Edizione html
il manifesto 2013.02.15 - 05 POLITICA & SOCIETÀ
OSCAR PISTORIUS E EVA STEENKAMP. A DESTRA L'ARRESTO DELL'ATLETA /FOTO REUTERS SUDAFRICA L'atleta uccide la fidanzata «l'ho scambiata per un ladro». La polizia lo arresta
Pistorius, dramma paralimpico
ARTICOLO
ARTICOLO
L'accusa è «omicidio volontario». In passato una lunga serie di denunce nei suoi confronti per violenze domestiche. I vicini raccontano di «urla e grida» sentite prima dello sparo
Nicola Sellitti
Come in un film giallo. Con le sequenze del delitto ormai mandate a memoria. E forse, il caso risolto in poche ore. Oscar Pistorius, il velocista australiano biamputato, l'Usain Bolt della Paralimpiade che ha portato i normodotati alle gare dei disabili, è incriminato per omicidio volontario. E il cadavere della sua compagna, la modella sudafricana Reeva Steenkamp, trovato dalla Polizia a Silver Lake, la zona residenziale superelegante a est di Pretoria (Sudafrica), città di violenza e povertà estrema. Quattro colpi, al capo, a una mano. Morta sul colpo alle 4 del mattino, dopo essere rientrata in casa. La prima versione tratteggiava un omicidio colposo. Con la modella che si sarebbe presentata a sorpresa a casa del fidanzato, in occasione di San Valentino. E con Pistorius che avrebbe fatto fuoco perché convinto fosse un malvivente. Una tesi sostenuta anche per la pericolosità della zona in cui vive il velocista sudafricano.
Durava poco, il tempo delle prime indagini della Polizia. Pistorius era solo assieme alla vittima in casa, al momento del delitto. La pistola, una calibro 9, risultava registrata a suo nome. I vicini parlavano di «urla e grida», di colluttazioni prima dallo sparo dall'abitazione del campione sudafricano. La polizia sudafricana informava sulla sicurezza della villa e sui rigidi controlli del complesso residenziale. Infine, le segnalazioni di «precedenti incidenti» per violenze domestiche. L'accusa cambia. Da omicidio colposo a volontario. Con Pistorius che ha passato la notte in carcere e finirà davanti al tribunale di Pretoria solo questa mattina, perché c'era bisogno di inviare dei campioni di sangue alla Polizia. Il suo avvocato Kenny Oldwage ha annunciato che verrà richiesto «il rilascio su cauzione».
Nel frattempo, inesorabili, i primi effetti del ciclone - mediatico, oltre che giudiziario - che attende lo sprinter. Gli sponsor lo mollano. Condannano la caduta dell'antieroe prima della sentenza della magistratura. Una tv via cavo sudafricana decideva di ritirare la campagna di spot pubblicitari per la copertura degli Oscar con il volto dell'atleta. E dal sito di Pistorius, inoltre, è stato rimosso un banner della Nike. E spifferi, provenienti da siti sudafricani, di problemi nella vita privata, soprattutto con le fidanzate, nel post Londra 2012.
In rete, ecco un profilo su Pistorius realizzato tempo fa dal Daily Mail, noto tabloid inglese. L'atleta conservava mazze da baseball e da cricket all'ingresso, una mitraglietta vicino alla finestra, una pistola vicino al letto. Lo scorso anno era scattato l'allarme nella sua villa. Pistorius scendeva al pianterreno sempre armato. Falso allarme. Notizie riportate un anno fa da un cronista del New York Times. Che informava anche delle capacità da «buon istruttore di poligono» di Pistorius. Sul groppone del velocista, precedenti con le forze dell'ordine. Il primo, dopo una notte piena di rabbia culminata in una corsa con un motoscafo su un fiume, infrangendosi contro un pontile semisommerso. Il mezzo volava via, inabissandosi dopo lo scontro. C'era un amico con lui, che lo salvava dall'annegamento. La polizia pensava che fosse sotto l'effetto dell'alcol. Lui spiegò l'accaduto, perdonato. La seconda volta la denuncia da parte di una vicina, con la quale non aveva buoni rapporti - che lo accusa di averla aggredita durante un party. Pistorius spiegò alla forze dell'ordine che la donna e il poliziotto avevano ordito una sordida trama contro di lui per invidia. Ora, un'altra tragedia segna la sua vita vissuta da ragazzo «normale». Doppia amputazione a 11 mesi per una grave malformazione agli arti inferiori. Un'esistenza da sportivo. A 7 anni cominciava a giocare a calcio, a 11 lo sceglievano per la squadra di tennis della sua regione. Intanto si divertiva con cricket e rugby. A 14 anni, la perdita della madre (che più di tutti lo spronava alla vita normale), in ospedale, per una banale reazione allergica.
