».
E, nonostante il tono del discorso apparisse rilassato, conciliante, all'insegna del «buon senso» che trionfa sulle divisioni di partito (un credo che gli è costato molto nei primi tre anni di presidenza), non c'e' dubbio che quello di martedì sera era il nuovo Obama, quello rienergizzato dal secondo mandato, e che stava lanciando una sfida.
La visione che ha proposto - perché di visione si tratta, dato che non si può permettersi nessuna promessa - dà adito all'immagine molto poco plausibile di un quadriennio di attività incessante a Washington. Non a caso, seduto dietro a Obama, e di fronte alla lista interminabile di iniziative che stava snocciolando, il presidente della Camera John Boehner sembrava già stremato, e aveva un po' l'aria di volersela dare a gambe, come il Papa. In «platea», per fornire un'immagine bipartistan alle telecamere, alcuni deputati e senatori avevano scelto di sedersi al fianco di un collega del partito opposto, con il risultato che quest'anno era meno chiaro quando erano solo i democratici ad applaudire una dichiarazione del presidente.
Tra le cose che hanno messo d'accordo tutti (in standing ovation), la riforma dell'immigrazione, il ritorno di nuove truppe dall'Afghanistan, il poliziotto eroico e la presenza in aula di una signora di 102 anni che aveva stoicamente aspettato sei ore per poter votare, in un seggio della Florida.
Molte delle proposte di Obama non andranno lontano, ma l'impatto del suo discorso, fitto e dettagliato, è stato forte. Il primo ad accusarlo è stato il senatore della Florida, Marco Rubio, promessa del partito cui i repubblicani hanno incautamente affidato il loro discorso di risposta a quello di Obama (e che «Time» ancora più incautamente, ha messo in copertina). Pallido, nervoso, visibilmente sudato, afflitto da una bocca secca che lo ha costretto a piegarsi goffamente quasi fuori campo per afferrare una bottiglietta d'acqua, Rubio ha sfoderato un tono bellicoso ma riproposto il solito leit motiv: per salvare l'America bisogna rimpicciolire il governo e abbassare le tasse. Almeno per ora, né lui, né il suo partito hanno nulla da dire.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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