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il manifesto 2013.02.14 - 15 LETTERE
 
CRISI, TRA USA E UE
Proposte keynesiane contro la depressione
ARTICOLO - Agenor

ARTICOLO - Agenor
Un cambiamento di portata storica ha avuto luogo in quella biosfera economica e finanziaria in cui tutti - con più o meno affanno - respiriamo. Mentre in Europa si continua a discutere di abbassamento del costo del lavoro come aggiustamento necessario (secondo la sinistra) o sufficiente (secondo la destra) per risolvere alla radice gli squilibri macroeconomici del vecchio continente, la Federal Reserve ha cambiato - e per sempre - le regole del gioco in casa propria.
Il cambiamento è in un asciutto comunicato dato alla stampa il 12 dicembre 2012. Si dicono tre cose che sarebbero anatema in Europa. Primo, che senza ulteriori azioni da parte della banca centrale, l'economia statunitense non crescerà a un ritmo tale da ridurre la disoccupazione in maniera significativa. Secondo, che questo non è accettabile, proposizione che in tutta evidenza mal si adatta all'Europa se si considerano i programmi di aggiustamento che i leader europei si sono imposti l'un l'altro dall'inizio della crisi. Terzo, che finché la disoccupazione rimarrà sopra il 6,5% e le aspettative di inflazione ancorate attorno al 2%, la Fed manterrà i tassi d'interesse attorno allo 0% e continuerà ad acquistare debito pubblico americano e obbligazioni private (prevalentemente mortgage-backed securities) al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese. Le parole "costo del lavoro" e "riforme strutturali" non appaiono nella nota: la riduzione della disoccupazione non ha bisogno di queste misure.
La nuova impostazione della Fed riassume in poche righe tutto ciò che - nell'immaginario di un falco ai piani alti della Bundesbank - la banca centrale non dovrebbe essere. E stiamo parlando della banca centrale degli Stati Uniti, non della Corea del Nord. Visto il ruolo del dollaro, si tratta della banca di tutte le banche, il vero prestatore di ultima istanza. Com'è dunque possibile che i nostri cugini di Francoforte non riescano a comprendere le intenzioni dei custodi de facto del capitalismo?
La risposta può venire - inavvertitamente - dalla biografia di John Maynard Keynes, magnificamente scritta in tre volumi da Robert Skidelsky. Per chi non si sia mai interessato a Keynes, dev'essere particolarmente frustrante guardare agli eventi degli ultimi cinque anni e cercare di trovarne il senso. Com'è possibile che negli Stati Uniti la quantità di moneta in circolazione - la cosiddetta base monetaria - sia triplicata dal 2008 a oggi e l'inflazione crollata? E com'è possibile che il debito pubblico Usa sia schizzato di trenta punti di Pil, privato della tripla A dalla temutissima Standard&Poor nell'agosto 2011, mentre i tassi d'interesse sui titoli di stato cadevano fino allo zero, dove ancora si trovano? Non è un caso che la risposta a queste domande sia racchiusa in un termine coniato negli anni '30 da Keynes, ma tornato recentemente in voga: liquidity trap (trappola della liquidità). In breve, data la gravità degli squilibri creati da trent'anni di reaganismo, deregolamentazione finanziaria e globalizzazione stile far west, per risistemare le cose servirebbe un tasso d'interesse negativo. La trappola della liquidità si ha quando i tassi rimangono a zero, le riserve bancarie vanno ai massimi storici, ma la domanda aggregata resta insufficiente, l'economia depressa e la disoccupazione alta. La politica monetaria, insomma, non riesce a far uscire l'economia dalla depressione.
Per quanto difficili tali circostanze siano, il contributo di Keynes alla storia è stato quello di dimostrare che uscire dalla liquidity trap e tornare a crescere è possibile. In un sistema in cui le banche rischiano grosse perdite, le famiglie smettono di spendere e le imprese di investire, la recessione e la caduta di occupazione che ne conseguono possono essere alleviati da un temporaneo aumento della spesa pubblica, possibilmente sostenuto da misure non convenzionali da parte della banca centrale. Ben inteso, entrambe da invertire quando l'economia si rimette in sesto e l'occupazione torna a un livello soddisfacente. È quello a cui Martin Wolf - l'editorialista di punta del Financial Times - si riferisce in un recente editoriale. Ed è in parte questo il messaggio dell'ultimo libro del premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, «End this depression, now!». Non fare nulla è un'opzione inferiore anche in termini fiscali. La recente storia del Giappone lo dimostra. E gli Stati Uniti, ora, ne stanno seguendo l'esempio.
Dall'altra parte dell'oceano, invece, l'élite europea continua a descrivere la crisi come una questione morale prima che economica, come se fossimo in un mondo rimasto indietro di 150 anni. Il terreno da recuperare è enorme e il tempo poco. Una prima necessità è l'istituzione di un chiaro mandato duale - massima occupazione e stabilità dei prezzi - per la Banca centrale europea, sulla falsa riga del mandato della Federal Reserve. Data la diversità delle economie dei paesi dell'area euro e la mancanza di una vera politica fiscale, il doppio mandato è una condizione ancor più necessaria che nel caso degli Stati Uniti, dove il bilancio federale di fatto opera da stabilizzatore. Ma anche il dual mandate, per quanto necessario, non sarebbe sufficiente a far funzionare l'euro. Un'altra misura da prendere ora - non tra due anni - è l'introduzione della golden rule, la divisione della spesa pubblica in conto corrente e capitale, con pareggio di bilancio vincolante solo per la prima, così da lasciare un margine di manovra per gli investimenti pubblici in funzione anti-ciclica. Ancora una volta, non un'idea nuova, ma una proposta di Keynes di un secolo fa.
Visto l'impianto dei trattati europei, introdurre dual mandate e golden rule non sarà un percorso facile, né breve. Prima si inizierà a parlarne apertamente ai vertici e ai cittadini europei, meglio sarà. La campagna elettorale italiana potrebbe essere un buon posto da cui cominciare.
 
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