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il manifesto 2013.02.15 - 06 POLITICA & SOCIETÀ
 
FIUMICINO Un ragazzo di 19 anni, ivoriano, si vede rifiutata la richiesta di asilo e cerca di togliersi la vita
Si dà fuoco perché espulso
ARTICOLO

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un rimpatrio di immigrati clandestini
Marika Manti
Nessuno potrà mai sapere fino in fondo perché una persona decide di tentare di togliersi la vita. Ma il ragazzo di 19 anni della Costa d'Avorio che ieri si è dato fuoco nel terminal 3 dell'aeroporto di Fiumicino un motivo ce l'aveva eccome. E dovrebbe farci vergognare di essere italiani. Aveva chiesto asilo politico in Italia ma le nostre autorità glielo avevano rifiutato e per questo doveva presentarsi all'aeroporto per essere rimpatriato nel suo paese. Il suo non è stato un gesto di disperazione improvvisato, ma un atto messo a punto con straziante premeditazione. Il ragazzo ha messo in valigia una piccola tanica di benzina con cui si è cosparso il corpo, poi ha estratto un accendino e il suo corpo è stato divorato dalle fiamme. Solo l'intervento di due agenti della Polaria ha scongiurato il peggio. Le fiamme sono state spente con l'estintore e adesso il ragazzo non rischia la vita. E' però ricoverato in gravissime condizioni al reparto grandi ustionati dell'ospedale Sant'Egidio di Roma.
La notizia è relegata in un angolo in basso sui siti internet e sono pochissimi i commenti. Le autorità aeroportuali dell'Enac per lo più si preoccupano di rassicurare i passeggeri che il fatto ha causato solo un piccolo ritardo negli imbarchi, ma che il terminal 3 dopo un'ora è tornato perfettamente funzionante nonostante lo spavento provocato dal fumo. Si elogiano giustamente i due agenti, uno leggermente ferito, che hanno spento le fiamme - il direttore della Quinta Zona della Polizia li definisce eroi. E si sottolinea che il sistema di allarme ha retto. Ma per conoscere la storia di questo ragazzo bisogna attendere le parole del Consiglio Italiano rifugiati (Cir). Il diciannovenne era arrivato in Italia e aveva dovuto fare qui la domanda di asilo come previsto dal regolamento di Dublino. Poi era andato in Olanda dove le autorità lo aveva rispedito a Roma. Mercoledì sera si è visto rifiutare la domanda di asilo dalla polizia italiana e ha deciso di darsi fuoco la mattina dopo. «Avrebbe avuto il tempo di far ricorso, è stato informato?», si chiede il Cir. «Siamo di fronte all'ennesima tragedia provocata dal regolamento di Dublino - spiega Christopher Hein, direttore del Cir - che non prende in considerazione né la volontà della persona né i suoi legami con i paesi dell'Ue. Questo ragazzo chiedeva solo di essere protetto. Il suo è un gesto simbolico che ci chiede di aprire gli occhi davanti alla disperazione di richiedenti asilo e rifugiati. E' evidente che il sistema di protezione europeo, che compie 10 anni, in questi giorni ha fallito».
«Un gesto estremo che dovrebbe far riflettere tutti su cosa può significare per una persona vedere distrutti i propri progetti - è il commento di Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci - vedere infranti tutti i sogni di futuro per un pezzo di carta, con la freddezza del linguaggio burocratico». Ma in realtà nessuno riflette davvero su un fatto così grave. Con la crisi il tema dell'immigrazione è sparito dall'agenda politica e dei media. In campagna elettorale nessuno ne parla. E un ragazzo che si dà fuoco non basta a riaprire l'argomento.
 
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