domenica 17 febbraio 2013
invia per email
Segnala l'articolo
al seguente indirizzo email



 
ricerca nella sezione attualità
inserisci la parola da cercare
 
utility
invia per email
condividi

 
ricerca stampa
Edizione html
il manifesto 2013.02.14 - 14 LETTERE
 
CRISI ECONOMICA
Austerità, guerre monetarie e crisi della globalizzazione
ARTICOLO - Alfonso Gianni

ARTICOLO - Alfonso Gianni
La Germania si rinchiude sempre più nel suo fortino e si affida all'oro Il bilancio europeo sacrifica ricerca e innovazione
Il titolo del Sole 24 Ore di sabato scorso diceva (quasi) tutto quello che c'è da dire sul recente vertice di Bruxelles: «L'Europa vara il bilancio di austerità». In effetti la riduzione del bilancio 2014-2020 rispetto a quello 2007-2013 è assai consistente: -3,5%. Ma il dato quantitativo dice ancora poco di quello che sta succedendo. Tra i 40 miliardi di spesa che sono saltati, i settori più sacrificati sono quelli relativi a ricerca e innovazione, formazione e investimenti nelle reti. Ovvero tutte le sfide più importanti e le probabili leve per uno sviluppo qualitativamente diverso da quello fin qui avvenuto e entrato in una profonda crisi strutturale. L'Italia porta a casa qualcosa di meglio della volta precedente - a trattare c'era Berlusconi, quindi non è un gran merito - soprattutto grazie al buon lavoro di Fabrizio Barca, ma tutto sarà devoluto alla campagna elettorale di Mario Monti.
È la prima volta che la Ue riduce il suo bilancio già così misero: l'1% del suo Pil. Siamo di fronte non solo ad un dato economico ma a un elemento politico di grande rilevanza. L'insistenza inglese e tedesca sui tagli dimostra che il processo di unità europea è reversibile, che la tendenza all'unità può essere invertita nel suo contrario, che questo avviene ad opera dei paesi più forti dentro la peggiore crisi di tutti i tempi del capitalismo europeo.
Il 2012 si è chiuso con un surplus commerciale tedesco record. Il migliore che si sia mai realizzato fatta eccezione di quello del lontanissimo 1950. Le esportazioni tedesche sono aumentate del 3,4%, le importazioni solo dello 0,7%. Ma questi numeri indicano la poca lungimiranza della politica tedesca. Se l'import arricchisce i produttori esteri, e quindi può essere inteso anche come un freno alla crescita interna, un suo andamento così fiacco mette ancora di più in evidenza la debolezza già in atto della domanda interna, ovvero una difficoltà nella capacità di consumo. Infatti il Pil del quarto trimestre del 2012 si è contratto dello 0,5% rispetto al terzo trimestre. In un quadro come questo l'apprezzamento dell'euro, riavvicinatosi agli 1,40 dollari, e destinato probabilmente ancora a salire (secondo calcoli ovviamente teorici un euro "solo tedesco" varrebbe oggi 1,53 dollari), rischia di capovolgere la situazione per le aziende esportatrici.
Il rischio di nuove guerre valutarie è alle porte. Il motivo è abbastanza semplice. Negli Usa e in Giappone si sta seguendo una linea esattamente contraria a quella dell'austerità europea. E questo è un bene, per loro e per il mondo. Ma in economia non esistono scelte che producano effetti in un'unica direzione. Anzi gli effetti collaterali, voluti o no, sono frequenti e diffusi e a volte finiscono persino per prevalere.
Negli Usa si deciderà il 19 maggio prossimo a quanto potrà salire il livello del debito. Nel frattempo il tetto attuale di 14.400 miliardi di dollari viene abbondantemente sforato, tramite immissione di nuova liquidità da parte della Federal Reserve. In questo modo tra l'altro la Fed pensa di potere governare la discesa del valore del dollaro rispetto all'euro, per rendere così più competitivi i prodotti americani. È la messa in pratica del ben noto meccanismo delle "svalutazioni competitive", ma un conto - osservano Lettieri e Raimondi su ItaliaOggi del 7 febbraio - se queste le fa un paese di piccole o relativamente piccole dimensioni, come successe all'Italia nel 1992, un conto se lo fanno gli Usa. L'impatto sulla situazione mondiale è evidentemente enormemente maggiore e può diventare devastante.