A 17 anni, la prima gara con le protesi. Pistorius è stato il primo atleta disabile, dopo svariate medaglie vinte alle Paralimpiadi tra Atene 2004 e Londra 2012, a correre alle Olimpiadi, Londra 2012, nei 400 metri piani (arrivando sino alle semifinali) e nella staffetta 4x400. Un eroe mediatico, polaroid del fuoriclasse che vince con ostinazione le difficoltà della vita. Anche quelle poste dalla Federazione internazionale di atletica leggera, Iaaf, che lo fermava nelle competizioni tra normodotati, convinta, prima di essere smentita dal Tribunale arbitrale dello sport, che le protesi in fibre di carbonio gli portassero vantaggi sugli avversari. Sino al titolo di «Dottore honoris causa» per meriti sportivi, riconosciuto dall'Università scozzese di Strathclyde. È uscito da casa sua dopo il delitto, Pistorius, accompagnato dalla polizia, nascondendo il viso sotto un cappuccio, tra flash, giornalisti, elicotteri che circondavano la sua abitazione e gli occhi virtuali del mondo. Una sorta di autocondanna. L'eroe era fallibile, come tutti gli umani.
Come Lance Armstrong, che confessava settimane fa l'uso sistematico di doping. Come altri campioni del passato che uccidevano mogli o compagne. Il pugile argentino Carlos Monzon, il re della Nfl O.J. Simpson. E il caso più recente del linebacker dei Kansas City Chiefs (Nfl), Jovan Belcher che si uccideva circa un anno fa al campo di allenamento della sua squadra dopo aver ammazzato la sua fidanzata. Altro caso di omicidio suicidio è quello di Chris Benoit, canadese campione del mondo di wrestling, che nel giugno 2007 ha ucciso sia sua moglie sia suo figlio, legati e morti per asfissia, e poi si è suicidato impiccandosi nella palestra di casa.
Come in un film giallo. Con le sequenze del delitto ormai mandate a memoria. E forse, il caso risolto in poche ore. Oscar Pistorius, il velocista australiano biamputato, l'Usain Bolt della Paralimpiade che ha portato i normodotati alle gare dei disabili, è incriminato per omicidio volontario. E il cadavere della sua compagna, la modella sudafricana Reeva Steenkamp, trovato dalla Polizia a Silver Lake, la zona residenziale superelegante a est di Pretoria (Sudafrica), città di violenza e povertà estrema. Quattro colpi, al capo, a una mano. Morta sul colpo alle 4 del mattino, dopo essere rientrata in casa. La prima versione tratteggiava un omicidio colposo. Con la modella che si sarebbe presentata a sorpresa a casa del fidanzato, in occasione di San Valentino. E con Pistorius che avrebbe fatto fuoco perché convinto fosse un malvivente. Una tesi sostenuta anche per la pericolosità della zona in cui vive il velocista sudafricano.
Durava poco, il tempo delle prime indagini della Polizia. Pistorius era solo assieme alla vittima in casa, al momento del delitto. La pistola, una calibro 9, risultava registrata a suo nome. I vicini parlavano di «urla e grida», di colluttazioni prima dallo sparo dall'abitazione del campione sudafricano. La polizia sudafricana informava sulla sicurezza della villa e sui rigidi controlli del complesso residenziale. Infine, le segnalazioni di «precedenti incidenti» per violenze domestiche. L'accusa cambia. Da omicidio colposo a volontario. Con Pistorius che ha passato la notte in carcere e finirà davanti al tribunale di Pretoria solo questa mattina, perché c'era bisogno di inviare dei campioni di sangue alla Polizia. Il suo avvocato Kenny Oldwage ha annunciato che verrà richiesto «il rilascio su cauzione».
Nel frattempo, inesorabili, i primi effetti del ciclone - mediatico, oltre che giudiziario - che attende lo sprinter. Gli sponsor lo mollano. Condannano la caduta dell'antieroe prima della sentenza della magistratura. Una tv via cavo sudafricana decideva di ritirare la campagna di spot pubblicitari per la copertura degli Oscar con il volto dell'atleta. E dal sito di Pistorius, inoltre, è stato rimosso un banner della Nike. E spifferi, provenienti da siti sudafricani, di problemi nella vita privata, soprattutto con le fidanzate, nel post Londra 2012.
