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il manifesto 2013.02.15 - 09 INCHIESTA
 
INTERVISTA Giorgos Kimoulis, attore e debitore del fisco
Così il governo punta tutto sul senso di colpa del cittadino
ARTICOLO

ARTICOLO
ATENE
Giorgos Kimoulis è uno dei più famosi attori greci, sceneggiatore e impresario teatrale. Per qualche giorno si è trasformato nella persona più ricercata in Grecia per un debito con le casse dello stato. I media però hanno orchestrato una vera campagna contro «l'evasore» Kimoulis, nel tentativo di stroncare la sua voce critica, macchiare la sua credibilità e offuscare il suo impegno contro le politiche micidiali applicate alla Grecia.
Lei si è trovato nel mirino della giustizia, diventando anche vittima di disinformazione sulle sue vicende finanziarie. Il tentativo di confondere gli evasori fiscali con i debitori delle finanze crede che nasconda fini politici?
Quello che può capire facilmente uno che vive in Grecia è che se una persona conosciuta prende posizioni contro le politiche del governo diventa un bersaglio, viene emsso sul patibolo per annulare il suo discorso e il suo ruolo pubblico. Siamo tornati indietro di quarant'anni. Il governo cerca di prendere il più possibile e specialmente dalle persone che non hanno molto. Dalle persone con i redditi bassi e i piccoli imprenditori e non da quelli che hanno tanto. Il governo si è trovato di fronte a una contestazione universale e cerca di dimostrare sempre che fa il suo lavoro e specialmente che non fa favori a nessuno. Con quale strumento possono farle questo? Con i mezzi di informazione compiacenti. La maggior parte dei media funzionano come pilastri e come esecutori del potere statale. Formano la opinione pubblica, disinformano e mettono alla gogna.
Parlando lunedi nel teatro Acropol ha fatto riferimento alla strategia della tensione, il senso di colpa e la paura, in relazione all'esempio italiano. Nella Grecia dei Memorandum si trovano in pericolo anche le libertà civili?
Quali libertà politiche e civili? In Grecia hanno modificato lo stesso regime democratico con i Decreti del Contenuto Legislativo. Una procedura che è prevista per casi eccezionali e imprevedibili ha trasformato la costituzione in una fabbrica di durissime misure economiche e finanziare, che nessun parlamento greco avrebbe votato in condizioni normali. Con l'aiuto dei media il governo investe sul senso di colpa del greco medio. Attraverso una fittizia «introiezione» cercano di convincere sempre di più la gente che esista una responsabilità condivisa. La verità è un'altra. Per anni tutti i governi hano stipulato scandalosi prestiti per servire solo se stessi, aumentando il loro potere personale e le loro relazioni clientelari. Ora scaricano tutte le colpe sulle spalle di chi ha "osato" prendere prestiti, perché non poteva sostenere con il proprio stipendio i ritmi di vita dettati dagli altri. L'unico modo per conservare questa situazione è di aggiungere al concetto del «cittadino indebitato» il sospetto permanente del «cittadino ladro». Ogni cittadino indebitato diventa cosi un potenziale truffatore. Da questo nasce la confusione tra il debitore dello stato e l'evasore fiscale. L'obiettivo è chiaro: ottenere attraverso il senso della colpa la paralisi politica dei cittadini.
Quali sono le conseguenze della crisi economica nel teatro greco e in generale nella vita culturale del paese?
Nella cultura si rispecchia la situazione sociale nel suo complesso. Ciò che la caratterizza con una parola è l'atonalità, una situazione senza tono, una debolezza.
La crisi porta gli artisti e gli intellettuali a cercare nuovi modi di intervento, a svolgere un nuovo ruolo per la formazione delle nuove tendenze nella società greca? C'è oggi una visione sociale e politica?
Negli ultimi decenni l'impegno politico e la militanza degli intellettuali si consideravano come il delirio di una sinistra fuori moda. Hanno cominciato cosi delle passeggiate spensierate e indiscriminate nel conformismo, che ci ha portato a una schiavitù volontaria e alla politica compiacente. Ora siamo arrivati alla fine di questa divertente escursione. È arrivato il momento che ognuno di noi deve dire con chi vuole vivere e chi vuole abbandonare. Lo slogan «appartengo a me stesso e alla mia opera» ormai non regge. O sei con gli intellettuali che non hanno paura di scontrarsi con il potere, che viola con i modi più evidenti e crudeli i principi fondamentali delle nostre libertà, della giustizia e della dignità, e non chiudono i loro occhi di fronte alla povertà, lo sfruttamento, il rifiuto, l'emarginazione e l'esclusione, o sei con i famosi «intellettuali della stabilità».
 
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