Tanto più che su questa strada si è già immesso il Giappone pronto ad attuare, tramite la propria Banca centrale, un quantitative easing di circa 1.200 miliardi di dollari entro il 2013. Tutto ciò malgrado che il debito pubblico giapponese abbia superato il 237% del Pil, ma si tratta di un debito prevalentemente in mano giapponese. L'intenzione del governo di Shinzo Abe è quello di fare uscire il suo paese dalla più che decennale stagnazione. Ma naturalmente la conseguenza è l'abbassamento del valore dello yen sia nei confronti del dollaro, che dell'euro, come dello yuan cinese. Il valore dello yen su dollaro e euro è già sceso del 10%.
In sostanza alla crisi della globalizzazione si risponde in Europa con l'inversione di tendenza dell'unità europea e con una politica di rinazionalizzazione dei bilanci, che peraltro vengono controllati affinché non splafonino tramite i micidiali meccanismi messi in atto dal fiscal compact, mentre nel resto del mondo si accostano politiche espansive con l'apertura di schermaglie o addirittura guerre monetarie.
La Germania si rinchiude sempre più nel suo fortino. Anche la scelta di reimportare nei forzieri tedeschi l'oro sparso per il mondo (pari a circa il 70% delle sue ricchezze aurifere) rientra in questa logica. Come avrebbe detto Keynes i tedeschi si aggrappano alla «barbara reliquia». Non sono i soli, visto che la Cina, malgrado sia il primo produttore mondiale di oro, ne sta acquistando a tonnellate sul mercato internazionale. Scendendo vorticosamente dal grande al piccolo ben si comprende come i negozietti "compro oro" stiano spuntando come funghi nelle città italiane.
In linea di principio non vi è altra soluzione per uscire da una crisi così lunga e profonda, se non costruendo una nuova governance democratica a livello mondiale, in particolare una nuova Bretton Woods che governi il tramonto auspicabile del dollaro come moneta universale verso una nuova moneta di cambio - secondo il sogno keynesiano - o una sorta di paniere che garantisca il multipolarismo monetario.
Il vaso di coccio è l'Europa. Le scelte dell'altro giorno del Consiglio europeo lo dimostrano. Il Parlamento europeo ha su questa materia diritto di veto e il suo Presidente Schulz si è dichiarato contrario. Ma è difficile pensare che ci sia a breve una inversione di tendenza. Questa può derivare solo da una presa di coscienza a livello popolare e delle istituzioni della società civile della centralità e della gravità del problema. Ma se guardiamo alla campagna elettorale di casa nostra, ove di queste tematiche non si è parlato nemmeno per sbaglio, non c'è da essere ottimisti. Non c'è che sperare nel prossimo Forum sociale mondiale previsto per fine marzo a Tunisi, luogo che nel frattempo è diventato il banco di prova di sopravvivenza delle primavere arabe.
 
[stampa]
 
 
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah.  Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
 in edicola
sabato 15 diceMbre
 
La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
 
 
In edicola
da giovedì 13 dicembre
GANGBANG
40 anni
tradotti in fumetti
 IN VENDITA NELLO STORE
XX SECOLO
Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique
 
    IN VENDITA NELLO STORE
RECENSIONI
 
 
PROGRAMMI

 
 
 
 
ILSITO
implementazione e sviluppo
Mir
hanno partecipato
Gianni Fotia [ab&c]
Raffaele Mastrolonardo
Nicola Bruno
contatti
 
ILMANIFESTO
direttore responsabile Norma Rangeri
 
consiglio di amministrazione   Benedetto Vecchi (presidente),
Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni
 
il nuovo manifesto società coop editrice
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione@ilmanifesto.it
 
Partita IVA: 12168691009
Codice fiscale: 12168691009
 
per la pubblicità su questo sito adv(at)mir.it