In rete, ecco un profilo su Pistorius realizzato tempo fa dal Daily Mail, noto tabloid inglese. L'atleta conservava mazze da baseball e da cricket all'ingresso, una mitraglietta vicino alla finestra, una pistola vicino al letto. Lo scorso anno era scattato l'allarme nella sua villa. Pistorius scendeva al pianterreno sempre armato. Falso allarme. Notizie riportate un anno fa da un cronista del New York Times. Che informava anche delle capacità da «buon istruttore di poligono» di Pistorius. Sul groppone del velocista, precedenti con le forze dell'ordine. Il primo, dopo una notte piena di rabbia culminata in una corsa con un motoscafo su un fiume, infrangendosi contro un pontile semisommerso. Il mezzo volava via, inabissandosi dopo lo scontro. C'era un amico con lui, che lo salvava dall'annegamento. La polizia pensava che fosse sotto l'effetto dell'alcol. Lui spiegò l'accaduto, perdonato. La seconda volta la denuncia da parte di una vicina, con la quale non aveva buoni rapporti - che lo accusa di averla aggredita durante un party. Pistorius spiegò alla forze dell'ordine che la donna e il poliziotto avevano ordito una sordida trama contro di lui per invidia. Ora, un'altra tragedia segna la sua vita vissuta da ragazzo «normale». Doppia amputazione a 11 mesi per una grave malformazione agli arti inferiori. Un'esistenza da sportivo. A 7 anni cominciava a giocare a calcio, a 11 lo sceglievano per la squadra di tennis della sua regione. Intanto si divertiva con cricket e rugby. A 14 anni, la perdita della madre (che più di tutti lo spronava alla vita normale), in ospedale, per una banale reazione allergica.
A 17 anni, la prima gara con le protesi. Pistorius è stato il primo atleta disabile, dopo svariate medaglie vinte alle Paralimpiadi tra Atene 2004 e Londra 2012, a correre alle Olimpiadi, Londra 2012, nei 400 metri piani (arrivando sino alle semifinali) e nella staffetta 4x400. Un eroe mediatico, polaroid del fuoriclasse che vince con ostinazione le difficoltà della vita. Anche quelle poste dalla Federazione internazionale di atletica leggera, Iaaf, che lo fermava nelle competizioni tra normodotati, convinta, prima di essere smentita dal Tribunale arbitrale dello sport, che le protesi in fibre di carbonio gli portassero vantaggi sugli avversari. Sino al titolo di «Dottore honoris causa» per meriti sportivi, riconosciuto dall'Università scozzese di Strathclyde. È uscito da casa sua dopo il delitto, Pistorius, accompagnato dalla polizia, nascondendo il viso sotto un cappuccio, tra flash, giornalisti, elicotteri che circondavano la sua abitazione e gli occhi virtuali del mondo. Una sorta di autocondanna. L'eroe era fallibile, come tutti gli umani.
Come Lance Armstrong, che confessava settimane fa l'uso sistematico di doping. Come altri campioni del passato che uccidevano mogli o compagne. Il pugile argentino Carlos Monzon, il re della Nfl O.J. Simpson. E il caso più recente del linebacker dei Kansas City Chiefs (Nfl), Jovan Belcher che si uccideva circa un anno fa al campo di allenamento della sua squadra dopo aver ammazzato la sua fidanzata. Altro caso di omicidio suicidio è quello di Chris Benoit, canadese campione del mondo di wrestling, che nel giugno 2007 ha ucciso sia sua moglie sia suo figlio, legati e morti per asfissia, e poi si è suicidato impiccandosi nella palestra di casa.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
in edicola
sabato 15 diceMbre
sabato 15 diceMbre
La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
di Mona Chollet
In edicola
da giovedì 13 dicembre
da giovedì 13 dicembre
XX SECOLO
Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique

IN VENDITA NELLO STORE
MANIBLOG
LANAVIGAZIONE
• home • in edicola • attualità
• dossier • multimedia
• eventi • lettere • area abbonati
• abbonamenti • info • privacy
• dossier • multimedia
• eventi • lettere • area abbonati
• abbonamenti • info • privacy
ILSITO
Nicola Bruno
contatti
ILMANIFESTO
direttore responsabile Norma Rangeri
consiglio di amministrazione Benedetto Vecchi (presidente),
Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni
Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni
il nuovo manifesto società coop editrice
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione@ilmanifesto.it
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione@ilmanifesto.it
Partita IVA: 12168691009
Codice fiscale: 12168691009
per la pubblicità su questo sito adv(at)mir.it




• 